Tutti e 9 gli stati con armi nucleari hanno centrali civili. Macron lo ha detto: «Senza nucleare civile non c’è nucleare militare». L’Italia prepara il ritorno all’atomo con Leonardo, che produce i missili nucleari francesi

La centrale nucleare di Civaux (Francia): centrali civili gestite da EDF che producono tritio per l’arsenale militare (foto: Babsy, CC BY 3.0, Wikimedia Commons)
Il 7 febbraio 2020, all’Ecole de Guerre di Parigi, il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron pronuncia una frase che la lobby dell’atomo preferirebbe dimenticare: «Senza nucleare civile non c’è nucleare militare, e senza nucleare militare non c’è nucleare civile» (discorso Ecole de Guerre, 7 febbraio 2020). Il capo di stato della principale potenza nucleare europea ammette in un discorso ufficiale ciò che i sostenitori dell’atomo civile negano da decenni: i due settori vivono in simbiosi. I dati gli danno ragione. Tutti e 9 gli stati che possiedono armi nucleari hanno centrali nucleari civili. Nessuna eccezione.
Nove su nove: la sovrapposizione perfetta
I dati incrociati del SIPRI Yearbook 2025 e del database PRIS dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica mostrano una correlazione del 100 per cento tra arsenali nucleari militari e programmi nucleari civili:
- Russia: 4.309 testate, 27 GW di capacità nucleare civile
- Stati Uniti: 3.700 testate, 94 reattori per 97 GW
- Cina: circa 600 testate (raddoppiate dalle 300 del 2020), 57 reattori per 55 GW
- Francia: 290 testate, 57 reattori per 63 GW
- Regno Unito: 225 testate, centrali e impianti di riprocessamento attivi
- India: 180 testate, 23 reattori
- Pakistan: 170 testate, 6 reattori
- Israele: circa 90 testate, reattore di Dimona nel deserto del Negev
- Corea del Nord: circa 50 testate, reattore di Yongbyon da 5 MWe
Il totale mondiale è di circa 12.241 testate nucleari, di cui 2.100 in stato di allerta permanente su missili balistici. Il percorso è sempre lo stesso: un paese acquisisce tecnologia nucleare civile, sviluppa competenze nel ciclo del combustibile, e la porta verso l’arma si apre. Come documenta lo studio “Warheads of Energy” pubblicato su Energy Research & Social Science, le interdipendenze tra civile e militare riguardano competenze, istruzione, ricerca, progettazione, ingegneria e capacità industriali.
La storia non mente: quattro porte che si sono aperte

Il caso più istruttivo è quello dell’India. Nel 1960 il Canada fornisce a Nuova Delhi il reattore CIRUS, dichiarato per scopi di ricerca pacifica. Gli Stati Uniti forniscono l’acqua pesante. Il reattore produce plutonio weapon-grade. L’India costruisce un impianto di riprocessamento a Trombay seguendo blueprints americani. Nel 1974 il plutonio civile diventa la bomba del test “Smiling Buddha”: la tecnologia fornita per la pace si trasforma in arma.
Il Pakistan segue un percorso speculare. Nel 1975 Abdul Qadeer Khan torna dai Paesi Bassi con i blueprints delle centrifughe per l’arricchimento dell’uranio sottratti ai laboratori URENCO. Fonda i Khan Research Laboratories a Kahuta. Nel 1998 il Pakistan detona la sua prima bomba. Ma Khan fa di più: vende la tecnologia nucleare a Iran, Libia e Corea del Nord, creando una rete clandestina di proliferazione che attraversa tre continenti.
Israele costruisce il reattore di Dimona nel deserto del Negev con l’aiuto della Francia. Lo dichiara per “ricerca”. Tra il 1962 e il 2020 quel reattore produce circa 830 chilogrammi di plutonio per uso militare. Israele non ha mai firmato il Trattato di Non Proliferazione e mantiene una politica di ambiguità strategica: non conferma né smentisce di possedere armi nucleari.
La Corea del Nord ripete lo schema. Nel 1986 il reattore da 5 MWe di Yongbyon (tipo Magnox, uranio naturale) diventa operativo. A pieno regime produce 6 chilogrammi di plutonio all’anno. Nel 2006 Pyongyang effettua il primo test nucleare. Oggi dispone di circa 50 testate e materiale fissile per altre 40.
«Il nucleare civile non è assolutamente staccato dal nucleare militare. Non troverete nessuna nazione che ha armi nucleari che non abbia un nucleare civile, perché non fai le armi nucleari se non hai il plutonio, e il plutonio lo generano i reattori»
Roberto Paccagnella, ex ricercatore CNR, collaboratore MIR, evento “Nucleare e Decarbonizzazione”, Padova, 24 marzo 2026
La Francia: la simbiosi dichiarata
La Francia è il paese in cui la simbiosi tra nucleare civile e militare è più esplicita. Charles de Gaulle promuove il nucleare civile come conseguenza diretta del programma militare per la grandeur francese. Nei bilanci dello Stato non esiste separazione contabile tra le spese civili e militari del settore nucleare: personale, impianti, combustibile e amministrazione si confondono.

I due reattori più recenti della centrale EDF di Civaux, nel dipartimento di Vienne, producono tritio (gas radioattivo necessario per potenziare le armi termonucleari) sotto l’autorità del CEA e del Ministero della Difesa. Centrali civili gestite da EDF, l’operatore elettrico nazionale, che producono tritio per l’arsenale militare.
Il 2 marzo 2026, dalla base navale di Ile-Longue a Brest, Macron ha annunciato il primo aumento del numero di testate nucleari francesi dal 1992: «Per essere liberi bisogna essere temuti». Parigi non divulgherà più dati quantitativi sul proprio arsenale. Il Bulletin of the Atomic Scientists documenta che la Francia possiede circa 6 tonnellate di plutonio e 25 tonnellate di uranio altamente arricchito nell’inventario militare. L’epoca della “stretta sufficienza” è finita.
L’Italia che ritorna: Leonardo, MBDA e il nodo Nuclitalia
Mentre la Francia riarma, l’Italia si prepara a reintrodurre il nucleare civile. Il DDL A.C. 2669 prevede una delega al governo per la produzione di energia da fonti nucleari, con un Programma Nazionale, un’autorità indipendente per la sicurezza e una disciplina per SMR, AMR e fusione.
Il veicolo industriale è Nuclitalia S.p.A., costituita il 14 maggio 2025: Enel al 51 per cento, Ansaldo Energia al 39 per cento, Leonardo al 10 per cento. Ed è su Leonardo che si apre il nodo più delicato.
Leonardo S.p.A. partecipa al 25 per cento nel consorzio MBDA (con Airbus al 37,5 per cento e BAE Systems al 37,5 per cento). MBDA è il contraente principale per la produzione dei missili nucleari ASMP-A e dei futuri ASN4G dell’arsenale francese: i vettori che trasportano le testate nucleari di Parigi. Il rapporto “At Great Cost” di PAX/ICAN inserisce Leonardo tra i 24 produttori mondiali di armi nucleari.
Nel bilancio 2020, Leonardo dichiara il «non coinvolgimento in attività per la produzione o manutenzione di armi nucleari», sostenendo di produrre «solo ed esclusivamente il vettore missilistico» (Don’t Bank on the Bomb, scheda Leonardo). La distinzione è formale: un missile nucleare senza vettore è una testata in un magazzino. Il vettore è il sistema d’arma.
L’azienda che siede nel consorzio nucleare civile italiano è la stessa che fabbrica i missili che trasportano le testate nucleari francesi. Il DDL A.C. 2669 non contiene clausole specifiche sulla non-proliferazione o sul divieto di uso militare della tecnologia nucleare civile.
EcoMagazine ha analizzato i costi e le promesse del programma SMR nell’articolo dedicato, documentando che il nucleare costa da tre a cinque volte più delle rinnovabili e che nessun SMR è operativo commercialmente in Occidente.
I soldi della bomba
L’industria nucleare militare muove cifre enormi. Il rapporto ICAN “Hidden Costs” documenta che nel 2024 i 9 stati nucleari hanno speso oltre 100 miliardi di dollari per i propri arsenali, con un aumento del 47 per cento rispetto al 2020. Equivale a 274 milioni di dollari al giorno. Il settore privato ha guadagnato almeno 42,5 miliardi dai contratti per armi nucleari.
Il rapporto “Finanza per la Guerra, Finanza per la Pace” della Fondazione Finanza Etica censisce 306 banche che finanziano 24 produttori di armi nucleari per un totale di 746 miliardi di dollari. Tra gli investitori in Leonardo figurano le principali banche italiane: UniCredit, Intesa Sanpaolo, Banco BPM, BPER (dati Don’t Bank on the Bomb).
Una porta che resta aperta
Il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPNW), adottato nel 2017 e in vigore dal 22 gennaio 2021, conta 74 stati parte e 95 firmatari. Nessuno dei 9 stati nucleari ha aderito. L’Italia non ha ratificato il trattato. Il motivo è noto: il paese ospita armi nucleari statunitensi nelle basi NATO.
Il DDL sul nucleare civile avanza alla Camera senza che il Parlamento affronti la questione della proliferazione. L’Italia progetta di rientrare nel ciclo del combustibile nucleare affidandone una quota a un’azienda – Leonardo – che è parte del sistema industriale delle armi nucleari francesi. Nel mondo ci sono 316 tonnellate di plutonio separato civile (dati IPFM), potenzialmente convertibili in uso militare. La Cina ha raddoppiato il proprio arsenale in cinque anni, da 300 a 600 testate, con una proiezione a 1.000 entro il 2030. La corsa al riarmo è in corso.
«La proliferazione nucleare, secondo me, è inevitabile in queste condizioni»
Roberto Paccagnella, ex ricercatore CNR, evento Legambiente-MIR, Padova, 24 marzo 2026 – nel contesto di uno scenario con migliaia di SMR distribuiti in paesi con governi instabili
La storia dice che ogni stato che ha acquisito tecnologia nucleare civile e ha voluto la bomba, l’ha ottenuta. In settant’anni nessuna salvaguardia ha impedito il passaggio. La porta tra nucleare civile e militare non si è mai chiusa.
EcoMagazine Osservatorio sui conflitti ambientali