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La sorgente radioattiva di cesio-137 coinvolta nell'incidente di Goiânia del 1987
La capsula contenente la sorgente di cesio-137 coinvolta nell'incidente di Goiânia del 1987. La polvere brillava di blu nel buio (foto: IAEA, CC BY 2.0)

“Emergenza radioattiva”: la polvere blu di Goiânia è il nucleare che nessuno sorveglia

Nel 1987, in Brasile, due raccoglitori di rottami aprono una macchina di radioterapia abbandonata in una clinica dismessa. La polvere blu che trovano dentro – cloruro di cesio-137 – affascina, passa di mano in mano, uccide. Quattro morti, 249 contaminati, 112.000 persone esaminate. La miniserie Netflix in cinque episodi racconta il più grave incidente radiologico della storia. E pone la domanda che conta: chi sorveglia i rifiuti radioattivi del nucleare civile?

Una bambina di sei anni mangia un uovo con le mani sporche di polvere blu. La polvere brilla nel buio, è bellissima, sembra una cosa magica. Lo zio gliel’ha data. Lo zio l’ha avuta dal proprietario della rivendita di rottami. Il proprietario l’ha presa da una capsula di metallo che due raccoglitori hanno smontato in una clinica abbandonata. Nessuno sa che quella polvere è cloruro di cesio-137 – un isotopo radioattivo con un’emivita di trent’anni, usato in medicina per la radioterapia. La bambina morirà un mese dopo. Si chiamava Leide das Neves Ferreira, aveva sei anni, e il suo funerale fu attaccato dalla folla con pietre perché i cittadini temevano che il suo corpo contaminasse il cimitero.

Questa è la storia vera dietro “Emergenza radioattiva” (titolo originale: “Emergência Radioativa”), la miniserie brasiliana in cinque episodi su Netflix dal 18 marzo 2026, creata da Gustavo Lipsztein e diretta da Fernando Coimbra e Iberê Carvalho.

I fatti: Goiânia, 13 settembre 1987

L’incidente di Goiânia è classificato dalla IAEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) come «uno dei peggiori incidenti radiologici al mondo» (IAEA, “The Radiological Accident in Goiânia”, 1988).

La sequenza dei fatti è nota. L’Instituto Goiano de Radioterapia (IGR), una clinica privata di radioterapia a Goiânia, nello stato brasiliano di Goiás, si trasferisce in una nuova sede nel 1985. Nella vecchia clinica, abbandonata e parzialmente demolita, resta un’unità di radioterapia acquistata nel 1977, contenente una capsula con circa 93 grammi di cloruro di cesio-137 – un sale altamente radioattivo con un’attività di 50,9 terabecquerel (1.375 curie), racchiuso in un involucro di piombo e acciaio.

Il 13 settembre 1987, due raccoglitori di rottami – Roberto dos Santos Alves e Wagner Mota Pereira – entrano nella clinica abbandonata, smontano la macchina e la trasportano a casa di Roberto su un carretto. Tre giorni dopo, Roberto fora la finestra della capsula con un cacciavite. Vede una luce blu profonda. Estrae parte della polvere luminosa.

Il 18 settembre, i due vendono i pezzi della macchina alla rivendita di rottami di Devair Alves Ferreira. Ferreira nota il bagliore blu e porta la capsula in casa. Pensa che sia qualcosa di prezioso, forse soprannaturale. Nelle ore successive invita amici e familiari a vedere la polvere che brilla nel buio. Ne distribuisce frammenti.

«Il meccanismo esatto con cui la luce blu veniva generata non era noto al momento della stesura del rapporto, ma si pensava fosse ionizzazione dell’aria, fluorescenza o radiazione Cherenkov associata all’assorbimento di umidità da parte della sorgente»

IAEA, “The Radiological Accident in Goiânia”, 1988 (PDF)

Le vittime e la contaminazione

Quattro persone morirono per sindrome acuta da radiazione:

  • Leide das Neves Ferreira, 6 anni – nipote di Devair, giocò con la polvere e mangiò con le mani contaminate. Morì il 23 ottobre 1987
  • Maria Gabriela Ferreira, 37 anni – moglie di Devair, fu lei a portare i resti della capsula all’ospedale
  • Israel Batista dos Santos, 22 anni – dipendente della rivendita di rottami
  • Admilson Alves de Souza, 18 anni – dipendente della rivendita di rottami

I numeri della contaminazione, ricostruiti dalla IAEA e dalla Comissão Nacional de Energia Nuclear (CNEN) brasiliana:

  • Persone esaminate per contaminazione: 112.000
  • Persone risultate contaminate: 249 (239 esternamente, almeno 129 internamente per inalazione e ingestione)
  • Abitazioni decontaminate: 85
  • Case demolite, tutti gli oggetti sequestrati e inceneriti
  • Rifiuti radioattivi generati dalla bonifica: 3.500 metri cubi
  • Contaminazione rilevata fino a 100 km da Goiânia

La bonifica produsse tonnellate di rifiuti radioattivi stoccati inizialmente ad Abadia de Goiás, a 20 chilometri dalla città, su piattaforme di cemento. Il cesio-137 ha un’emivita di 30,17 anni: quei rifiuti devono restare in contenitori di piombo per oltre 180 anni (sei emivite) prima che il livello di radioattività scenda a valori sicuri. Oggi, a quasi quarant’anni dall’incidente, quantità indeterminate di cesio-137 continuano a filtrare nelle falde acquifere dal suolo contaminato sotto il cemento.

Gli abitanti di Goiânia subirono una stigmatizzazione profonda: discriminati in tutto il Brasile, erano costretti a esibire certificati di non-contaminazione per trovare lavoro o viaggiare.

La serie

“Emergenza radioattiva” non è una ricostruzione minuto per minuto dell’incidente. La serie usa l’evento come sfondo per raccontare una storia di persone – soccorritori, medici, fisici nucleari, vittime, politici – travolte da un’emergenza che nessuno ha previsto e che nessuno sa gestire.

Johnny Massaro interpreta Márcio, il personaggio attorno a cui ruota la narrazione. Paulo Gorgulho è Orenstein. Tuca Andrada il Governatore. Bukassa Kabengele, Ana Costa, Alan Rocha, Marina Merlino, William Costa completano un cast che mescola volti noti del cinema brasiliano e attori emergenti.

  • Titolo italiano: Emergenza radioattiva
  • Titolo originale: Emergência Radioativa
  • Piattaforma: Netflix
  • Data di uscita: 18 marzo 2026
  • Episodi: 5
  • Durata: circa 65 minuti per episodio
  • Regia: Fernando Coimbra, Iberê Carvalho
  • Creatore: Gustavo Lipsztein
  • Cast principale: Johnny Massaro, Paulo Gorgulho, Tuca Andrada, Bukassa Kabengele, Ana Costa
  • Genere: dramma, thriller, basato su storia vera
  • Paese: Brasile

La forza della serie sta in ciò che non spiega. Lo spettatore sa che la polvere blu è cesio-137. I personaggi no. La tensione nasce dallo scarto tra la nostra consapevolezza e la loro ignoranza – lo stesso meccanismo che ha reso grande la serie HBO “Chernobyl” (2019). Ma con una differenza: a Chernobyl il pericolo veniva da un reattore nucleare dentro una centrale controllata (male) dallo Stato. A Goiânia il pericolo viene da una macchina medica dimenticata in una clinica privata abbandonata. Nessun reattore, nessuna centrale, nessun funzionario di partito. Solo una capsula di cesio, un cacciavite e la curiosità di chi non sa cosa sta toccando.

Su Netflix, la serie ha raggiunto la top 10 negli Stati Uniti con 4 milioni di spettatori nella prima settimana (Netflix Media Center).

Il nucleare dimenticato: sorgenti orfane

Il cesio-137 di Goiânia non proveniva da una centrale nucleare. Proveniva da una macchina per radioterapia – un dispositivo medico usato per curare il cancro. Questo è il punto che la serie racconta senza dichiararlo: il nucleare civile non esiste solo nelle centrali. Esiste negli ospedali, nei laboratori, nelle industrie. E quando quei dispositivi vengono dismessi, la catena di controllo si spezza.

La IAEA li chiama “orphan sources” – sorgenti orfane: sorgenti radioattive che non sono più sotto controllo regolamentare perché abbandonate, smarrite, rubate o trasferite senza autorizzazione (IAEA).

I numeri sono preoccupanti. Secondo la IAEA, più di 100 paesi potrebbero non avere le infrastrutture minime per controllare adeguatamente le sorgenti radioattive. Dal 1993 al 2024, il database ITDB (Incident and Trafficking Database) dell’IAEA ha registrato 4.243 incidenti che coinvolgono materiale radioattivo o nucleare (IAEA, 2024). Solo nel 2024: 147 nuovi incidenti, di cui 123 legati a smaltimento non autorizzato o ritrovamento di materiale abbandonato. Negli ultimi dieci anni, oltre 250 furti di sorgenti radioattive sono stati segnalati, e un terzo di queste sorgenti non è mai stato recuperato.

«Il controllo inadeguato delle sorgenti radioattive nel mondo rappresenta una minaccia per la salute pubblica e per l’ambiente»

IAEA, “Inadequate Control of World’s Radioactive Sources” (link)

Da Goiânia a Chernobyl: lo stesso filo

Il filo che lega Chernobyl e Goiânia è lo stesso: l’incapacità delle istituzioni di gestire i rifiuti radioattivi sul lungo periodo.

A Chernobyl, il New Safe Confinement – la più grande struttura mobile mai costruita, 36.000 tonnellate di acciaio – è progettato per durare cento anni. Poi bisognerà costruirne un altro. Il combustibile fuso del reattore 4 è ancora lì, in attesa di una tecnologia che non esiste per rimuoverlo in sicurezza.

A Goiânia, 3.500 metri cubi di rifiuti radioattivi aspettano in contenitori di piombo ad Abadia de Goiás. Devono restarci per 180 anni.

In Italia, le scorie delle quattro centrali nucleari chiuse nel 1987 – Caorso, Trino Vercellese, Latina, Garigliano – sono conservate in 22 siti temporanei sparsi sul territorio. Il Deposito Nazionale non esiste ancora. La Carta Nazionale delle Aree Idonee individua 51 siti potenzialmente adatti, ma nessun comune vuole ospitare il deposito. La procedura è ferma (Sogin).

Il cesio-137 di Goiânia non veniva da una centrale. Veniva da un ospedale. Chi difende il rilancio del nucleare civile spesso distingue tra le grandi centrali e le piccole applicazioni mediche e industriali, come se il rischio fosse diverso. L’incidente di Goiânia dimostra che il rischio è lo stesso: produrre materiale radioattivo significa doverlo sorvegliare per sempre. E “per sempre”, nel caso del cesio-137, significa almeno 180 anni. Nel caso del plutonio, 240.000 anni.

La polvere blu di Goiânia brillava nel buio. Era bellissima. E nessuno sapeva che stava uccidendo.