di Mattias Fascina – Sabato 28 febbraio a Legnago si è svolta una manifestazione lanciata dalla Rete Zero Pfas Veneto, che racchiude collettivi, associazioni e comitati che chiedono la messa al bando delle sostanze perfluoroalchiliche. “I PFAS non bruciano, volano”, si legge sullo striscione appeso. Infatti qui a Legnago, paese in zona rossa per la contaminazione della Miteni, risiede l’azienda Chemviron che tratta i filtri ai carboni attivi usati per filtrare i PFAS dalle acque, per poi incenerire i residui della pulizia.
L’incenerimento dei PFAS, sappiamo bene anche grazie al lavoro dei comitati contro gli inceneritori, non è una soluzione affatto sicura: per la loro completa degradazione servono temperature di combustione superiori ai 1000°C (Istituto Superiore di Sanità – Prot. ISS/DAS 6877 del 14/02/2024), temperature che questi impianti non raggiungono. Il rischio maggiore è che, a quelle temperature, queste sostanze si trasformino in altri PFAS, spesso sconosciuti e non rilevabili (si conta che esistano più di 10.000 molecole diverse), causando così un secondo inquinamento tramite l’aria ed esponendo ulteriormente i cittadini di Legnago a queste sostanze che, ricordiamo, si accumulano nell’organismo e nei cibi, e richiedono anni perché il corpo riesca a eliminarle.
Nel 2017 l’Autorizzazione Integrata Ambientale della Chemviron passa da un permesso di 30.000 tonnellate a 100.000 tonnellate di rifiuti da gestire, triplicando i rifiuti tossici pericolosi (in particolare per il codice CER 15.02.02, lo stesso rifiuto tossico per i filtri PFAS dichiarato da Miteni). Negli aggiornamenti AIA Chemviron degli stessi anni, tra i documenti di lavorazione di sostanze pericolose sono omessi i PFAS: non vengono mai nominati, pur lavorandoli da anni come sostanze di scarto nella rigenerazione dei filtri.
Il 16 giugno 2022, durante un blitz del NOE, emerge che un camino in funzione al momento dei controlli emette PFAS – e non solo, ma anche prodotti della concia, come il cromo – con quantità paragonabili all’inceneritore della Miteni quando era in funzione. Il 21 dicembre 2022, alla luce di quanto emerso, il sindaco Graziano Lorenzetti fa chiudere il camino E3, imputato della contaminazione, vietando «la rigenerazione dei carboni esausti contaminati da PFAS», appellandosi al principio di precauzione.
L’azienda ricorre al TAR per riaprire il camino e, con sentenza pubblicata il 12 ottobre 2023, il Tribunale assegna una ragione “momentanea” all’azienda per «carenza di istruttoria»: il Comune di Legnago non ha presentato i documenti necessari per gli approfondimenti utili ad arrivare a un giudizio. Imbarazzante il fatto che non ci siano misurazioni delle emissioni dai camini; imbarazzante che il Comune non abbia eseguito studi più approfonditi, cosa che era stata richiesta da ARPAV. Imbarazzante come tutto questo venga cercato di nascondere, come hanno già provato a fare con la Miteni.
Giovanna Dal Lago, mamma No PFAS da sempre in prima linea per chiedere la messa al bando di queste sostanze, incalza la piazza: «Non voglio vedere i signori che hanno inquinato i miei figli e i territori dove viviamo in galera, voglio vederli con pala e cariola in mano a ripulire e bonificare, perché ai miei figli ho insegnato che quando si sporca si pulisce: è la base della civiltà».
Alberto Peruffo di PFAS.land è chiaro: bisogna chiedere la messa al bando di queste sostanze, smettere di produrle dove possibile e gestire la bonifica delle aree contaminate in maniera trasparente. Ci sono alternative all’incenerimento dei PFAS, come l’ossidazione elettrochimica: gli studi sono in corso, ma sicuramente l’incenerimento non fa altro che aggravare il problema. È letteralmente un cane che si morde la coda.
Il problema, infatti, sussiste anche per gli inceneritori di Fusina, Padova e Schio, che attualmente non hanno sistemi di monitoraggio delle emissioni di PFAS dai camini, pur trattando fanghi di depurazione che contengono concentrazioni molto alte di sostanze perfluoroalchiliche. Presenti, infatti, il Coordinamento No Inceneritori Porto Marghera, Opzione Zero, il Comitato No 4ª Linea dell’inceneritore di Padova e il Coordinamento Non Bruciamoci il Futuro Alto Vicentino.
Insomma, ancora una volta i comitati e i cittadini veneti si ritrovano a dover combattere contro l’ennesima aggressione alla salute del territorio. La Regione, in tutto questo, si preoccupa di stanziare ben 49 milioni per coprire i buchi della Pedemontana, autostrada che, oltre a essere inutile e costosissima, ha inquinato con le terre da scavo contaminate da PFBA aree già pesantemente colpite dalla Miteni. Per la salute 17,5 milioni e per la difesa del suolo 9 milioni. Sarebbe bello se quei soldi fossero stati usati per la bonifica della Miteni, per investire sulla ricerca scientifica e sullo screening su tutta la popolazione veneta: sarebbe la cosa che dovrebbe fare chi governa il territorio. Invece siamo in Veneto, dove ciò che conta è la crescita economica sopra tutto, costi quel che costi; poco importa se aumentano i tumori, le malattie endocrine, i morti.
Se una cosa ci insegnano le esperienze della chiusura della DuPont e della Miteni è di non rassegnarsi mai: anche se si pensa di essere Davide contro Golia, la determinazione e la mobilitazione dei comitati ambientali possono vincere.
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