Nell’alta padovana 5.000 cittadini hanno firmato contro il raddoppio dello stabilimento Acqua Vera: 43.000 metri quadrati di suolo agricolo per imbottigliare una risorsa che sgorga già dai rubinetti. In un comune dove la maggior parte delle famiglie dipende dalla falda, il progetto mette a nudo la contraddizione italiana tra acqua pubblica e profitto privato.

Una fontanella pubblica: l’Italia ha l’acqua potabile tra le migliori d’Europa, ma ne compra 249 litri a testa in bottiglia ogni anno (foto: Marcxosm, CC0, Wikimedia Commons)
Il 22 marzo si celebra la Giornata Mondiale dell’Acqua, istituita dalle Nazioni Unite nel 1993. Il tema del 2026 è “Acqua e genere” — “Where water flows, equality grows” — e ricorda che l’accesso all’acqua potabile e ai servizi igienici è un diritto umano fondamentale. Ma in Italia la questione dell’acqua ha anche un’altra faccia, meno nota e altrettanto urgente: quella di un Paese che possiede una delle risorse idriche pubbliche migliori d’Europa e la imbottiglia per rivenderla.
L’Italia ha l’acqua pubblica tra le più controllate d’Europa. Eppure è il primo Paese europeo per consumo di acqua minerale in bottiglia: 249 litri pro capite all’anno, contro una media europea di 91 (Beverfood, Annuario Acquitalia 2025-26). Nel 2024 il mercato ha raggiunto i 15,2 miliardi di litri, per un valore di 4 miliardi di euro. In un angolo dell’alta padovana, a San Giorgio in Bosco, questo paradosso si fa visibile: un progetto di ampliamento dello stabilimento Acqua Vera chiede di convertire 43.000 metri quadrati di suolo agricolo in capannoni e linee di imbottigliamento. In un comune dove la maggior parte delle famiglie non è servita dall’acquedotto e beve direttamente dalla falda attraverso pozzi privati (Legambiente Padova, Ecopolis).
La storia di uno stabilimento
Lo stabilimento Acqua Vera di San Giorgio in Bosco esiste dalla fine degli anni Settanta. Per decenni, il marchio è stato sinonimo di acqua minerale italiana. Nel 2005 la proprietà passa a Sanpellegrino, controllata al 100 per cento da Nestlé. Nel 2020, Nestlé cede il marchio e due stabilimenti alla famiglia siciliana Quagliuolo, che opera attraverso la AQua Vera Spa. Giorgio Quagliuolo è presidente uscente di Conai e presidente di Federazione Gomma Plastica; la famiglia controlla anche S.I.Con., uno dei maggiori produttori italiani di preforme in PET — la plastica con cui si fanno le bottiglie. Un dettaglio che merita attenzione: chi imbottiglia l’acqua e chi produce la plastica per contenerla fanno parte dello stesso gruppo.
A San Giorgio in Bosco, però, Sanpellegrino non è uscita del tutto. L’accordo prevede un contratto di co-packing: Sanpellegrino continua a utilizzare le linee di imbottigliamento locali per i propri marchi. È questo il contesto in cui, nel luglio 2022, AQua Vera Spa presenta al Comune di San Giorgio in Bosco una richiesta di valutazione preliminare per un nuovo impianto produttivo. Il paese si mobilita, la maggioranza si spacca e a settembre 2022 arriva il no del municipio.
Il progetto: 43.000 metri quadrati di suolo
A febbraio 2025, il progetto prende forma ufficiale: AQua Vera Spa e Sanpellegrino Spa depositano presso lo Sportello Unico per le Attività Produttive (SUAP) del Comune di San Giorgio in Bosco la richiesta per un nuovo stabilimento di imbottigliamento di acque minerali.
- Superficie da convertire: 43.140 metri quadrati, da agricola a produttiva
- Superficie coperta prevista: oltre 17.000 metri quadrati
- Capacità della nuova linea: 44.000 bottiglie all’ora
- Investimento dichiarato: oltre 18 milioni di euro
- Nuovi posti di lavoro previsti: 35
- Compensazione al Comune: 1,8 milioni di euro in rate
La procedura utilizzata è quella del SUAP, che in Veneto consente ampliamenti di strutture industriali anche in deroga alla legge sul consumo di suolo zero. È lo stesso meccanismo che la consigliera regionale Elena Ostanel (AVS) ha definito una falla nella normativa regionale.
«Se il Presidente Stefani annuncia stanziamenti per un Veneto più verde, la Giunta non avrà problemi ad annunciare il suo parere contrario»
— Elena Ostanel, consigliera regionale Veneto (AVS), interrogazione alla Regione Veneto, gennaio 2026
Il 22 gennaio 2026, la Conferenza dei Servizi ha dato parere tecnico favorevole all’ampliamento.
Cinquemila firme e una domanda
La reazione della comunità è stata immediata. Il 22 luglio 2025, trecento persone si sono radunate davanti al municipio di San Giorgio in Bosco. Una petizione su Change.org ha raccolto ad oggi oltre 3.400 firme — tra i firmatari, il climatologo Luca Mercalli. Contando anche le adesioni raccolte su carta e attraverso altri canali, le firme complessive contro il progetto hanno superato le 5.000.
Le liste civiche di opposizione — San Giorgio Domani e San Giorgio Bene Comune — hanno contestato la scelta del sindaco Nicola Pettenuzzo di non opporsi al progetto. Il Comitato Utenti del Consiglio di Bacino Brenta (CCU), presieduto da Franco Sarto, ha presentato osservazioni formali sollevando una domanda che nessuno ha ancora chiarito:
«Perché una ditta propone ampliamento per non incrementare la produzione?»
— Franco Sarto, presidente Comitato Utenti Consiglio di Bacino Brenta (CCU), osservazioni formali al SUAP, 2025 (ecopolis.legambientepadova.it)
La domanda è tutt’altro che retorica. L’azienda dichiara di non voler aumentare i volumi di estrazione. L’attuale concessione consente un prelievo massimo di 100 litri al secondo; l’azienda afferma di utilizzarne meno del 50 per cento, con un consumo effettivo intorno al 30 per cento. Ma se la produzione non deve crescere, perché servono 43.000 nuovi metri quadrati?
A rendere la domanda ancora più urgente, il contesto internazionale: Nestlé sta cedendo l’intera divisione Waters — che comprende Sanpellegrino, Acqua Panna, Levissima, Perrier — in una vendita stimata tra 5 e 5,6 miliardi di euro, gestita da Rothschild (Food Navigator, gennaio 2026). Lo stabilimento di San Giorgio in Bosco opera in co-packing con Sanpellegrino. Se il gruppo che controlla il partner commerciale sta vendendo tutto, quale futuro avrebbe il nuovo stabilimento?
L’acqua sotto i piedi
San Giorgio in Bosco sorge nella fascia delle risorgive del Brenta, sopra una delle falde acquifere più importanti del Veneto. La maggior parte delle famiglie del comune non è allacciata alla rete idrica pubblica: beve direttamente dalla falda, attraverso pozzi privati (Legambiente Padova, Ecopolis). Il Consiglio di Bacino Brenta serve oltre 1.500.000 persone nella regione.
Il CCU ha chiesto ai sindaci di Cittadella e San Giorgio in Bosco i dati sulle concessioni idriche: numero, profondità di estrazione, volumi annui imbottigliati. Ha chiesto anche di incontrare la geologa incaricata per esaminare i dati di monitoraggio della falda. E ha avanzato una richiesta precisa alla Regione: alla scadenza delle concessioni nel 2028, ridurre drasticamente del 50 per cento i prelievi autorizzati.
I dati storici di estrazione dello stabilimento sono significativi: 508 milioni di litri nel 2018, 375 milioni nel 2019, 305 milioni nel 2020. Una curva in discesa che rende ancora più legittima la domanda sul perché dell’ampliamento.
La preoccupazione del CCU è che l’area sia già in sofferenza idrica. Il documento parla di “abbassamento della falda” nella fascia di risorgive, un fenomeno che la cementificazione di 43.000 metri quadrati di suolo agricolo non può che aggravare: il suolo impermeabilizzato non assorbe più acqua piovana, riducendo la ricarica naturale della falda.
Nel territorio circostante insistono tre aree della Rete Natura 2000 per la conservazione della biodiversità. La valutazione di incidenza ambientale è obbligatoria per qualsiasi progetto che possa avere effetti significativi su questi siti protetti.
Il paradosso italiano dell’acqua in bottiglia
La vicenda di San Giorgio in Bosco non è un caso isolato. È il sintomo di un’anomalia strutturale.
L’Italia è il primo consumatore europeo di acqua minerale in bottiglia e il secondo al mondo dopo il Messico. Nel 2024, 15,2 miliardi di litri imbottigliati da 130 stabilimenti per 225 marche diverse (Beverfood, Annuario Acquitalia 2025-26). Otto gruppi controllano il 70 per cento del mercato.
Le aziende imbottigliatrici pagano alle Regioni canoni irrisori. Nel 2020, le 295 concessioni attive in Italia hanno versato complessivamente 18,8 milioni di euro per 17,9 miliardi di litri di acqua emunta (Legambiente-Altreconomia, dossier “Regioni Imbottigliate”). Significa un millesimo di euro al litro.
- Canone medio pagato alle Regioni: 0,001 euro al litro (Legambiente-Altreconomia, 2020)
- Prezzo medio di vendita al consumo: 0,26 euro al litro
- Margine tra canone e prezzo: oltre 250 volte
- Proposta Legambiente: canone minimo di 0,02 euro al litro, che genererebbe 250 milioni di euro l’anno
Il referendum tradito
Il 12 e 13 giugno 2011, 27 milioni di italiani votarono ai referendum abrogativi. Due quesiti riguardavano l’acqua: il primo contro la privatizzazione della gestione dei servizi idrici, il secondo contro la remunerazione del capitale investito — in sostanza, contro il profitto sull’acqua. Il 95,3 per cento votò Sì al primo quesito, il 95,8 per cento al secondo (Ministero dell’Interno).
Luca Martinelli, giornalista e portavoce del Comitato “2 Sì per l’acqua bene comune” che promosse il referendum, scrive nel suo libro “Imbottigliati” (Altreconomia, marzo 2026): quel voto avrebbe dovuto cambiare la direzione. Quindici anni dopo, l’acqua resta una merce.
«L’Italia resta il Paese europeo che consuma più acqua minerale in bottiglia, pur avendo acqua pubblica controllata»
— Fabio Ciconte, prefazione a “Imbottigliati” di Luca Martinelli, Altreconomia, marzo 2026 (altreconomia.it)
Il consumo di suolo: il Veneto che si mangia se stesso
Il progetto Acqua Vera si inserisce in una tendenza che i numeri rendono impietosa. Il Veneto è la seconda regione italiana per consumo di suolo: 216.871 ettari impermeabilizzati, pari all’11,86 per cento del territorio (ISPRA, Rapporto Consumo di Suolo 2025). Negli ultimi quindici anni sono stati consumati 43.000 ettari — una superficie superiore all’intero Comune di Venezia.
«La legge regionale sul consumo di suolo presenta carenze significative, permettendo alle aziende deroghe eccessive»
— Elena Ostanel, consigliera regionale Veneto (AVS), interrogazione alla Regione Veneto, gennaio 2026
Ad oggi la petizione conta oltre 5.000 firme. La consigliera regionale Elena Ostanel ha presentato interrogazioni alla Giunta. Il Comitato Cittadino Unitario continua a chiedere l’accesso ai dati sulla capacità della falda e sull’impatto idrogeologico del progetto.
L’argomento occupazionale, su cui l’azienda punta con la promessa di 35 nuovi posti di lavoro, si scontra con la realtà del territorio: nell’alta padovana il problema non è la disoccupazione ma la carenza di manodopera. Il mercato del lavoro locale non ha bisogno di 43.000 metri quadrati di cemento per funzionare.
Cosa succede adesso
Il progetto è in attesa della Valutazione Ambientale Strategica (VAS) da parte della Regione Veneto. Se la VAS darà parere positivo, la decisione finale spetterà al Consiglio Comunale di San Giorgio in Bosco. I cittadini denunciano che la giunta intende votare a favore, considerandolo un atto dovuto. Ma la legge prevede un voto del Consiglio Comunale, e un voto può essere anche contrario. Le 5.000 firme raccolte servono a ricordarlo.
I tempi si misurano in mesi, forse settimane. Il territorio intanto mostra la sua fragilità: le bombe d’acqua degli ultimi anni hanno già messo sotto pressione un’area dove la falda è sovrasfruttata e il suolo impermeabilizzato non assorbe più acqua piovana. Cementificare altri 43.000 metri quadrati aggraverebbe un problema che esiste già.
A San Giorgio in Bosco il centro del paese si svuota: le vetrine mostrano cartelli “vendesi” e “affittasi” in sequenza. Il modello di business dello stabilimento ha 47 anni. La Conferenza dei Servizi ha dato parere favorevole. Il Consiglio Comunale può ancora dire no.
EcoMagazine Osservatorio sui conflitti ambientali