di Grazia Satta Ladu – Tenerlo su o buttarlo giù? Stiamo parlando del grattacielo di Ferrara recentemente devastato da un incendio con conseguente sgombero degli abitanti finiti in strada nell’indifferenza di un comune che non ha la minima idea di come gestire la situazione. Ora, nessuno mette in dubbio che il Grattacielo di Ferrara sia brutto, che abbia nel tempo creato problemi sociali, perché ne ha creato, che non richiami la struttura architettonica della città, una città così bella.
Tutto vero, anche se quando fu costruito qualcuno lo guardava con la speranza che questa realtà dalla perfezione delirante e forse immobile, potesse finalmente aprirsi al futuro. Costruito alla metà degli anni cinquanta, inaugurato nel 1958, fu un’occasione di ascesa economica di una piccola borghesia che incoraggiata dalla fine della guerra trovava nell’acquisto di un appartamento un sicuro investimento. Infatti lo abitarono impiegati, professionisti, insegnanti. Qualcuno si stabilì con uno studio legale e chi aveva avuto la fortuna di avere le finestre orientate verso la città, si godeva una vista strepitosa che includeva il Castello Estense.
I problemi arrivarono in seguito, non per colpa del palazzone, ma per il degrado che si era impadronito della zona. Un degrado che, forse chi non si è impegnato a gestire, pensava fosse ovvio nei pressi di una stazione ferroviaria, ma che in realtà così non dovrebbe essere e tanti paesi europei lo dimostrano. I vecchi proprietari che avevano negli anni migliorato il proprio status sociale, hanno lasciato gli appartamenti vendendoli o affittandoli. La situazione dell’area è diventata simile, dal punto di vista della sicurezza, alla ex famigerata piazzetta Verdi e al quartiere che si estende intorno a viale Krasnodar.
Nella sua esasperata bellezza, Ferrara crea delle isole da permanente quarantena in cui relega gli abitanti sospetti dal punto di vista sociale. Gli anni settanta ottanta e novanta hanno visto l’invasione della droga e del conseguente spaccio e i quartieri cosiddetti malfamati, ma in realtà colpevolmente abbandonati, sono stati invasi da spacciatori, o meglio gli spacciatori che giravano in queste zone erano una ovvietà per tutti, mentre nei quartieri alti erano ben mimetizzati e nessuno voleva vederli.
Negli anni novanta si sono aggiunti gli stranieri e per quei cittadini da tranquillo tran tran di provincia era veramente troppo. Quella che avrebbe potuto essere l’occasione per uno straordinario melting-pot ha rivelato un malcelato razzismo di gran parte dell’opinione pubblica. Il grattacielo ha cambiato identità tra affitti, subaffitti, affitti in nero, inquilini provenienti da tutto il mondo -si è contata la presenza di oltre trenta gruppi culturali differenti- ed ora è davvero caduto in disgrazia.
Anche le prostitute passeggiavano indisturbate e i cittadini per bene le caricavano nelle auto con la massima discrezione. Non stiamo a cercare le colpe di tutta le disgrazie, colpe che sono di tanti, non ultime di chi permette la ovvietà che ci siano quartieri ghetto in una città. Pattumiere che raccolgono l’immondizia della gente per bene. Il caso definitivo, quello che ha impedito l’ennesimo temporeggiamento, è esploso l’11 gennaio di quest’anno quando nella torre B, nel vano che ospita i contatori, è scoppiato un incendio.
Duecento abitanti sono stati evacuati, ci sono stati una ventina di feriti, 60 dei 159 appartamenti sono stati sgomberati, per gli altri la scadenza inizialmente prevista per il 5 febbraio è stata rimandata di qualche giorno. Tra le persone coinvolte ci sono molti bambini e persone anziane esposte al disagio in un inverno particolarmente inclemente. Il problema urgente da risolvere è dunque quello di sistemare, sperando solo provvisoriamente, i cittadini che sono state evacuati. È drammaticamente impellente farlo ed è assurdo perdere tempo scaricando le responsabilità di quanto sta accadendo srotolando vicende riguardanti le tante polemiche, fin dalla notte dei tempi
Brutto o no, il nostro grattacielo è un testimone storico di un’epoca, quella della rinascita post bellica in cui costruire tanto e velocemente era più importante della bellezza urbana, dell’armonia con l’ambiente e dell’attenzione al contesto sociale.
Forse per dare una soluzione si dovrebbe guardare con una sfida fiduciosa al futuro. La parola ecologia è veramente pertinente a proposito di questo problema e delle sue eventuali soluzioni. Tra tutte le alternative, forse la più drammatica è quella della sua demolizione e l’area da restituire al verde sarebbe veramente esigua. Sarebbe un segnale significativo per la città e non solo, se oltre alla messa in sicurezza degli impianti si intervenisse con l’installazione di muri vegetali e tetti verdi in modo da ridurre l’effetto “isola di calore” e purificare l’aria. Impianti fotovoltaici e soluzioni passive per ridurre il consumo energetico e tutti gli interventi di coibentazione possibili renderebbero il recupero del vecchio signore molto interessante.
Ma la vera sfida sarebbe quella di valorizzare le potenzialità sociali della comunità che li abiterà. Parte degli spazi potrebbe essere destinata ad alloggi accessibili o sociali, per famiglie a basso reddito, studenti, giovani coppie. Si potrebbero trovare soluzioni di co-housing con spazi condivisi che favoriscono le relazioni sociali. Al suo interno si potrebbero dedicare aree per centri culturali, coworking, incubatori di impresa. Si creerebbe vita all’interno di quello che, fino ad oggi, è visto come un triste angolo per le immondizie. Si potrebbero creare “laboratori urbani” dove cittadini e istituzioni si confronterebbero su progetti di sostenibilità, mobilità e innovazione sociale. Un laboratorio per il presente e il futuro.
I residenti potrebbero essere coinvolti in processi partecipativi per decidere regole di gestione, attività aperte alla collettività, favorendo il senso di appartenenza e la cura per gli spazi. La zona GAD che ospita da sempre eventi culturali, che ha una biblioteca attiva gestita da volontari, potrebbe arricchirsi di mostre, mercati agricoli, food hub sostenibili o laboratori di arte urbana.
Abitare la città, promuovere la valorizzazione di quartieri considerati degradati è ciò che stanno realizzando tante città europee. È ovvio che un progetto del genere dovrebbe coinvolgere tutta la città, riprendere in mano la questione delle case popolari, numerosissime e inutilizzate il cui numero supera i 600 appartamenti. Incrementare e curare le piste ciclabili e creare punti di sosta per bike sharing potrebbe aiutare la mobilità tra la stazione e il centro della città. Che bel biglietto da visita sarebbe per la città se all’uscita della stazione, anziché le camionette dell’esercito ci fosse uno spazio verde pulito e curato, luoghi in cui curiosare meravigliandoci dei volti e delle parlate diverse che qui si sono date appuntamento dal mondo.
EcoMagazine Osservatorio sui conflitti ambientali