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Il New Safe Confinement sul reattore 4 della centrale di Chernobyl
Il New Safe Confinement sul reattore 4 di Chernobyl: 36.000 tonnellate, 2,15 miliardi di euro, durata 100 anni (foto: Tim Porter, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0)

Chernobyl, 40 anni dopo: il disastro che l’Italia ha dimenticato mentre rilancia il nucleare

Il 26 aprile 1986 esplose il reattore 4 della centrale ucraina. Quarant’anni dopo, la zona di esclusione è ancora radioattiva, l’Italia non ha un deposito per le sue scorie e il governo pianifica 8-16 gigawatt di nuovi reattori entro il 2050. Cosa abbiamo imparato? Forse nulla.

Alle ore 1:23 del 26 aprile 1986, il reattore numero 4 della centrale nucleare di Chernobyl, a 104 chilometri da Kiev, esplode durante un test di sicurezza mal condotto. L’esplosione scoperchia il nocciolo del reattore RBMK-1000 – un tipo che, a differenza dei reattori occidentali, non ha una struttura di contenimento in acciaio e cemento armato – e rilascia nell’atmosfera una quantità di radioattività equivalente a circa 500 bombe di Hiroshima. È il più grave incidente nella storia dell’energia nucleare, l’unico insieme a Fukushima (2011) classificato al livello 7, il massimo, della scala INES dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica.

Quarant’anni dopo, il 26 aprile 2026 – Giornata Internazionale in Commemorazione del disastro di Chernobyl, istituita dall’Assemblea Generale dell’ONU nel 2016 – il mondo ricorda. Ma cosa ricorda, esattamente? E soprattutto: cosa ha dimenticato?

La notte del 26 aprile

L’incidente nasce da un test. Gli operatori della centrale vogliono verificare se le turbine del reattore 4, in fase di spegnimento, possano fornire energia sufficiente alle pompe di raffreddamento durante un black-out elettrico, nei secondi necessari all’avvio dei generatori diesel d’emergenza. Per eseguire il test, disattivano deliberatamente i sistemi di sicurezza automatici.

Il reattore RBMK-1000 ha una caratteristica che lo rende pericoloso a bassa potenza: un coefficiente di vuoto positivo, che significa che se si formano bolle di vapore nel circuito di raffreddamento, la reazione nucleare accelera invece di rallentare. Quando gli operatori tentano di aumentare la potenza dopo averla abbassata troppo, il reattore diventa incontrollabile. In pochi secondi la potenza schizza a cento volte il livello nominale. L’esplosione – in realtà due esplosioni in rapida successione, una di vapore e una chimica – distrugge il reattore e scoperchia l’edificio.

Due operatori muoiono nella notte dell’incidente. Nelle settimane successive, altri 28 vigili del fuoco e lavoratori della centrale muoiono per sindrome acuta da radiazione – 30 vittime dirette accertate (World Nuclear Association). I pompieri accorsi per spegnere l’incendio sul tetto del reattore non sanno cosa li aspetta: nessuno li ha informati della natura dell’incidente.

La nube sull’Europa

La nube radioattiva non conosce confini. Trasportata dai venti, raggiunge la Scandinavia il 27 aprile – e sono gli svedesi, non i sovietici, i primi a rilevare l’anomalia. La conferma ufficiale da Mosca arriva solo il 28 aprile, due giorni dopo l’esplosione. Nel frattempo, la nube attraversa la Germania, la Svizzera, l’Austria e arriva sull’Italia tra il 29 aprile e i primi giorni di maggio.

La contaminazione radioattiva copre circa 200.000 chilometri quadrati in Europa. In Italia la ricaduta non è uniforme: alcune zone del Nord sono più colpite per via della direzione dei venti e delle piogge che trascinano gli isotopi radioattivi al suolo. Per alcune settimane il governo sospende la distribuzione di verdure a foglia larga e sconsiglia il consumo di latte fresco ai bambini sotto i dieci anni e alle donne in gravidanza.

L’onda emotiva è enorme. Nel novembre 1987, gli italiani votano tre referendum che sanciscono l’abbandono del programma nucleare. Le centrali di Caorso, Trino Vercellese, Latina e Garigliano vengono progressivamente chiuse.

I numeri di un disastro senza fine

Nei mesi successivi all’esplosione, circa 200.000 «liquidatori» da tutta l’Unione Sovietica vengono inviati a Chernobyl per le operazioni di emergenza e bonifica. Ricevono dosi medie di circa 100 millisievert, con alcuni che raggiungono i 500 millisievert (IAEA).

  • Vittime dirette accertate: 30 (2 la notte, 28 per sindrome acuta da radiazione)
  • Liquidatori coinvolti (1986-1987): circa 200.000
  • Evacuati nel 1986: 115.000; successivamente reinsediati: altri 220.000
  • Persone esposte alle radiazioni (Bielorussia, Ucraina, Russia): circa 8,4 milioni
  • Casi documentati di cancro alla tiroide in minori: quasi 20.000
  • Area della zona di esclusione: 2.600 km² (raggio di 30 km dalla centrale)
  • Area contaminata in Europa: circa 200.000 km²
  • Costo stimato del disastro: 700 miliardi di dollari

Il «sarcofago» originale, costruito in fretta e con materiali destinati a degradarsi, non è mai stato concepito come soluzione permanente. Nel 2016 è stato completato il New Safe Confinement – la più grande struttura mobile mai costruita: 257 metri di larghezza, 108 di altezza, 150 di lunghezza, 36.000 tonnellate – fatto scivolare sopra il vecchio sarcofago. È progettato per durare cento anni. Cento anni in cui il combustibile fuso del reattore 4, il cosiddetto «piede d’elefante» – una massa di lava radioattiva solidificata – resterà all’interno, in attesa di una tecnologia che ancora non esiste per rimuoverlo in sicurezza.

L’Italia e le sue scorie

L’Italia ha chiuso le centrali nucleari nel 1987, ma le conseguenze di quella stagione sono ancora qui. Lo smantellamento è affidato a Sogin, società pubblica creata nel 1999. Le quattro centrali – Caorso, Trino Vercellese, Latina, Garigliano – sono in diverse fasi di decommissioning, un processo che dura decenni e costa miliardi.

Il nodo irrisolto è il Deposito Nazionale dei rifiuti radioattivi. L’Italia produce e conserva rifiuti nucleari in 22 siti temporanei sparsi sul territorio. La Carta Nazionale delle Aree Idonee (CNAI), elaborata da Sogin, individua 51 siti potenzialmente idonei in sei regioni (depositonazionale.it). Ma nessun comune vuole ospitare il deposito, e la procedura è ferma da anni.

L’investimento complessivo per la realizzazione del Deposito Nazionale e del Parco Tecnologico è stimato in circa 900 milioni di euro, che con le opere correlate potrebbero arrivare a 1,5 miliardi. È il prezzo di una decisione presa quarant’anni fa che l’Italia non ha ancora finito di pagare.

Il ritorno al nucleare

Mentre le scorie del vecchio programma nucleare cercano ancora una casa, il governo italiano rilancia l’atomo. A marzo 2026, il Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica Gilberto Pichetto Fratin ha dichiarato che l’Italia punta a una capacità nucleare installata tra 8 e 16 gigawatt entro il 2050, in grado di coprire tra l’11 e il 22 per cento della domanda elettrica nazionale (MASE).

Ma i numeri raccontano un’altra storia. Come documentano Gianni Silvestrini e Giuseppe Onufrio nel libro «L’illusione del nucleare e la rivoluzione delle rinnovabili» (Edizioni Ambiente / Kyoto Club, 2026), nessun SMR commerciale è operativo al mondo. L’EPR francese di Flamanville ha impiegato 17 anni di cantiere con costi quadruplicati. Il costo livellato dell’energia (LCOE) del fotovoltaico si attesta a 39 dollari per megawattora, quello dell’eolico onshore a 40 – contro i 60-100 dollari stimati per gli SMR.

«Il dibattito sul nucleare è basato su assunti non dimostrati e percezione errata della situazione.»

Giuseppe Onufrio, fisico, già direttore esecutivo di Greenpeace Italia, in «L’illusione del nucleare» (Edizioni Ambiente, 2026)

Cosa ha insegnato Chernobyl

Il disastro del 26 aprile 1986 ha insegnato tre cose.

La prima: il rischio nucleare non è mai zero. L’incidente di Chernobyl e quello di Fukushima – due tecnologie diverse, due continenti diversi, 25 anni di distanza – dimostrano che i «cigni neri» accadono. E quando accadono nel nucleare, le conseguenze durano secoli.

La seconda: le scorie sono per sempre. Il combustibile esaurito resta pericoloso per decine di migliaia di anni. Nessun paese al mondo ha risolto definitivamente il problema dello stoccaggio. Il deposito geologico finlandese di Onkalo – il più avanzato – è progettato per resistere 100.000 anni. L’Italia, quarant’anni dopo aver chiuso le centrali, non ha ancora un deposito.

La terza: le alternative esistono. Nel 1986, quando il reattore 4 esplodeva, il fotovoltaico era una curiosità da laboratorio e l’eolico una nicchia danese. Oggi le rinnovabili sono la fonte di energia più economica mai esistita e crescono a ritmi esponenziali. Nel 2024 sono stati aggiunti 582 gigawatt di capacità rinnovabile nel mondo – un record assoluto (IRENA, Renewable Energy Statistics 2025). Le rinnovabili rappresentano il 46,2 per cento della capacità installata mondiale, quasi alla pari con le fossili.

La domanda che resta

Il 26 aprile 2026, quarant’anni dopo l’esplosione del reattore 4, la zona di esclusione di Chernobyl è ancora radioattiva. Il «piede d’elefante» è ancora sotto il New Safe Confinement, in attesa di una soluzione che non c’è. Le scorie italiane sono ancora in 22 depositi temporanei sparsi per il Paese. E il governo rilancia il nucleare con tecnologie che non esistono ancora.

Chernobyl non è una pagina del passato. È un conto ancora aperto. E la domanda non è se vogliamo il nucleare. La domanda è se siamo disposti a firmare un assegno in bianco – con scadenza tra centomila anni – mentre l’alternativa è già sul tetto, gratuita, e aspetta solo di essere raccolta.