Fratta-Gorzone e PFAS, ad Anguillara i conti con cinquant’anni di veleni
Il 9 ottobre 2026 alla Biblioteca Comunale di Anguillara Veneta: il professor Gianni Tamino, il consigliere regionale Carlo Cunegato e l’avvocato Matteo Ceruti ricostruiscono la storia di un bacino segnato da decenni di inquinamento conciario e dalla vicenda Miteni. In primo grado, undici condanne e 141 anni di reclusione (sentenza appellabile); e un’indagine epidemiologica deliberata nel 2016, mai avviata.

L’ultima analisi dell’ARPAV indica, come somma dei quattro principali PFAS, circa novanta nanogrammi per litro nell’acqua di Anguillara Veneta: per il professor Gianni Tamino non è acqua potabile. Tamino ha mostrato il dato in diapositiva e poi ha lasciato fare i conti al pubblico: «È importante perché non è un valore di poco conto».
Il 9 ottobre 2026, alla Biblioteca Comunale di Anguillara Veneta, il Comitato Giacomo Matteotti – con ANPI, nell’ottantesimo anniversario della Resistenza – ha organizzato una serata pubblica intitolata «Fratta-Gorzone: dall’inquinamento conciario ai PFAS», un bacino che resta tra i più inquinati d’Italia. Tre relatori, tre prospettive: Tamino (biologo, già docente dell’Università di Padova, membro di ISDE); Carlo Cunegato (consigliere regionale del Veneto); avvocato Matteo Ceruti (difensore delle Mamme No PFAS). Ha moderato Giada Zandonà. Prima di loro il sindaco Fabrizio Biancato ha portato il saluto dell’amministrazione.
Il saluto del sindaco
Biancato è in carica da pochi mesi. Si è detto informato sui limiti del ruolo: «Noi, comuni, siamo l’anello finale. I cittadini vengono da noi a chiedere se l’acqua è sicura, se l’aria è respirabile. Ma non abbiamo le competenze tecniche per rispondere da soli». Ha confermato che Anguillara Veneta rientra nell’«area di attenzione» individuata dalla Regione, e che al 9 ottobre 2026 non risultavano a protocollo del Comune comunicazioni critiche sul corso d’acqua. Ha auspicato che nei prossimi incontri siedano al tavolo anche gli enti preposti al monitoraggio: non per rassicurare, ha precisato, ma per «dare a tutti dati certi su cui ragionare».
La storia: dal Chiampo al collettore
Tamino segue questa storia dal 1974. In quell’anno il Fratta-Gorzone è già molto inquinato, e lui lo sa perché ci lavora. Il punto di svolta risale a qualche anno prima: a inizio anni Settanta entra in funzione il depuratore di Arzignano, costruito per raccogliere gli scarichi del distretto conciario della Valle del Chiampo ed evitare che finissero nell’Adige. La soluzione è spostare il problema: «Per evitare l’inquinamento dell’Adige, hanno fatto il depuratore e il depuratore è scaricato nel rio Acquetta. Il rio Acquetta va a finire nella Fratta».
La Fratta scorre verso il Gorzone, il Gorzone finisce in laguna. Cinquant’anni dopo, cinque depuratori e un unico collettore – il collettore ARICA – scaricano in quel bacino. I dati ARPAV del 2022, citati da Tamino in valori assoluti annuali e non solo in concentrazioni:
- 28 milioni di chilogrammi di cloruri all’anno
- 23 milioni di chilogrammi di solfati
- 8.000 chilogrammi di cromo
- 370.000 chilogrammi di azoto
- 30.000 chilogrammi di fosforo
Il meccanismo ricorrente è sempre lo stesso, ha spiegato Tamino: costruire un tubo che sposta il problema più a valle. «In realtà non risolve niente, semplicemente sposta il problema». Lo stesso schema si propone con la condotta, parzialmente finanziata con fondi pubblici, per portare l’acqua dell’Adige nelle zone di Vicenza e Padova. Utile in emergenza, ha ammesso, ma a spese della collettività. La spesa è di 22-24 milioni di euro, di cui ancora mancano cinque milioni. «Il problema nasce a monte. È l’industria che inquina, non è il depuratore che inquina, non è la gente che inquina. E a pagare le conseguenze sono i comuni, le amministrazioni, i cittadini».
Novanta nanogrammi: per Tamino «non sono acque potabili»
La fabbrica di Trissino si chiama prima RIMAR (Ricerche Marzotto), poi Miteni. Produce composti fluorurati – i PFAS – che entrano nel depuratore, dal depuratore nel collettore, dal collettore nel Fratta-Gorzone. Nel 2013 – quando due ricercatori del CNR li scoprono per caso prelevando campioni dalle fontanelle dei cimiteri – lo scarico industriale conteneva, secondo i dati ricostruiti da Tamino, cinque milioni di nanogrammi di PFAS per litro; il collettore ne scaricava cinquantamila.
I PFAS (sostanze per- e polifluoroalchiliche) non si degradano in natura: il legame carbonio-fluoro è tra i più robusti che esistano. «In natura non esiste nessun composto che abbia il legame materia organica, carbonio, fluoro. La stessa cosa è un po’ per il cloro, che è meno forte». Si accumulano negli organismi lungo la catena alimentare. Interferiscono con il sistema endocrino, simulano gli ormoni steroidei, danneggiano la fertilità maschile, aumentano il rischio di tumori al rene, al testicolo, alla prostata. Dal 2023, l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) classifica il PFOA come cancerogeno certo per gli esseri umani.
Per Anguillara Veneta, l’ultima analisi disponibile sulla mappa ARPAV indica, come somma dei quattro PFAS principali, circa novanta nanogrammi per litro. Per confronto, negli Stati Uniti il limite indicato per l’acqua potabile è di quattro nanogrammi; in Danimarca di due. La dose settimanale tollerabile indicata dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) è di 4,4 nanogrammi per chilo di peso corporeo.
«Come somma dei quattro principali, tenete presente questo dato, 90 nanogrammi litro. È importante perché non è un valore di poco conto, non sono acque potabili»
Gianni Tamino, biologo, già docente dell’Università di Padova, ISDE, dichiarazione in serata, 9 ottobre 2026
Tamino ha chiuso con la Costituzione, art. 41 come modificato nel 2022: l’iniziativa economica privata «non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana».
Cunegato: quando la Regione insegue il problema
Carlo Cunegato entra in Consiglio regionale a dicembre 2024 e porta subito le questioni ambientali in commissione. La sua lettura è politica e parte da una constatazione: il Veneto ha consumato quasi il 12% del proprio suolo, contro il 7% della media italiana e il 4% europeo. Per Cunegato la legge regionale 14/2017, nata per contenere il consumo di suolo, conterrebbe così tante eccezioni – opere pubbliche, autostrade, zone produttive – da risultare «svuotata nei fatti».
«Gli ultimi dati parlano di 43.000 morti all’anno anticipatamente per l’inquinamento. E il Veneto è una delle peggiori: 5.883 morti in un anno»
Carlo Cunegato, consigliere regionale del Veneto, dichiarazione in serata, 9 ottobre 2026
Nel 2020 la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha condannato l’Italia per il mancato rispetto delle norme sulla qualità dell’aria nella pianura padana, dopo una procedura di infrazione avviata dalla Commissione europea. La pianura padana è tra le aree più inquinate d’Europa per polveri sottili e ozono troposferico.
Il caso Pedemontana è la riprova del meccanismo. Per accelerare la costruzione delle gallerie tra Malo e Sant’Urbano, ha denunciato Cunegato, sarebbe stato usato il PFBA – un PFAS a catena corta, non ancora formalmente vietato ma con evidenze di tossicità negli animali – come additivo del cemento; quattromila tonnellate di materiale contaminato sarebbero finite in ventotto siti e in provincia di Vicenza sarebbero stati trovati pozzi contaminati. Cunegato ha chiesto in Consiglio regionale una commissione congiunta su ambiente e sanità: la risposta tecnica ufficiale è stata che il PFBA, a catena corta, non si accumula nel sangue come i PFAS a catena lunga. Cunegato ha risposto con uno studio dell’EPA statunitense che indica invece la sedimentazione negli organi, in particolare tiroide, reni e fegato.
Ha concluso con un esempio che funziona, perché voleva lasciare qualcosa di concreto. A Montecchio un’azienda voleva costruire un impianto di smaltimento rifiuti sopra una delle falde più importanti del Veneto. Un comitato si è opposto, ha convinto i comuni, ha portato il tema in Regione.
«La conferenza dei servizi ha espresso parere negativo. Ovviamente è un pezzo di battaglia vinta. Ma le battaglie servono, i comitati sono utili, se i comitati si allieano con un pezzo di politica che porta le battaglie anche alle istituzioni, ecco che forse si può anche vincere un pezzo di battaglia»
Carlo Cunegato, consigliere regionale del Veneto, dichiarazione in serata, 9 ottobre 2026
Ceruti e il processo: undici condannati, un’indagine mai partita
Matteo Ceruti ha difeso circa centosettanta persone fisiche nel processo Miteni: residenti con la prova della contaminazione del proprio sangue nei referti. Ha lavorato con i colleghi Marco Casellato e Cristina Guaschi. Il 26 giugno 2025 la Corte d’Assise di Vicenza ha pronunciato la sentenza di primo grado: undici condannati su quindici imputati, centoquarantuno anni complessivi di reclusione, pene fino a diciassette anni per i dirigenti più coinvolti. I reati contestati e riconosciuti in primo grado comprendono avvelenamento delle acque destinate al consumo umano, disastro ambientale doloso e bancarotta fraudolenta. Il Ministero dell’Ambiente ottiene un risarcimento di cinquantotto milioni di euro; oltre trecento le parti civili. È ancora appellabile. EcoMagazine aveva ripercorso la filiera dei PFAS veneti in «Dalla Miteni alla Chemviron».
È stato il primo processo penale al mondo per contaminazione da PFAS. Come era stato possibile che nessuno sapesse cosa produceva quella fabbrica per decenni? La risposta di Ceruti è precisa:
«Questo stabilimento industriale per decenni è stato un fantasma nel cuore del Veneto perché è sfuggito al controllo delle pubbliche autorità»
Matteo Ceruti, avvocato difensore delle Mamme No PFAS, dichiarazione in serata, 9 ottobre 2026
L’ARPAV non aveva gli standard analitici per rilevare i PFAS. I gestori degli acquedotti e dei depuratori non sapevano di doverli cercare. Ogni passaggio di proprietà era accompagnato da una due diligence ambientale; secondo la ricostruzione di Ceruti, e per quanto emerso nel dibattimento di primo grado, quei rapporti sarebbero stati ogni volta alterati. Secondo quanto riferito da Ceruti, già nel 2004 il medico di fabbrica avrebbe segnalato in una lettera effetti gravi sugli operai, documento rimasto riservato per anni.
Il processo ha portato al banco dei testimoni l’avvocato Robert Bilott, il cui caso contro la DuPont in West Virginia è diventato il film «Cattive acque» (Dark Waters, Todd Haynes, 2019), che EcoMagazine ha recensito. «Viene a testimoniare il protagonista di quel film che è l’avvocato Robert Bilott, che ci racconta di tutti i rapporti che c’erano tra l’Italia e gli Stati Uniti».
Le conseguenze sulla salute emergono a fatica. Secondo uno studio citato da Ceruti nella serata, nel periodo della massima contaminazione si sarebbe registrato nella zona rossa vicentina un eccesso di circa quattromila decessi. La contaminazione che, come ha ricordato Ceruti, passa attraverso la placenta e con il latte materno. I figli nati da madri contaminate portano i PFAS nel sangue prima ancora di nascere.
C’è un passaggio che Ceruti considera politicamente urgente al di là della sentenza penale: l’indagine epidemiologica. La giunta regionale del Veneto l’aveva deliberata nel 2016. Doveva essere affidata all’Istituto Superiore di Sanità. Il protocollo era pronto. E poi non è mai partita.
Anni di dati epidemiologici sulle popolazioni esposte – dati che permetterebbero di quantificare i rischi, orientare i medici, guidare le famiglie – non esistono. Ceruti ha proposto che sia il Consiglio regionale ad aprire un’indagine.
Per chi vive ad Anguillara – zona di attenzione, non di emergenza – il piano di sorveglianza sanitaria attivo nella zona rossa di Vicenza non si applica. Chi vuole conoscere la propria concentrazione ematica di PFAS deve affidarsi, per ora, a laboratori privati fuori regione.
La politica del tubo
Verso la fine della serata, un intervento dal pubblico ha introdotto un capitolo che nessuno dei relatori aveva ancora nominato. Dal pubblico è stato segnalato un progetto che risalirebbe al 2014: secondo l’intervento, si vorrebbe convogliare nel Gorzone l’acqua del depuratore di Conselve, scaricata nella Sorgaia (bacino scolante della laguna veneta). La segnalazione, raccolta in sala, non ha avuto riscontro degli enti citati. La logica denunciata è sempre la stessa: un tubo, finanziato con fondi europei, che sposta il problema dal perimetro lagunare al bacino del Gorzone, già al limite.
Tamino non ha esitato: «La politica del tubo è proprio quella».
La logica è sempre la stessa: non si risolve l’inquinamento alla fonte, si sposta dove fa meno notizia. Il Fratta-Gorzone è il risultato di decenni di soluzioni di questo tipo – dall’Arzignano degli anni Settanta fino al tubone del 2018. Novanta nanogrammi di PFAS per litro nell’ultima analisi disponibile per Anguillara Veneta.