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Ca’ Roman sotto assedio: il Comune vuole costruire 77 villette nell’area protetta, cresce la protesta

C’è un luogo, all’estremità meridionale di Pellestrina, dove la natura è riuscita a resistere all’urbanizzazione della laguna veneziana. È Ca’ Roman, uno degli ultimi sistemi dunali integri dell’Alto Adriatico, un’area di straordinario valore ecologico inserita nella rete europea Natura 2000, tutelata come Zona Speciale di Conservazione (ZSC), Zona di Protezione Speciale (ZPS), Oasi faunistica e sottoposta a vincolo paesaggistico.

Oggi quel luogo rischia di diventare l’ennesimo terreno di scontro tra gli ambientalisti che vogliono tutelare un bene comune e i cementificatori che hanno a cuore solo l’interesse privato. Da una parte il Comune di Venezia, che ha adottato un nuovo Piano Urbanistico Attuativo per l’area dell’ex colonia di Ca’ Roman. Dall’altra cittadini, comitati, associazioni ecologiste e rappresentanti delle opposizioni che chiedono di fermare un intervento giudicato incompatibile con la tutela di uno dei patrimoni naturalistici più importanti della laguna.

Il contestato progetto prevede la demolizione dell’ex colonia e la ricostruzione delle volumetrie in un nuovo insediamento composto da 77 villette indipendenti, immerse nel verde ma all’interno di un contesto ambientale estremamente delicato.

Una vicenda che dura da oltre dieci anni

La storia non comincia oggi. Già nel 2012 il Comune aveva approvato un Piano di recupero dell’area. Quel progetto, però, è stato impugnato e successivamente annullato dal Tribunale Amministrativo Regionale del Veneto grazie all’intervento di Italia Nostra. Una decisione confermata nel 2024 dal Consiglio di Stato, che ha ritenuto illegittima la previsione edificatoria nelle aree non precedentemente costruite, in contrasto con la Scheda Urbanistica n. 19 del Piano Regolatore dell’isola di Pellestrina.

Il nuovo Piano Urbanistico Attuativo adottato dalla Giunta comunale nell’ottobre 2024 viene presentato dall’amministrazione come una revisione del precedente progetto, modificato per recepire le indicazioni contenute nelle sentenze.

Un ecosistema che vale molto più del cemento

Ca’ Roman non è un terreno edificabile qualsiasi. Le sue dune rappresentano uno degli ultimi ambienti costieri naturali del Veneto. Qui nidificano e sostano numerose specie di uccelli migratori lungo la rotta adriatica; crescono habitat prioritari riconosciuti dall’Unione Europea; la vegetazione dunale svolge un ruolo fondamentale nel contenere l’erosione costiera e nel proteggere il fragile equilibrio della laguna.

In un’epoca segnata dalla crisi climatica e dalla perdita di biodiversità, questi ecosistemi costituiscono infrastrutture naturali di valore inestimabile anche in virtù di contrasto ai cambiamenti climatici. Per questo, proprio in questi giorni di caldo ben al di sopra delle medie stagionali, appare difficile comprendere o giustificare la scelta di concentrare proprio in quest’oasi di verde un nuovo intervento residenziale. 

La domanda che resta senza risposta

Ma il punto non riguarda soltanto la compatibilità ambientale del progetto. La domanda è un’altra: “qual è l’interesse pubblico?”Venezia continua a perdere residenti, mentre cresce il numero delle abitazioni destinate a seconde case e locazioni turistiche. La crisi abitativa non si risolverà con la realizzazione di nuove villette in aree protette che saranno quasi sicuramente adibite a seconde case per le vacanze. Al contrario, la città avrebbe bisogno di politiche capaci di recuperare il patrimonio edilizio esistente, riportando sul mercato migliaia di abitazioni oggi inutilizzate o sottratte alla residenza stabile.

Consumare altro suolo, anche se formalmente attraverso il recupero di volumetrie esistenti, appare una risposta che guarda al passato più che al futuro.

Le opposizioni chiedono chiarimenti

La contestazione non arriva soltanto dal mondo ambientalista. In Consiglio regionale la consigliera di Alleanza Verdi e Sinistra Elena Ostanel ha presentato un’interrogazione per chiedere alla Giunta del Veneto come intenda garantire la tutela di un’area inserita nella rete Natura 2000 e se ritenga compatibile l’intervento con gli obiettivi di conservazione del sito.

Anche a Ca’ Farsetti il progetto è approdato in Consiglio comunale grazie a un’interrogazione della consigliera del Movimento 5 Stelle Sara Visman, che mette in discussione tanto il merito dell’intervento quanto il percorso amministrativo seguito dall’amministrazione. Secondo Visman, infatti, è discutibile sostenere che il nuovo Piano Urbanistico Attuativo rappresenti una “doverosa ottemperanza” alle sentenze del TAR Veneto e del Consiglio di Stato. Le decisioni dei giudici amministrativi, osserva la consigliera, si sarebbero limitate ad annullare il precedente Piano di recupero per il contrasto con la Scheda Urbanistica n. 19, senza imporre al Comune la predisposizione di un nuovo piano edificatorio.

L’interrogazione affronta poi quello che probabilmente costituisce il nodo centrale dell’intera vicenda: quale interesse pubblico concreto persegue il progetto? Il nuovo Piano prevede una volumetria complessiva di quasi 25 mila metri cubi, riorganizzata in 77 abitazioni indipendenti, mentre – sottolinea Visman – i benefici collettivi sembrano limitarsi alla cessione di aree verdi e percorsi pedonali.

La consigliera chiede inoltre perché il Comune abbia scelto di procedere con una deliberazione della Giunta e non attraverso il Consiglio comunale, considerata la rilevanza urbanistica, ambientale e paesaggistica dell’intervento e il lungo contenzioso che lo ha preceduto. Un ulteriore interrogativo riguarda il rispetto della stessa Scheda Urbanistica n. 19, che individua nel recupero degli edifici storici il principio ispiratore dell’intervento e limita demolizioni e ricostruzioni alle sole parti incongrue o irrecuperabili.

Sono questioni che vanno oltre il semplice confronto politico e chiamano in causa il modo in cui un’amministrazione interpreta il concetto stesso di interesse pubblico quando si interviene in un’area di straordinario valore ambientale.

La protesta parte dall’isola

Nel frattempo cresce anche la mobilitazione dei cittadini. Residenti, associazioni e comitati di Pellestrina hanno promosso un presidio pubblico per venerdì 7 agosto, con lo slogan “No alle 77 villette. Difendiamo insieme il nostro territorio, la nostra oasi, il nostro futuro”. L’immagine scelta per la manifestazione è significativa: la planimetria del nuovo complesso residenziale sovrapposta al verde dell’oasi. Un colpo d’occhio che rende immediatamente percepibile l’impatto dell’intervento e che sintetizza la preoccupazione di chi vive sull’isola.

Per i promotori della protesta non è soltanto una battaglia contro un progetto immobiliare. È una scelta sul modello di sviluppo della laguna. Da una parte la conservazione di un ecosistema unico; dall’altra l’ennesima operazione edilizia in un territorio già segnato da decenni di trasformazioni.

Una scelta che riguarda tutti

Ma la vicenda di Ca’ Roman supera ormai i ristretti confini dell’isola di Pellestrina. Riguarda il modo in cui Venezia immagina il proprio futuro. Una città che si candida a essere laboratorio europeo di adattamento ai cambiamenti climatici dovrebbe considerare gli ecosistemi naturali come alleati, non come spazi da trasformare.
Le dune, le zone umide e gli habitat costieri non sono aree “vuote” in attesa di essere valorizzate. Sono infrastrutture naturali che proteggono il territorio, custodiscono biodiversità e rendono più resiliente la laguna. Ha davvero senso sacrificare uno degli ultimi ambienti dunali integri dell’Alto Adriatico per costruire 77 nuove villette?, chiedono gli ambientalisti.

La risposta a questa domanda non è scontata e ci dirà molto non solo del futuro di Ca’ Roman, ma anche della laguna di Venezia. Perché sarà una cartina di tornasole per verificare quali saranno le politiche ambientali che la nuova Giunta Comunale prepara per Venezia e il suo territorio. E le premesse non sono affatto buone…

L’immagine di copertina è stata realizzata con l’AI