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Esplosivo nel Danubio, pietre a Paks: il nucleare come risposta alla crisi climatica si ferma per la siccità

Due Paesi europei hanno spostato il fondo di un fiume per tenere accesi i reattori. L’Italia discute il ritorno all’atomo senza sapere quanta acqua servirà, senza costi certi e senza un’autorità di controllo attrezzata.

Il 3 agosto 2026 le Forze navali romene, con il genio militare, hanno fatto saltare la roccia Pârjoaia nel braccio Bala del Danubio. Dopo due tentativi a vuoto la carica finale ha superato i 100 chili di esplosivo. L’obiettivo era guadagnare qualche centimetro di livello nel ramo del fiume che alimenta la presa di raffreddamento della centrale nucleare di Cernavodă, ferma dal 28 luglio per la siccità. Il guadagno è stato di quattro centimetri netti rispetto a una previsione che dava meno due: «almeno quattro centimetri netti», nelle parole del ministro, più altri sette od otto centimetri sperati da quattro chiatte cariche di pietre da affondare nello stesso braccio.

«Un giorno di funzionamento della centrale vale tre volte il costo di questa operazione»

Radu Miruță, ministro dell’Economia, della digitalizzazione, dell’imprenditoria e del turismo della Romania, dichiarazione pubblica, 3 agosto 2026

Non è bastato. Il 13 agosto, con il Danubio a 1.370 metri cubi al secondo all’ingresso in Romania – un nuovo minimo storico – Nuclearelectrica ha avviato l’arresto controllato anche del secondo reattore. I due blocchi insieme fanno 1.400 megawatt, fino a un quinto della domanda elettrica del Paese. Quattro settimane dopo il primo fermo sono ancora fermi.

In Ungheria la risposta è stata dello stesso tipo, ma è andata meglio. Il governo ha fatto costruire nel letto del Danubio, fra Paks e Dunaszentbenedek, una soglia di fondo di 33.500 tonnellate di pietra per impedire che davanti al canale di raffreddamento il livello scendesse sotto i 90 centimetri sotto lo zero idrometrico.

Due Paesi europei, lo stesso mese, hanno fisicamente spostato il fondo di un fiume per tenere accesa la produzione nucleare. L’immagine sintetizza il paradosso al centro del dibattito italiano sull’atomo: la fonte presentata come risposta strutturale alla crisi climatica dipende dalla stessa risorsa – l’acqua – che la crisi climatica erode. E rallenta o si ferma d’estate, cioè quando i fiumi sono più bassi e caldi e l’elettricità serve di più.

Il nucleare dipende dall’acqua proprio nei mesi in cui l’acqua manca. In Italia, per ammissione del ministro che ne porta avanti il programma, arriverebbe non prima dell’inizio del prossimo decennio. Costa molto più del fotovoltaico senza sussidi. E il Paese non ha un’autorità di controllo dimensionata per vigilarlo, come l’autorità stessa ha messo per iscritto in Parlamento. Le obiezioni contrarie esistono e vanno pesate: qui sotto ci sono anche quelle.

Il Danubio in numeri

Il 28 luglio 2026, alle 11 del mattino, Nuclearelectrica ha fermato in modo controllato l’Unità 1 di Cernavodă per «il livello molto basso, senza precedenti, del Danubio causato dalla siccità severa». Il fiume passava con circa 1.630 metri cubi al secondo contro una media di luglio di 4.700, vicino al minimo storico del 1985. L’arresto era preventivo: se le pompe di raffreddamento si fossero danneggiate, il fermo avrebbe potuto durare fino a un anno. Il giorno dopo l’Ungheria ha spento il reattore 3 di Paks, sullo stesso fiume, con l’acqua a 118 centimetri sotto lo zero idrometrico. Il 30 luglio l’esercente ungherese scriveva che entro 24-72 ore l’arresto completo della centrale sarebbe diventato inevitabile: il Danubio stava 28 centimetri sotto il record del 2018 e sotto il minimo secolare considerato nel progetto originale dell’impianto. Dal 2 agosto era rimasto in funzione un solo blocco.

Il 21 agosto il Comitato nazionale per le situazioni di emergenza romeno ha approvato una nuova serie di interventi in regime d’urgenza: dragaggio del corso del Danubio nella zona della centrale, costruzione di un pennello sul Danubio Vecchio verso il canale Danubio-Mar Nero, sommozzatori militari per la parte subacquea, rilascio dagli invasi del fiume Olt di 50 metri cubi al secondo medi giornalieri per cinque giorni dal 22 agosto. Il 10 agosto la Camera di commercio, industria, navigazione e agricoltura di Costanza aveva già rilasciato i certificati di forza maggiore per i contratti di fornitura di energia elettrica, motivati dalla siccità idrologica severa nel bacino del Danubio. Sono misure di emergenza, non soluzioni di sistema.

La gola dell'Aare a Brugg in condizioni di magra estrema nell'agosto 2026, con il letto del fiume in gran parte scoperto
L’Aare in magra estrema a Brugg, in Argovia, l’11 agosto 2026. È lo stesso fiume da cui la centrale di Beznau preleva l’acqua di raffreddamento (foto: Arkelin, Wikimedia Commons, CC BY 4.0).

Il meccanismo, non l’eccezione

Quello che è accaduto sul Danubio è la versione estrema di un problema ordinario. La sera del 2 luglio 2025 la centrale svizzera di Beznau si è fermata completamente per quasi una settimana: l’acqua dell’Aare aveva raggiunto i 25 gradi. 730 megawatt fuori dalla rete. L’esercente Axpo spiegava che la riduzione era necessaria per proteggere l’ecosistema del fiume, non per un guasto. L’autorità svizzera di sicurezza nucleare, ENSI, nel rapporto di sorveglianza 2025 registra che la potenza di Beznau è stata ridotta «più volte tra il 25 giugno e il 1 settembre a causa dell’elevata temperatura dell’acqua dell’Aare».

«La riduzione della potenza del reattore è un passo previsto proprio per proteggere l’equilibrio ecologico dell’Aare.»

Michael Kessler, responsabile della Divisione nucleare di Axpo, comunicato Axpo, 30 giugno 2025

La parola chiave nella nota tecnica dell’autorità francese per la sicurezza nucleare è «regolarmente»:

«Quando queste soglie rischiano di non essere rispettate, la potenza dei reattori viene abbassata, fino all’arresto completo. Queste riduzioni si verificano regolarmente durante le canicole e le siccità.»

Autorité de sûreté nucléaire (oggi ASNR), nota tecnica sugli scarichi termici, agosto 2024

L’estate del 2022 lo ha mostrato su scala industriale: l’autorità francese concesse quattro deroghe temporanee ai limiti di temperatura allo scarico per tenere in funzione alcune centrali sui fiumi. La decisione del 13 luglio 2022 è esplicita su cosa sarebbe successo senza quella deroga:

«Considerato che, in assenza di modifica temporanea degli attuali limiti di scarico termico, questa situazione dovrebbe portare l’esercente ad arrestare il funzionamento di queste centrali nucleari»

Decisione ASN 2022-DC-0728, 13 luglio 2022

Il bilancio ufficiale di quell’estate parla di 24 giorni cumulati di funzionamento in deroga: 9 a Tricastin, 8 a Bugey, 6 a Golfech, 1 a Saint-Alban. Non senza conseguenze: la stessa autorità ha poi registrato a Bugey «una leggera eutrofizzazione dell’ambiente» e pesci meno numerosi a valle che a monte, mentre a Saint-Alban la differenza sui pesci giovani persisteva ancora nell’autunno 2022.

Gli altri episodi documentati fra il 2022 e il 2026:

  • 2025, Golfech (Francia): reattore 1 fermo dal 30 giugno al 5 luglio, con la Garonna a 29,18 gradi
  • 2024, Golfech: reattore 2 fermato, reattore 1 sceso a 340 megawatt
  • 2023, Oskarshamn 3 (Svezia): 100 megawatt in meno per 215 ore, circa 21,5 gigawattora
  • 2022, Doel 1 e 2 (Belgio): al 46 per cento della potenza per tre giorni, circa 21,5 gigawattora
  • 2022, Browns Ferry (Stati Uniti): reattore 1 al 51 per cento il 9 luglio

Fra il 2022 e il 2025 non risultano riduzioni per caldo a Leibstadt, Gösgen, Olkiluoto, Ringhals, Forsmark e Krsko: la geografia conta, e non tutti i reattori sono ugualmente esposti. Nel 2025 anche Loviisa 1, in Finlandia, ha ridotto la potenza per la temperatura dell’acqua, ma le fonti disponibili non concordano sull’entità – il 10 per cento secondo l’autorità di sicurezza finlandese, il 21 per cento secondo i dati di trasparenza del mercato elettrico – e la discrepanza non è stata chiarita.

C’è poi un problema contabile che vale la pena segnalare. Il gestore della rete francese scrive nel suo bilancio elettrico 2024 che EDF imputa certe limitazioni di potenza – quelle necessarie a rispettare i limiti di temperatura dell’acqua di raffreddamento – «come modulazioni e non come indisponibilità». Una riduzione decisa perché il fiume è troppo caldo non entra nelle statistiche di indisponibilità degli impianti. Chi cerca una cifra complessiva sulla produzione persa per il caldo non la trova per questa ragione.

Le proporzioni e il contraddittorio

L’Agenzia internazionale per l’energia atomica ha censito gli eventi meteorologici che disturbano l’esercizio degli impianti: erano 896 negli anni Novanta, sono diventati 3.993 negli anni Dieci, quasi cinque volte tanto. Nello stesso studio, però, le perdite di produzione restano sotto lo 0,1 per cento: 46 terawattora attribuiti al meteo contro 123 dovuti a guasti di rete. L’Agenzia stima che il 15 per cento delle centrali nucleari si trovi in aree ad alto stress idrico, quota attesa al 25 per cento nel giro di vent’anni.

Esiste una lettura ancora più ottimistica, e va riportata per quello che vale. Uno studio pubblicato su Energy Policy nel 2026 sostiene che, su oltre 500 reattori-anno, i tagli di produzione per ragioni meteorologiche valgano appena lo 0,6 per cento della generazione, e che le perdite francesi siano scese da 5,5 terawattora del 2003 a 0,5 del 2022, cioè del 91 per cento. Il testo integrale non è stato consultato perché l’editore ne blocca l’accesso: il dato è citato come posizione in letteratura, non come verifica.

C’è poi l’obiezione tecnologica. Il piano nazionale integrato per l’energia e il clima non prevede grandi reattori sui fiumi, ma reattori modulari, e secondo Ricerca sul sistema energetico i modelli di terza generazione avanzata possono smaltire calore «verso l’aria-ambiente e non necessariamente verso corpi idrici». È un’obiezione seria. Va detto con altrettanta chiarezza che nessuna fonte primaria italiana ha finora quantificato quanta acqua servirebbe agli impianti ipotizzati, in quali mesi e in quale scenario climatico al 2050. Non è un argomento contro i reattori modulari in assoluto: è una lacuna del dibattito che chi propone il programma dovrebbe colmare, non chi lo critica.

Il problema idrico non riguarda solo il nucleare: l’Organizzazione meteorologica mondiale segnala che nel 2020 l’87 per cento dell’elettricità mondiale veniva da fonti termiche, nucleari e idroelettriche, tutte dipendenti dalla disponibilità di acqua. La dipendenza idrica è condivisa. La differenza è che il fotovoltaico non ne ha.

In Italia: una legge che non c’è, un’autorità da costruire

Vale la pena ricordare un dato che quasi tutti sbagliano: il disegno di legge sul nucleare non è legge. La Camera lo ha approvato il 4 giugno 2026 con 155 voti favorevoli e 86 contrari; il Senato lo ha in esame e il termine per gli emendamenti è fissato al 10 settembre 2026. Nessun testo in Gazzetta, nessun decreto attuativo. Il 4 giugno il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin ha parlato di un Paese pronto ad adottare «il nucleare sostenibile quando le nuove tecnologie saranno mature e disponibili all’inizio del prossimo decennio». Su questo punto, e sui tempi storicamente associati alla costruzione di nuovi impianti, questa testata ha già scritto il 7 giugno scorso.

Le obiezioni più incisive al programma non vengono dalle associazioni ambientaliste ma dai documenti depositati in Parlamento.

L’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione, nella relazione portata in audizione al Senato il 1° luglio 2026, scrive che «l’attuale normativa disciplina l’organizzazione dell’Autorità in modo ampiamente insufficiente, prevedendo (art. 6 del decreto legislativo n. 45 del 2014) un organico di soli 60 specialisti tecnici – dei quali attualmente solo una ventina sono dotati della qualifica di ispettori – e 30 unità di personale amministrativo». Novanta persone in tutto, sulla carta; per vigilare su un programma nucleare l’Ispettorato ne chiede 270. Un’autorità di controllo che dichiara in sede parlamentare di non essere attrezzata per il compito che le si vuole affidare è un problema che precede qualsiasi decisione su siti e tecnologie.

La Banca d’Italia, in una memoria del 23 febbraio 2026, ricorda che il reattore francese di Flamanville 3 è costato 13,2 miliardi, oltre tre volte il preventivo, con 11 anni di ritardo, e che «tutte le tecnologie citate sono prevalentemente in fase di studio o in quella prototipale. Risultano pertanto incerti sia i tempi di realizzazione, sia i costi degli investimenti necessari». Sul risparmio che il programma nucleare promette – 16 miliardi di euro nello scenario del piano nazionale – la memoria annota in nota: «Non sono tuttavia disponibili informazioni sulle ipotesi sottostanti le stime». La Banca d’Italia non dice che il nucleare non funziona: dice che non si sa quanto costerà né quando arriverà.

Il confronto con il fotovoltaico è diretto. La diciannovesima edizione dell’analisi Lazard, pubblicata nel luglio 2026, colloca il nuovo nucleare statunitense fra 175 e 255 dollari per megawattora senza sussidi, contro i 40-98 del solare su scala industriale e i 37-99 dell’eolico a terra. Nel confronto più prudente, il megawattora solare più caro contro il nucleare più economico, il nucleare costa quasi il doppio; nel confronto opposto, oltre sei volte. E il solare non dipende dall’acqua, si installa in mesi anziché in decenni e produce di più nelle ore di punta estive, le stesse in cui i fiumi sono più bassi e le centrali che dipendono dall’acqua rallentano o si fermano.

Il Veneto, una clausola sparita e l’acqua in secca

Immagine satellitare Copernicus Sentinel-2 del fiume Po nei pressi di Cremona con le secche ben visibili
Il Po nei pressi di Cremona in un’immagine del satellite Copernicus Sentinel-2 del 2 febbraio 2022. Il 19 agosto 2026 la portata a Pontelagoscuro era di 261 metri cubi al secondo, contro i 450 che servono a tenere lontano il cuneo salino (immagine: Unione europea, Copernicus Sentinel-2).

Nel documento di programmazione approvato dal Consiglio regionale del Veneto l’11 dicembre 2024, sotto la giunta Zaia, alla voce Porto Marghera si leggeva che «vista la particolare collocazione a ridosso della laguna veneta e in prossimità del centro storico di Venezia, va rigettata qualsiasi ipotesi di realizzazione di una centrale nucleare». Nel primo documento omologo della giunta Stefani, approvato il 27 marzo 2026, quella sezione è stata riscritta e la parola «nucleare» non compare più nemmeno una volta. È la sparizione di una clausola, non un pronunciamento a favore di alcunché, e non risulta alcun atto che spieghi la scelta. Il Piano energetico regionale del marzo 2025 continua a non prevedere il nucleare; nel settembre 2025 l’assessore Roberto Marcato motivava questa posizione con l’assenza di un piano energetico nazionale, aggiungendo che «il dibattito si azzererebbe nel momento in cui si dovessero decidere i siti».

Nel frattempo, l’acqua in Veneto è quella che è. Il 1° luglio 2026 il presidente della Regione ha firmato l’ordinanza n. 72 che dichiara lo stato di emergenza regionale: al 31 maggio l’anno idrologico segnava una cumulata di 525 millimetri contro i 727 storici, «un deficit complessivo del -28%, pari a quasi 2,4 miliardi di m³ di acqua mancanti», con Piave, Brenta e Po a meno 23 per cento e l’Adige a meno 21. Già allora la portata del Po a Pontelagoscuro, «circa 260 m³/s medi giornalieri», stava sotto i 450 metri cubi al secondo che servono a tenere lontano il cuneo salino.

L’11 agosto il ministro Pichetto Fratin – lo stesso che ha portato in Parlamento il disegno di legge sul nucleare – ha dichiarato che nel distretto del Po «è stato raggiunto il livello di severità idrica alta, il massimo previsto» e che anche le Alpi Orientali passavano a severità alta. Il 13 agosto la portata a Pontelagoscuro era scesa a 233 metri cubi al secondo. Nell’aggiornamento del 20 agosto risale a 261 metri cubi al secondo, ancora sotto la soglia dei 450: la severità idrica del distretto resta «alta» e l’indice sugli ultimi trenta giorni segna «siccità estrema» in tutte le sezioni del fiume.

Sono dati della stessa estate in cui il Parlamento discute di reattori. Non è un accostamento retorico: è la stessa traiettoria. L’acqua disponibile diminuisce, le temperature estive salgono, e le centrali che dipendono dai fiumi riducono la produzione o si fermano.

La domanda che resta senza numeri

Il nucleare produce energia su larga scala, con basse emissioni di carbonio nel ciclo di vita. Non si tratta di negarlo. Si tratta di misurare quanto sia una risposta adeguata alla crisi climatica, sapendo che rallenta e si ferma esattamente nelle condizioni che la crisi climatica rende più frequenti.

Esplosivo nel Danubio, 33.500 tonnellate di pietra a Paks, deroghe sulle temperature dei fiumi francesi, Beznau spenta per una settimana: non sono incidenti isolati. Sono la risposta normale di un sistema di produzione che dipende dall’acqua in un’estate in cui l’acqua non c’è. A questo si aggiungono costi che secondo Lazard vanno da quasi il doppio a oltre sei volte quelli del fotovoltaico senza sussidi, tempi di realizzazione che la Banca d’Italia giudica «incerti» per tutte le tecnologie candidate, e in Italia un’autorità di controllo che in sede parlamentare chiede di triplicarsi prima di poter fare il proprio lavoro.

Il fotovoltaico non ha sete. Si installa in mesi. Costa 40-98 dollari per megawattora su scala industriale. Produce di più d’estate, nelle stesse ore in cui i fiumi sono più bassi. Non risolve da solo la sfida della continuità di fornitura – quella richiede stoccaggio, rete e un mix diversificato – ma non si ferma quando il Danubio è in secca, non dipende da un’autorizzazione parlamentare ancora ferma in Senato e non richiede un’autorità di controllo ancora da costruire.

Se l’Italia vuole davvero inserire il nucleare nel suo mix energetico, chi sostiene quella scelta ha il compito di rispondere con numeri precisi ad almeno tre domande: quanta acqua serve agli impianti ipotizzati, presa da dove, in quale scenario climatico al 2050. Finora quella risposta non è arrivata. In sua assenza, il confronto con una fonte che non dipende dall’acqua, che arriva in anni e non in decenni e che costa sensibilmente meno, non è un argomento da aggirare: è il termine di paragone con cui qualsiasi proposta energetica seria deve fare i conti.

Fabio Temporiti

Consulente informatico di professione, aspirante pubblicista ambientale per vocazione. Scrive per EcoMagazine di conflitti ambientali, energia, acqua, aria e territorio nel Veneto, cercando di raccontare quello che chi dipende dalla pubblicità non può raccontare. Affascinato dal lupo e sensibile alle lontre.