Veneto, il cemento avanza ancora: consumati 584 ettari in un anno
Padova e Venezia tra i territori più compromessi

Il nuovo Rapporto SNPA fotografa un’accelerazione del consumo di suolo in Italia. In Veneto la copertura artificiale raggiunge l’11,87% del territorio, contro una media nazionale del 7,19%. Nella pianura centrale decenni di urbanizzazione hanno lasciato un’eredità pesante: la sfida è fermare nuove espansioni e restituire spazio alla natura.
Il Veneto continua a perdere suolo naturale e agricolo sotto la pressione di edifici, infrastrutture e nuove superfici artificiali. Nel 2025 la regione ha registrato 584 ettari di nuovo consumo di suolo lordo, mentre il bilancio al netto delle aree ripristinate resta negativo per 519 ettari. È quanto emerge dal nuovo rapporto Consumo di suolo, ecosistemi urbani e stato del territorio, pubblicato il 27 ottobre 2026 dal Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente (SNPA), con il contributo di ISPRA e delle agenzie ambientali regionali.
Il dato più significativo riguarda la quantità di territorio già trasformato: in Veneto l’11,87% della superficie regionale è coperto da superfici artificiali, contro il 7,19% della media italiana. Soltanto la Lombardia, con il 12,27%, presenta una percentuale superiore. La Campania segue con il 10,65%.
Non è soltanto una questione di paesaggio. La progressiva artificializzazione del territorio riduce le superfici disponibili per l’agricoltura, frammenta gli habitat naturali, limita l’infiltrazione dell’acqua piovana e contribuisce all’aumento delle temperature nelle aree urbane. In una regione esposta a eventi meteorologici intensi e con una pianura densamente urbanizzata, la perdita di suolo permeabile rappresenta anche un problema di sicurezza ambientale.
Veneto, il consumo di suolo torna ad accelerare
Il rapporto nazionale registra nel 2025 un’accelerazione significativa. In Italia sono stati trasformati in superfici artificiali 10.243 ettari, pari a oltre 102 chilometri quadrati. Dopo aver sottratto i 746 ettari interessati da ripristini, il consumo netto raggiunge 9.497 ettari: il valore più alto registrato dal 2012.
Il ritmo di trasformazione supera i tre metri quadrati al secondo. In altre parole, ogni giorno scompaiono più di 280 mila metri quadrati di superfici naturali o seminaturali.
Il Veneto contribuisce a questo bilancio con 584 ettari di nuovo consumo lordo e 65 ettari di ripristini. Il saldo netto è dunque pari a 519 ettari. La differenza tra consumo lordo e netto è importante: non tutte le superfici interessate dalle trasformazioni vengono impermeabilizzate in modo permanente, perché una parte riguarda cantieri e altre coperture potenzialmente reversibili. Ma il ripristino resta insufficiente a compensare le nuove trasformazioni.
Il quadro regionale conferma una criticità strutturale. La quota di suolo già artificializzato colloca il Veneto al secondo posto in Italia, in un contesto nazionale nel quale la crescita delle superfici costruite continua a superare nettamente la capacità di recuperare terreno alla natura.
Padova e Venezia, la pressione si concentra nella pianura urbanizzata
Per comprendere la portata del fenomeno bisogna scendere alla scala comunale. I dati comunali più recenti pubblicati da ARPAV, riferiti al 2024, mostrano una concentrazione particolarmente elevata del consumo di suolo nei principali centri urbani e nelle rispettive cinture metropolitane.
Padova è il comune veneto con la maggiore quota di territorio consumato: il valore riportato da ARPAV è pari al 50,33%. Significa che oltre metà della superficie comunale, al netto delle acque, risulta interessata da coperture artificiali. La pressione si estende ai comuni limitrofi, a partire da Noventa Padovana, dove la percentuale raggiunge il 44,57%, e da Albignasego, con il 34,95%.
Anche nell’area veneziana la situazione è particolarmente significativa. Nel comune di Venezia il suolo consumato raggiunge il 44,86% della superficie considerata. A Spinea la quota arriva al 43,33%, mentre Martellago si attesta al 36,90%.
Sono valori che descrivono un territorio nel quale gli spazi non urbanizzati sono sempre più frammentati e nel quale la distinzione tra città e campagna si è progressivamente attenuata. La dispersione insediativa, gli insediamenti produttivi e commerciali e le infrastrutture hanno contribuito a costruire una vasta area urbanizzata che interessa più province.
La pressione non riguarda soltanto Padova e Venezia. Nel Trevigiano, Treviso raggiunge il 39,84% di suolo consumato, Casier il 36% e Villorba il 31,77%. Nel Vicentino, Vicenza arriva al 32,39%. Verona, con il 28,97%, resta appena sotto la soglia del 30%, ma il fenomeno è evidente anche nei comuni confinanti, come San Giovanni Lupatoto, al 37,21%.
La distribuzione dei valori mostra che il problema non si esaurisce nei capoluoghi: investe intere cinture urbane e ampie porzioni della pianura veneta, dove la crescita degli insediamenti si è spesso sviluppata attraverso espansioni successive, non sempre accompagnate da un’effettiva riduzione delle superfici già urbanizzate.

Non soltanto nuove case: infrastrutture, capannoni e cantieri
Le dinamiche del consumo di suolo non possono essere ricondotte esclusivamente all’edilizia residenziale. Il territorio veneto è interessato da grandi opere infrastrutturali, attività produttive, insediamenti logistici e interventi che trasformano temporaneamente o permanentemente le superfici naturali.
Nell’edizione 2025 del rapporto regionale, relativa alle trasformazioni avvenute nel 2024, ARPAV aveva individuato tra gli interventi più rilevanti i cantieri della linea ferroviaria ad alta velocità Verona-Vicenza, le opere connesse all’aeroporto di Tessera e il progetto del Bosco dello Sport a Mestre. In quell’anno il consumo lordo regionale aveva raggiunto 730 ettari, con un saldo netto di 655 ettari.
I numeri dell’edizione 2026 mostrano una diminuzione rispetto a quel livello, ma non un’inversione di tendenza: il bilancio del 2025 rimane ampiamente negativo. Occorre inoltre distinguere le diverse tipologie di trasformazione. Un cantiere può determinare un consumo reversibile, se il terreno viene successivamente ripristinato. Un edificio, una strada o un piazzale impermeabilizzato producono invece una perdita di funzioni ecologiche più duratura. La distinzione è essenziale per valutare gli impatti, ma non cancella la necessità di verificare dove e quanto territorio venga trasformato.
La domanda da porsi, davanti a ogni nuovo intervento, è se sia davvero necessario occupare altro suolo oppure se esistano alternative: aree industriali dismesse, capannoni inutilizzati, edifici da recuperare e superfici già artificializzate che possono essere riqualificate.
Meno suolo permeabile, più rischi per acqua e biodiversità
Il consumo di suolo produce conseguenze che vanno oltre la superficie direttamente occupata. Un terreno naturale assorbe e trattiene acqua, sostiene la vegetazione, ospita organismi viventi e contribuisce alla regolazione del microclima. Quando viene asfaltato o coperto da edifici, queste funzioni si riducono o scompaiono.
La perdita di permeabilità può aumentare il deflusso superficiale durante le precipitazioni intense, aggravando la pressione sui sistemi di drenaggio e sui corsi d’acqua. La frammentazione degli habitat, inoltre, ostacola la continuità ecologica e riduce la capacità degli ecosistemi di adattarsi ai cambiamenti climatici.
Il nuovo rapporto SNPA sottolinea anche il legame tra artificializzazione e temperature urbane. Nel 2025, a livello nazionale, sono scomparsi 4.231 ettari di aree verdi e 320 ettari di copertura arborea. Nelle zone più impermeabilizzate, la temperatura del suolo può superare di oltre 10 gradi quella delle aree rurali circostanti, mentre una maggiore presenza di alberi può contribuire a mitigare il caldo.
Per il Veneto, dove vaste aree della pianura sono caratterizzate da una forte presenza di insediamenti, strade e superfici produttive, tutelare il suolo significa quindi affrontare contemporaneamente questioni di biodiversità, adattamento climatico e gestione dell’acqua.
La risposta non può essere soltanto limitare le nuove costruzioni
La legge regionale veneta 6 giugno 2017, n. 14, ha introdotto disposizioni per il contenimento del consumo di suolo, indicando l’obiettivo di arrivare al suo azzeramento entro il 2050 ma è rimasto tutto sulla carta. I dati SNPA mostrano però che la trasformazione del territorio continua e che la tutela delle superfici non ancora urbanizzate deve accompagnarsi a politiche concrete di recupero.
Il rapporto 2026 introduce un elemento importante: una prima mappatura nazionale delle aree potenzialmente utilizzabili per il ripristino della natura. A livello italiano sono stati individuati 212.327 ettari sui quali valutare interventi di rinaturalizzazione, oltre 35 mila dei quali riguardano aree pubbliche o prevalentemente gestite dal settore pubblico.
Il Veneto rientra tra le regioni con le maggiori disponibilità di superfici pubbliche urbane potenzialmente recuperabili e presenta anche un significativo potenziale per incrementare la copertura arborea nelle città. Non si tratta di trasformare indiscriminatamente ogni area libera in un parco. La mappatura individua superfici da valutare e non equivale a un obbligo di rinaturalizzazione automatica. Offre però agli enti locali uno strumento per individuare dove sia possibile rimuovere pavimentazioni, recuperare spazi verdi, migliorare la permeabilità del terreno e rafforzare la rete ecologica urbana.
Le amministrazioni potrebbero inoltre privilegiare il riuso degli edifici esistenti, il recupero dei siti produttivi dismessi, la rigenerazione dei quartieri e la concentrazione degli interventi nelle aree già urbanizzate. Per gli impianti energetici, la disponibilità di tetti e superfici artificializzate dovrebbe entrare sistematicamente nella valutazione delle alternative alle nuove occupazioni di suolo.
La sfida (già persa) per i Comuni veneti
Il quadro che emerge dal rapporto è chiaro: il Veneto parte da una condizione di forte artificializzazione e continua a perdere terreno, anche se il ritmo annuale varia in funzione delle opere e delle trasformazioni in corso.
I dati comunali mostrano che la pressione non è distribuita uniformemente. Padova, Venezia, Treviso e le loro cinture urbane presentano percentuali elevate di territorio già consumato. Altri centri della pianura e della fascia pedemontana condividono dinamiche di dispersione insediativa che rendono sempre più difficile conservare corridoi ecologici e superfici agricole continue.
Per invertire la rotta non basta quindi dichiarare l’obiettivo del consumo di suolo zero. Servirebbero scelte urbanistiche verificabili, bilanci trasparenti tra nuove trasformazioni e ripristini, una tutela effettiva dei terreni agricoli e naturali e investimenti nella rigenerazione delle aree esistenti.
Il suolo è una risorsa limitata, che si forma in tempi lunghissimi e non può essere considerata una superficie disponibile senza conseguenze. La sfida per i comuni veneti sarebbe quella di dimostrare che lo sviluppo può passare dal recupero di ciò che è già stato costruito, anziché dalla continua espansione sul territorio ancora libero. Servirebbe una radicale svolta ambientalista che ben poche amministrazioni comunali, per non parlare di quella Regionale, sono disposti a seguire.
Fonti ufficiali:
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