Un grande albero secolare aggiunge in un solo anno la stessa quantità di carbonio contenuta in un intero albero di medie dimensioni (Nature, 2014). Piantare nuovi alberi è investire nel futuro. Ma proteggere quelli che ci sono – e che accumulano più CO2 ogni anno che passa – è la strategia più efficace che abbiamo. L’Italia, con 11 milioni di ettari di bosco, protegge come vetusti solo 4.000 ettari.

C’è un gesto che mette d’accordo tutti: piantare un albero. Lo fanno le aziende per il bilancio di sostenibilità, le scuole per la giornata dell’ambiente, i comuni per le rotonde. Ed è un gesto giusto: ogni albero piantato oggi è un investimento per le generazioni future, un pezzo di infrastruttura climatica che lavorerà per decenni. Ma la scienza ci dice che piantare non basta – e soprattutto che piantare non può sostituire il proteggere.
Perché gli alberi che assorbono più anidride carbonica non sono quelli appena piantati. Sono quelli vecchi. Quelli grandi, nodosi, con i tronchi che non si abbracciano. Quelli che in molti considerano “fermi” perché “tanto non crescono più”. La verità è che crescono eccome – e ogni anno accumulano più carbonio dell’anno precedente. Piantare nuovi alberi e proteggere quelli esistenti non sono strategie in competizione: sono le due metà della stessa risposta.
I giganti silenziosi
Nel 2014, uno studio pubblicato su Nature ha cambiato il modo in cui la scienza guarda gli alberi vecchi. Il gruppo di ricerca guidato da Nathan Stephenson (US Geological Survey) ha analizzato 673.046 alberi di 403 specie diverse in sei paesi del mondo. Il risultato ha smentito un paradigma consolidato: il tasso di accumulo di carbonio non diminuisce con l’età dell’albero. Aumenta.
«Un singolo grande albero può aggiungere in un anno la stessa quantità di carbonio contenuta in un intero albero di medie dimensioni»
N.L. Stephenson et al., “Rate of tree carbon accumulation increases continuously with tree size”, Nature, gennaio 2014
In termini concreti: una quercia secolare non è un monumento inerte che “occupa spazio”. È una macchina biologica che ogni anno fissa più CO2 di quanto facesse da giovane. I grandi alberi (quelli con un tronco di almeno 70 centimetri di diametro) rappresentano meno del 5 per cento dei fusti nelle foreste tropicali, ma stoccano fino al 50 per cento della biomassa totale.
Sei anni prima, nel 2008, un altro studio su Nature (Luyssaert et al.) aveva già dimostrato che le foreste vetuste – quelle con alberi tra i 15 e gli 800 anni – non sono “carbon neutral” come si credeva. Continuano ad accumulare carbonio. Le foreste primarie boreali e temperate dell’emisfero nord sequestrano circa 1,3 miliardi di tonnellate di carbonio ogni anno (Luyssaert et al., Nature, 2008). Non poco, per ecosistemi che la gestione forestale tradizionale considerava “esauriti”.
La sfumatura che cambia tutto
La realtà, però, non si esaurisce in uno slogan. I dati del satellite SMOS dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA), pubblicati su Nature Geoscience, introducono una complessità fondamentale: a livello di ecosistema forestale, le foreste tra i 50 e i 140 anni sono le più attive nell’assorbimento netto di carbonio dall’atmosfera. Le foreste oltre i 140 anni risultano approssimativamente in equilibrio – assorbono quanto rilasciano.
Sembra una contraddizione con Stephenson. Non lo è. La chiave sta nella differenza tra stock e flusso. Immaginate un conto in banca: le foreste vecchie hanno un saldo enorme (lo stock di carbonio accumulato nei secoli), anche se i depositi annuali rallentano. Le foreste giovani e di mezza età fanno depositi più frequenti (il flusso netto è alto), ma partono da un saldo vicino allo zero.
Lo studio Resources for the Future del 2025, pubblicato su ScienceDirect, ha quantificato la differenza: le foreste vetuste negli Stati Uniti stoccano 224 tonnellate di carbonio per ettaro, le mature 201, le giovani 178. Tagliare una foresta vetusta significa svuotare un conto pieno per aprirne uno vuoto.
«Evitare la perdita delle foreste esistenti fornisce il doppio dei benefici di stoccaggio rispetto alla piantumazione di nuove foreste»
Resources for the Future, comunicato stampa, 2025
Il debito che nessuno vuole pagare
Qui entra in gioco un concetto che l’industria del carbon offset preferirebbe ignorare: il debito di carbonio. Quando una foresta matura viene tagliata, il carbonio accumulato nei tronchi, nelle radici e nel suolo viene rilasciato nell’atmosfera (attraverso la decomposizione, la combustione o la lavorazione del legno). La foresta giovane che la sostituisce parte da zero. Servono tra i 10 e i 30 anni perché la nuova superficie fogliare cresca abbastanza da compensare la respirazione dell’ecosistema. E servono tra i 20 e i 60 anni perché la foresta ricostituita cominci a sequestrare “nuovo” carbonio netto – cioè carbonio che non era già presente prima del taglio (Bentsen, Renewable and Sustainable Energy Reviews, 2017).
In quel lasso di tempo – decenni – l’atmosfera ha ricevuto una dose massiccia di CO2 che nessuna piantagione compensa nell’immediato. È un prestito a lunghissimo termine che il clima non può permettersi.
Lo conferma anche il CNR. Uno studio del 2024 dell’Istituto per i Sistemi Agricoli e Forestali del Mediterraneo (CNR-ISAFOM), in collaborazione con l’Università di Firenze, ha dimostrato che le foreste giovani crescono più rapidamente ma vivono significativamente meno, mentre le foreste mature mostrano maggiore stabilità e resilienza ai cambiamenti climatici – grazie proprio alla maggiore quantità di carbonio accumulato (CNR-ISAFOM, comunicato stampa, 2024).
L’Italia che non sa di avere un tesoro
L’Italia è il terzo paese più boscoso dell’Unione Europea. Secondo l’ultimo Inventario Nazionale delle Foreste e dei Serbatoi Forestali di Carbonio (INFC 2015), la superficie boschiva copre 11 milioni di ettari – il 36,7 per cento del territorio nazionale. In dieci anni (2005-2015) i boschi italiani sono cresciuti di 587.000 ettari. Lo stock di carbonio nella biomassa è passato da 490 a 569 milioni di tonnellate, con un incremento di 290 milioni di tonnellate di CO2 equivalente stoccata (INFC, 2015).
Eppure, di questi 11 milioni di ettari, solo 4.000 sono riconosciuti come boschi vetusti nella Rete nazionale istituita dal Ministero dell’Agricoltura nel 2023 (decreto MASAF 5 aprile 2023, n. 193945). Centosessantasei boschi in tutto il Paese. Un patrimonio microscopico rispetto al potenziale. La definizione è rigorosa: superficie boscata con specie autoctone spontanee, assenza di disturbi antropici da almeno 60 anni, presenza di stadi seriali di rigenerazione e senescenza spontanee. Ma il numero racconta una verità amara: l’Italia ha lasciato invecchiare pochissime foreste.
L’IPCC, nel suo sesto rapporto di valutazione (AR6, 2021-2023), è stato esplicito: la conservazione delle foreste esistenti è più efficace della riforestazione per mitigare il cambiamento climatico. Il territorio terrestre globale è stato un sink netto di circa 6,6 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente all’anno nel periodo 2010-2019 (IPCC AR6, WG3, Chapter 7). Tagliare foreste mature per ripiantarne di nuove è l’equivalente climatico di svuotare un lago per riempire una piscina.

Dai colli euganei al pianeta
In Veneto, la superficie boschiva copre 465.624 ettari (INFC 2015). Nei Colli Euganei – Parco regionale dal 1989, Riserva della Biosfera UNESCO dal luglio 2024 – i boschi di roverella (Quercus pubescens) occupano il 19 per cento della superficie. Sono querce adattate al clima mediterraneo di transizione, con radici profonde nella roccia vulcanica dei Colli.
Le roverelle centenarie dei Colli Euganei sono monumenti di carbonio vivente. Ogni albero secolare che cade per una tempesta, che viene abbattuto per allargare una strada o che muore per lo stress idrico del cambiamento climatico rilascia nell’atmosfera il carbonio accumulato in generazioni. L’Università di Padova (attraverso lo spin-off Etifor) ha studiato la capacità fissativa delle foreste venete, confermando che la gestione forestale orientata alla conservazione degli stock è la strategia più efficace per il bilancio climatico regionale.
La biodiversità che accompagna le foreste mature non è un dettaglio estetico. Il suolo forestale italiano contiene il 57,6 per cento del carbonio organico totale (INFC 2015): le radici profonde degli alberi vecchi, la lettiera accumulata in decenni, i funghi micorrizici che collegano gli apparati radicali formano un sistema di stoccaggio sotterraneo che una piantagione di cinque anni non può replicare.
Piantare sì, ma senza illusioni
Piantare alberi è necessario. Lo sarà sempre. Ogni quercia, ogni faggio, ogni roverella piantata oggi comincerà a lavorare per il clima tra dieci, venti, cinquant’anni – e quello è un regalo alle generazioni che verranno. Il problema non è chi pianta. Il problema è chi pianta e contemporaneamente taglia, o chi usa la piantumazione per mascherare emissioni che non riduce. Nel 2019, uno studio dell’ETH di Zurigo (Bastin et al., Science) propose di piantare mille miliardi di alberi per ridurre di due terzi l’aumento di CO2 antropica. La stima generò titoli entusiasti e investimenti miliardari nel carbon offset forestale. Ma la comunità scientifica reagì con una raffica di repliche senza precedenti: circa una decina di articoli di correzione e confutazione pubblicati dalla stessa rivista Science.
Le stime realistiche sono molto più modeste: il rimboschimento globale potrebbe assorbire tra 0,9 e 3,0 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente all’anno – cioè tra il 2 e l’8 per cento delle emissioni fossili annue. Non il 66 per cento.
«Non si azzerano le emissioni piantando alberi»
Greenpeace Italia, comunicato stampa, Giornata mondiale delle foreste
E le foreste che già abbiamo? Si stanno indebolendo. Nelle foreste tropicali intatte, il sequestro di CO2 è crollato: negli anni Novanta rimossero 46 miliardi di tonnellate di CO2, negli anni Duemiladieci solo 25 miliardi (Hubau et al., Nature, 2020). Il sink globale delle foreste tropicali ha raggiunto il picco negli anni Novanta e da allora declina, per l’aumento della mortalità degli alberi e il turnover più rapido del carbonio causato dal riscaldamento.
In Europa le foreste assorbono circa 400 milioni di tonnellate di CO2 all’anno – circa il 10 per cento delle emissioni europee totali. Ma il 35 per cento della superficie forestale italiana ha status di protezione naturalistica (contro una media europea del 15 per cento), e Legambiente chiede di portare al 10 per cento la quota di foreste gestite come riserve naturali strette (Legambiente, Report Foreste 2024).

I numeri
· Stock di carbonio nelle foreste italiane: 569 milioni di tonnellate (INFC 2015)
· Superficie boschiva Italia: 11 milioni di ettari (36,7% del territorio)
· Boschi vetusti riconosciuti in Italia: 166, per 4.000 ettari (MASAF, 2023)
· Superficie boschiva Veneto: 465.624 ettari (INFC 2015)
· Densità di carbonio – foreste vetuste: 224 MgC/ha (RFF 2025)
· Densità di carbonio – foreste giovani: 178 MgC/ha (RFF 2025)
· Tempo per compensare il debito di carbonio dopo il taglio: 20-60 anni (Bentsen 2017)
· Assorbimento netto foreste europee: circa 400 milioni t CO2/anno
· Contributo massimo del rimboschimento globale: 2-8% delle emissioni fossili annue
Allo Sherwood Festival e nei dintorni di Padova
A Padova c’è chi pianta con consapevolezza. Lo Sherwood Festival (il festival musicale del Parco Euganeo) dal 2018 collabora con WOWnature (lo spin-off dell’Università di Padova dedicato alla riforestazione) nella campagna “Sherwood changes for climate justice“. L’obiettivo: piantare e proteggere 3.000 alberi per compensare le circa 232 tonnellate di CO2 prodotte ogni anno dal festival e dai suoi ospiti. Gli alberi vengono piantati nelle aree periferiche di Padova, sui Colli Berici e lungo le rive del Brenta. Ma non solo: il festival protegge anche una foresta antica nel distretto di Huong Son (costa centro-nord del Vietnam) dal taglio illegale, con 173 tonnellate di CO2 catturate. Piantare qui e proteggere là: è un esempio di come la piantumazione funziona quando è trasparente, misurabile e globale – non quando serve a mascherare emissioni che non si riducono. L’obiettivo dichiarato è diventare un festival “climate positive” entro il 2030.
Un caso vicino lo racconta bene. A Padova, il progetto del tram (sistema SMART) prevede l’abbattimento di 765 alberi per fare spazio alle rotaie e la piantumazione di 13.000 nuove piante tra alberi e arbusti lungo le linee. Il bilancio numerico è largamente positivo, e il tram toglierà migliaia di auto dalle strade della città riducendo emissioni di CO2, polveri sottili e rumore: è una trasformazione che ogni capoluogo europeo sta affrontando per rispettare gli impegni climatici e per restituire spazio pubblico ai cittadini. Sul bilancio di carbonio, però, c’è una verità che riguarda i tempi lunghi e non l’amministrazione di oggi: un tiglio di cinquant’anni come quello di Via Falloppio stoccava centinaia di chili di CO2, e i nuovi alberi piantati lungo le linee impiegheranno decenni per raggiungere la stessa capacità. Se Padova arriva alla transizione del trasporto pubblico con un patrimonio arboreo meno ampio di quello che la sua dimensione richiederebbe, è perché negli anni Settanta, Ottanta e Novanta – quando la città si espandeva e c’era spazio nei quartieri di nuova edificazione – le giunte succedutesi non hanno programmato una forestazione urbana sistematica. Quegli alberi mancanti oggi sarebbero il polmone che renderebbe più leggero il cantiere del tram sul piano del carbonio nel breve periodo. La risposta non è scegliere fra mobilità sostenibile e alberi: è progettare meglio, salvare ogni esemplare maturo possibile e cominciare adesso una piantumazione intensiva, perché tra vent’anni saranno questi nuovi alberi a fare la differenza. Un antico proverbio cinese dice: «Il momento migliore per piantare un albero era vent’anni fa. Il secondo momento migliore è adesso.» Vale per Padova come per il resto del pianeta.
Il prossimo albero che vedrete lungo una strada dei Colli Euganei – una roverella con il tronco largo e i rami contorti, piantata prima che nascesse vostro nonno – sta facendo qualcosa di straordinario: tiene dentro di sé il carbonio di un secolo, e ogni anno ne aggiunge di più. Non è un monumento al passato. È un’infrastruttura climatica in piena attività.
La scelta più intelligente che possiamo fare è doppia: piantare un nuovo albero accanto a quello (perché tra cinquant’anni sarà lui a lavorare per i nostri nipoti) e proteggere quello che c’è già (perché nessuna piantagione compensa in tempi utili quello che un albero secolare fa adesso).
La vita di una roverella dei Colli Euganei: quanto carbonio assorbe
Ecco una stima dell’assorbimento di CO2 nelle diverse fasi della vita di una roverella (Quercus pubescens) dei Colli Euganei, basata sui dati medi della letteratura scientifica forestale (valori indicativi, variano in base a suolo, clima, esposizione).
· 0-10 anni (piantina): circa 5 kg di CO2 totali – l’albero investe quasi tutta l’energia nella crescita radicale, la chioma è minuscola
· 10-30 anni (giovane): circa 10-15 kg di CO2 all’anno – la crescita accelera, il tronco si irrobustisce, la chioma si espande
· 30-80 anni (adulto): circa 20-25 kg di CO2 all’anno – fase di massimo sequestro netto, l’albero è una macchina fotosintetica nel pieno dell’efficienza
· 80-150 anni (maturo): circa 25-35 kg di CO2 all’anno – contrariamente a quanto si credeva, il tasso di accumulo non cala ma aumenta (Stephenson 2014): più grande è l’albero, più carbonio fissa
· 150-300 anni (secolare): circa 35-50 kg di CO2 all’anno – il gigante silenzioso al massimo della sua capacità. Un singolo albero di queste dimensioni può stoccare 5-10 tonnellate di CO2 nella biomassa
· Dopo la morte: se lasciato in piedi (albero morto/habitat), rilascia lentamente il carbonio nell’arco di decenni, nutrendo il suolo. Se tagliato e bruciato, rilascia tutto in ore.
Una roverella secolare dei Colli Euganei (200 anni, diametro 80-100 cm) ha accumulato nella sua vita circa 5-8 tonnellate di CO2. Per ottenere lo stesso risultato con alberi giovani, servirebbe piantarne tra 200 e 400 – e aspettare un secolo.
EcoMagazine Osservatorio sui conflitti ambientali