I No Navi tornano in campo: «La laguna non è un porto commerciale»
Sabato 7 novembre alle ore 16 manifestazione a San Basilio contro il ritorno delle grandi navi alla Marittima e i nuovi scavi dei canali
La laguna di Venezia non è un’infrastruttura portuale da adattare alle esigenze del traffico commerciale. È un ecosistema unico, un ambiente naturale complesso e fragile, modellato nei secoli dall’incontro tra le acque dolci dei fiumi e quelle salate dell’Adriatico. Eppure, ancora una volta, il suo futuro sembra essere subordinato alle esigenze dell’industria crocieristica e del turismo. Un modello di sviluppo radicalmente incompatibile con la crisi climatica in corso.
È questo il nodo della mobilitazione che sabato 7 novembre porterà nuovamente in piazza il Comitato No Grandi Navi. L’appuntamento è a San Basilio, alle ore 16, per protestare contro il progetto di riportare le grandi navi da crociera alla Stazione Marittima di Santa Marta attraverso lo scavo del canale Vittorio Emanuele.
Una mobilitazione che arriva dopo il parere favorevole della commissione Via-Vas al progetto e che riporta al centro una questione mai realmente risolta: quale futuro vogliamo per la laguna di Venezia? Quello di un ambiente da preservare oppure quello di un territorio da trasformare continuamente, perlomeno sin che dura, per assecondare le esigenze del turismo di massa?
Nuovi canali, nuovi scavi: la laguna sotto pressione
Nel mirino dei manifestanti non c’è soltanto il canale Vittorio Emanuele. Le contestazioni riguardano anche il dragaggio e l’allargamento di alcuni tratti del canale dei Petroli, la realizzazione di un nuovo terminal crocieristico a Porto Marghera e la costruzione di un’isola artificiale di 46 ettari destinata allo smaltimento dei fanghi estratti durante i lavori.
Un insieme di interventi che comporta un investimento di circa 375 milioni di euro. Tutti soldi che potrebbero essere investiti per dare un futuro alla città e alla sua laguna, rispondendo ai veri problemi che stanno spopolando la città: lavoro, casa, scuola, sanità, trasporti e servizi. Ed invece si continua con a perseguire con le “grandi opere” che, coma abbiamo già visto in tante altre situazioni, arricchiscono solo chi è già ricco, seminando devastazioni ambientali i cui costi, alla fine, sa sociali che economici, ricadono sempre sul pubblico.
Scavare nuovi canali significa modificare profondità, correnti e modalità di circolazione delle acque, alterando equilibri naturali già sottoposti a forti pressioni. La laguna, ricordiamolo, non è un bacino d’acqua immobile. È un sistema dinamico nel quale fondali, barene, velme e canali svolgono funzioni essenziali per la biodiversità e per la protezione della città. L’approfondimento dei canali e il passaggio di imbarcazioni di grandi dimensioni comportano inevitabilmente moto ondoso e fenomeni erosivi. Le onde generate dal traffico marittimo agiscono sulle rive e sui fondali, movimentando i sedimenti e favorendone il trasporto verso il mare aperto.
Il risultato è un progressivo impoverimento della morfologia che, posso dopo passo, trasforma la laguna in un braccio di mare.
La scomparsa delle barene
Uno dei segnali più preoccupanti dello stato di salute della laguna è la progressiva scomparsa delle barene, le superfici di terra che emergono durante le basse maree e che costituiscono habitat fondamentali per numerose specie vegetali e animali.
Secondo i dati riportati dalla documentazione istituzionale sulla salvaguardia della laguna, la superficie delle barene si è ridotta da circa 115 chilometri quadrati all’inizio del XIX secolo a circa 40 chilometri quadrati. Non si tratta soltanto della scomparsa di un paesaggio che caratterizzava Venezia. Le barene svolgono una funzione fondamentale nel rallentamento delle correnti, nella dissipazione dell’energia delle onde, nella conservazione dei sedimenti e nel mantenimento della biodiversità.
La loro scomparsa innesca un processo che rischia di autoalimentarsi: meno bassifondi e meno barene significano maggiore esposizione delle rive al moto ondoso, ulteriore erosione e perdita di habitat. È il rischio di una trasformazione profonda: una laguna sempre meno simile a un ambiente di transizione tra terra e mare e sempre più assimilabile al mare aperto.
La crisi climatica di cui non si tiene conto
A rendere ancora più discutibile la prospettiva di nuovi interventi di scavo è la crisi climatica. Il livello medio del mare a Venezia è in costante aumento. Secondo gli indicatori ambientali di ISPRA, tra il 1872 e il 2024 la crescita media è stata di 2,6 millimetri all’anno. Ma nel periodo più recente, dal 1993 al 2024, il ritmo è quasi raddoppiato, arrivando a 4,8 millimetri annui. Un fenomeno che rende sempre più complessa la gestione del delicato equilibrio tra la laguna e l’Adriatico.
Anche il MOSE, il sistema di barriere mobili realizzato per proteggere Venezia dalle acque alte, è al centro di nuove valutazioni scientifiche. Uno studio dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale, pubblicato nell’ottobre 2026 sulla rivista Scientific Reports, ha evidenziato come il funzionamento delle barriere abbia pesanti conseguenze sull’ecosistema lagunare.
In particolare, le chiusure del MOSE aumentano i tempi di ricambio delle acque. Con l’innalzamento del livello del mare, inoltre, le attivazioni delle barriere potrebbero diventare progressivamente più frequenti e prolungate.
Tutte cose che gli ambientalisti avevano denunciato sin da quando questo infausto progetto era stato presentato. In un contesto simile, la tutela della laguna dovrebbe diventare una priorità assoluta. Continuare a modificarne i fondali e ad alterarne la circolazione idrica per favorire il traffico delle grandi navi appare una scelta difficilmente conciliabile con la necessità di adattare Venezia alla crisi climatica.
Non soltanto ambiente: il modello della monocultura turistica
La protesta dei No Navi riguarda anche il modello economico e sociale che negli ultimi decenni ha progressivamente trasformato Venezia. La crocieristica è una componente di un’industria turistica internazionale che produce profitti considerevoli. Profitti che vanno nelle mani di pochi ma i cui costi ambientali e sociali ricadono tutti sul territorio.
Il ritorno delle grandi navi alla Stazione Marittima rischia di aggravare ulteriormente la pressione su alcuni quartieri residenziali, in particolare Santa Marta e Sacca Fisola, direttamente interessati dalla presenza delle imbarcazioni e dalle attività portuali.
La questione riguarda quindi anche la qualità della vita dei residenti, la vivibilità della città e il diritto di Venezia a non essere ridotta a un grande parco tematico al servizio del turismo internazionale.
Non è una contrapposizione tra ambiente ed economia, come spesso viene dipinta in alcuni ambienti. Al contrario, la questione vera è che bisogna puntare su un’economia che non consumi progressivamente le risorse naturali dalle quali dipende la stessa sopravvivenza della città. L’unica economia possibile nel lungo termine.
Una laguna da difendere, non da sacrificare
La manifestazione di sabato assume quindi un significato che va oltre la contestazione di un singolo progetto. È una presa di posizione sul futuro di Venezia e sulla necessità di cambiare radicalmente prospettiva nella gestione del suo territorio. La laguna è un patrimonio ambientale, storico e culturale che non appartiene soltanto a chi oggi ne gestisce le attività economiche. È un bene comune, la cui conservazione riguarda le generazioni future.
In un momento storico segnato dall’accelerazione della crisi climatica, dalla perdita di biodiversità e dall’innalzamento del livello dei mari, continuare a inseguire un modello di sviluppo fondato sull’aumento dei traffici e sulla trasformazione degli ambienti naturali appare una scelta miope e perdente.
La richiesta del comitato No Navi alla fine è semplice ma decisiva: costruiamo per Venezia l’unico futuro possibile!
Ci vediamo in fondamenta San Basilio, sabato 7 novembre alle ore 16!
L’immagine di copertina è stata realizzata con l’IA