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La ruota panoramica abbandonata nel parco divertimenti di Pripyat nella zona di esclusione di Chernobyl
La ruota panoramica abbandonata di Pripyat, nella zona di esclusione di Chernobyl. Evacuata il 27 aprile 1986 (foto: Pawel Szubert, Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0)

“Chernobyl: In fuga dall’inferno”: le voci di chi c’era dentro il reattore

Il documentario in quattro episodi racconta il disastro del 26 aprile 1986 attraverso scienziati, storici e lavoratori che erano lì. Nessun attore, nessuna ricostruzione: solo i fatti, minuto per minuto. E la domanda che nessuno vuole sentire: potrebbe succedere di nuovo?

La serie “Chernobyl” (2019) ha raccontato il disastro con attori, sceneggiatura e musiche da premio. Ha vinto dieci Emmy e ha riacceso il dibattito mondiale sul nucleare. Ma era fiction: personaggi compositi, dialoghi inventati, scene romanzate.

“Chernobyl: In fuga dall’inferno” (titolo originale “Chernobyl: Countdown to Armageddon”) non ha nulla di inventato. È un documentario in quattro episodi prodotto nel 2022-2023, disponibile su Prime Video, NOVE e Discovery+, che ricostruisce il disastro attraverso le voci di chi c’era: scienziati, storici, lavoratori della centrale, sopravvissuti.

Quattro episodi, un conto alla rovescia

La struttura è cronologica è implacabile. Il primo episodio parte dal test di sicurezza della notte del 26 aprile 1986 e racconta minuto per minuto come un esperimento mal pianificato su un reattore con un difetto noto dal 1975 abbia portato alla più grande catastrofe nucleare della storia. Il secondo segue le prime ore dopo l’esplosione: la confusione, le menzogne, i pompieri mandati a morire senza protezioni. Il terzo documenta l’evacuazione di Pripyat e il sacrificio dei liquidatori. Il quarto affronta le conseguenze a lungo termine.

La forza del documentario sta nell’assenza di mediazione narrativa. Non c’è un Jared Harris che interpreta Legasov, non c’è una Emily Watson che incarna uno scienziato composito. Ci sono le persone reali, con le loro facce segnate dal tempo e dalla memoria, che raccontano cosa hanno visto, sentito, annusato. Il sapore metallico della radioattività in bocca. Il bagliore blu del nocciolo scoperto. I colleghi che non sono più tornati.

Cosa aggiunge alla serie HBO

Chi ha visto la serie HBO troverà in questo documentario le risposte alle domande che la fiction lasciava aperte. Quanto c’è di vero nel personaggio di Dyatlov? Quanto era davvero evitabile l’incidente? Chi sapeva del difetto nelle punte in grafite delle barre di controllo?

Il documentario conferma il nucleo della storia: il reattore RBMK aveva un coefficiente di vuoto positivo che lo rendeva instabile in determinate condizioni. L’Unione Sovietica conosceva il difetto dal 1975 ma non lo corresse per ragioni economiche. L’esplosione non fu un incidente: fu la conseguenza di una scelta.

Ma il documentario aggiunge un livello che la fiction non poteva avere: le testimonianze dirette smontano alcune semplificazioni della serie HBO. Non tutti i dirigenti erano incompetenti. Non tutti gli scienziati erano eroi. La realtà, come sempre, è più sfumata e più inquietante della narrazione.

Il costo che non finisce mai

Le cifre restano vertiginose: stime tra 235 e 700 miliardi di dollari di danni. Oltre 500.000 liquidatori esposti. L’Ucraina che spende ancora il 5-7% del bilancio statale annuo per Chernobyl.

Il New Safe Confinement, la più grande struttura mobile mai costruita (36.000 tonnellate, 2,15 miliardi di euro, finanziato da 45 paesi), ha una durata prevista di 100 anni. Il combustibile fuso è ancora là sotto. Nessuna tecnologia esistente è in grado di rimuoverlo.

A febbraio 2025, un drone russo ha colpito il sarcofago, aprendo un foro di 6 metri. L’AIEA ha dichiarato che la struttura “ha perso le sue funzioni di sicurezza primarie”. Costo riparazione: oltre 100 milioni di euro. Fondo disponibile: 19 milioni. Quarant’anni dopo, Chernobyl non ha finito di costare.

Potrebbe succedere di nuovo?

Il documentario non fa sconti sulla risposta. I reattori RBMK di Chernobyl erano un prodotto del sistema sovietico: nessuna struttura di contenimento, difetti nascosti, operatori poco formati. I reattori moderni sono diversi. Ma il principio resta lo stesso: la tecnologia nucleare non perdona gli errori umani.

A Three Mile Island (1979), una valvola bloccata e operatori che non capivano cosa stava succedendo hanno causato la fusione di metà nocciolo (recensione EcoMagazine). A Fukushima (2011), uno tsunami più alto di quanto previsto ha messo in ginocchio la tecnologia più avanzata del Giappone (recensione EcoMagazine). A Goiania (1987), una capsula di cesio-137 dimenticata in una clinica abbandonata ha contaminato 249 persone e ucciso una bambina di sei anni (recensione EcoMagazine).

In ogni caso, la promessa era la stessa: è tutto sotto controllo. In ogni caso, la promessa è stata tradita.

L’Italia ha detto no al nucleare due volte, nel 1987 e nel 2011. Oggi il governo pianifica 8-16 gigawatt di nuovi reattori entro il 2050 con la tecnologia SMR, che non esiste ancora in versione commerciale in nessun paese occidentale (analisi EcoMagazine sugli SMR). I costi sono da tre a cinque volte superiori alle rinnovabili. L’Italia non ha un deposito per le scorie delle centrali chiuse nel 1987. È il legame tra nucleare civile e militare (inchiesta EcoMagazine sulla proliferazione atomica) resta il segreto peggio custodito della storia dell’atomo.

“Chernobyl: In fuga dall’inferno” dura quattro episodi. Il disastro che racconta dura da quarant’anni e non finirà nei prossimi cento.

Scheda tecnica

  • Titolo italiano: Chernobyl: In fuga dall’inferno
  • Titolo originale: Chernobyl: Countdown to Armageddon
  • Piattaforma: Prime Video, NOVE, Discovery+
  • Anno: 2022-2023
  • Episodi: 4 (circa 44 min ciascuno)
  • Genere: documentario
  • Lingua: inglese (sottotitoli italiani)