
Il primo maggio, mentre in Italia si celebrava la Festa dei lavoratori, FAIR – Campagna Abiti Puliti ha lanciato a Milano il Manifesto per una transizione giusta nella moda. Nove principi, una visione: «un sistema della moda giusto, che antepone il benessere collettivo alla ricerca del profitto individuale» (abitipuliti.org). Non un altro testo sul «green fashion», ma un attacco frontale alla doppia ipocrisia che da vent’anni sostiene l’industria del fast fashion: il greenwashing ambientale e il social washing dei diritti del lavoro. Nella visione del manifesto i due piani non sono separati: ambiente e dignità delle persone che lavorano sono il medesimo problema, e si risolvono insieme o non si risolvono affatto.
Il documento, sottoscrivibile da organizzazioni, sindacati e movimenti sociali (manifesto@abitipuliti.org), arriva in una congiuntura precisa. L’Unione Europea ha pubblicato il 5 luglio 2024 la direttiva sul dovere di diligenza delle imprese ai fini della sostenibilità (CSDDD, 2024/1760), che gli Stati membri devono recepire entro il 26 luglio 2026. Il 27 marzo 2026 è scaduto il termine di recepimento della direttiva 2024/825 sul greenwashing (testo UE). Sulla carta, dunque, il quadro normativo si sta rafforzando. Sulla filiera reale, no.
I numeri del settore: chi paga davvero il prezzo
Il settore tessile-abbigliamento occupa nel mondo circa 75 milioni di persone, di cui il 75 per cento donne (Parlamento Europeo, dossier sull’impatto della produzione e dei rifiuti tessili). Solo 1,5 milioni – meno del 2 per cento – hanno salari adeguati e contratti formali con tutele effettive. La filiera è responsabile di circa il 10 per cento delle emissioni globali di CO₂, più di aviazione internazionale e shipping marittimo combinati, e di circa il 20 per cento dell’inquinamento idrico globale dovuto a tintura e finissaggio.
Il caso simbolo è il Bangladesh, secondo esportatore mondiale di abbigliamento. Il salario minimo per le persone che lavorano nelle fabbriche del ready-made garment è fermo a 12.500 taka al mese – circa 94 euro al cambio di aprile 2026 – dopo l’ultimo adeguamento di fine 2023. I sindacati chiedevano 23.000 taka. Secondo la Cornell University Global Labor Institute, questa cifra rappresenta il 38 per cento del salario dignitoso stimato per il paese (Cornell GLI, Waiting Game, febbraio 2025). La Asia Floor Wage Alliance lo quantifica intorno ai 547 dollari mensili.
«Tredici anni dopo il crollo del Rana Plaza, le persone che cuciono i nostri abiti continuano a guadagnare un terzo di quanto serve per vivere. Non è un problema di carenza di norme: le norme ci sono. È un problema di scelte politiche e di catene di fornitura disegnate per non vedere»
Clean Clothes Campaign, Bangladesh Minimum Wage, 2025
Il riferimento al Rana Plaza non è retorico. Il 24 aprile 2013, il crollo dell’edificio di otto piani a Savar, alle porte di Dacca, uccise 1.134 lavoratrici e lavoratori e ne ferì oltre 2.500. È il punto di non ritorno della consapevolezza globale: le marche internazionali (Benetton, Mango, Primark, El Corte Inglés tra le altre) producevano lì. Da quel giorno l’industria ha promesso autoriforma. I dati mostrano che, su salari e libertà sindacale, l’autoriforma non c’è stata.
La doppia bugia: greenwashing e social washing
Il manifesto Abiti Puliti distingue con chiarezza i due fronti dell’inganno e ne mostra il legame. Il primo è il greenwashing. Nel 2022 l’autorità norvegese per il consumo (Forbrukertilsynet) ha sanzionato H&M per le etichette della Conscious Collection: gli indicatori di sostenibilità – basati sull’Higg Materials Sustainability Index – sono stati giudicati ingannevoli. Lo strumento è stato sospeso dopo critiche di affidabilità da parte della Commissione Europea e di organismi indipendenti (Forbrukertilsynet). Nel 2025 l’antitrust francese (DGCCRF) ha multato Shein per 40 milioni di euro per pratiche commerciali ingannevoli legate a sconti fittizi (DGCCRF). Il modello produttivo di Shein parla da solo: 6.000 nuovi capi al giorno, ciclo medio idea-vendita di 25 giorni.
Il secondo è il social washing – l’audit sociale di filiera trasformato in macchina di legittimazione. Nel 2023 l’organizzazione investigativa Earthsight ha pubblicato Fashion Crimes – The European Brands Linked to Brazil’s Catastrophic Cotton (Earthsight), dimostrando che il cotone certificato Better Cotton Initiative – venduto come «sostenibile» da H&M, Zara e altre catene – proviene in larga parte dal gruppo brasiliano SLC, accusato di accaparramento di terre indigene, deforestazione del Cerrado e uso massiccio di pesticidi. Il principio 7 del manifesto è una risposta diretta a questo cortocircuito:
«Gli impegni volontari non limiteranno il potere incontrollato delle aziende, né garantiranno giustizia allə lavoratorə, solo norme globali forti»
Manifesto per una transizione giusta nella moda, principio 7

I limiti planetari e la riduzione dei volumi
I principi 5 e 6 del manifesto sono i più radicali e i meno accettati dall’industria: produzione entro i limiti planetari, riduzione dei volumi, fine dell’obsolescenza programmata. Sono in contraddizione con il modello di business del fast fashion (collezioni continue) e dell’ultra-fast fashion (Shein, Temu) che ha trasformato l’abbigliamento in un bene quasi monouso.
L’Unione Europea ha cominciato a muoversi. Il regolamento 2024/1781 (Ecodesign Sustainable Products Regulation, ESPR) vieta dal 19 luglio 2026 la distruzione di abbigliamento e accessori tessili invenduti per le grandi imprese, con estensione alle medie nel 2030 (testo UE). La Strategia UE per il tessile sostenibile e circolare (Comunicazione COM/2022/141) fissa per il 2030 obiettivi di durabilità, riparabilità e riciclabilità (EUR-Lex). Sono passi necessari, non sufficienti: il manifesto chiede di mettere in discussione la quantità complessiva di prodotto immesso sul mercato, non solo come si gestiscono gli scarti.
Il caso italiano: la filiera è anche qui
Pensare al fast fashion come a un problema dei paesi del Sud globale è un errore di prospettiva. Il distretto tessile di Prato – circa 8.000 imprese, in gran parte gestite da imprenditoria cinese – è da anni teatro di indagini per caporalato e sfruttamento. Tra il 2024 e il 2025 la Procura di Prato ha smantellato decine di laboratori clandestini con paghe da 2-4 euro all’ora e turni di 14-16 ore, condizioni abitative dei lavoratori dentro i capannoni, evasione contributiva sistemica. Le marche che si servono di questa subfornitura non sono solo cinesi: anche aziende italiane e francesi del pronto moda compaiono nelle filiere accertate.
Il dato si specchia in quello agricolo. Secondo il rapporto Agromafie e Caporalato dell’Osservatorio Placido Rizzotto della FLAI-CGIL (FLAI-CGIL), in Italia circa 230.000 persone lavorano sotto caporalato, di cui 55.000 in condizioni vicine alla schiavitù. Lo stesso meccanismo strutturale – esternalizzazione dei costi sui corpi più ricattabili, opacità delle catene di fornitura, certificazioni che non vedono – produce i jeans a 5 euro e il prosecco a 5 euro. Domenica 10 maggio 2026 il movimento Stop Pesticidi marcerà da Cison di Valmarino all’Abbazia di Follina, in provincia di Treviso, proprio per legare salute, biodiversità e dignità del lavoro agricolo. EcoMagazine ne parla nell’edizione del 3 maggio 2026.
La direttiva CSDDD: cosa cambia, cosa no
La direttiva 2024/1760 sul dovere di diligenza delle imprese – meglio nota come CSDDD – è il principale tassello del nuovo quadro normativo europeo. Obbliga le imprese a identificare, prevenire e mitigare gli impatti negativi delle proprie attività e delle catene del valore sui diritti umani e sull’ambiente. Sulla carta cambia il paradigma: non più impegni volontari ma obblighi giuridici, con responsabilità civile per i danni causati.
Tre i limiti che il manifesto Abiti Puliti denuncia:
- l’applicazione è graduale e parte dal 26 luglio 2027 solo per imprese con oltre 5.000 dipendenti e fatturato superiore a 1,5 miliardi di euro; nel 2028 si estende a quelle sopra i 3.000 dipendenti e 900 milioni; nel 2029 a quelle sopra i 1.000 e 450 milioni. Resta fuori il 99 per cento delle imprese tessili europee
- il pacchetto «Omnibus I» di febbraio 2025 ha indebolito ulteriormente gli obblighi, riducendo la frequenza delle valutazioni di impatto e limitando la responsabilità delle imprese committenti
- la direttiva non risolve da sola il nodo del salario dignitoso, che resta competenza nazionale dei paesi produttori
«Recepire la CSDDD nel modo più ambizioso possibile è il primo banco di prova politico per il governo italiano. Senza una legge nazionale forte, gli obblighi diventano carta bagnata»
Campagna Abiti Puliti, comunicato 1 maggio 2026
La finanza dietro la moda
C’è un piano che il manifesto tocca solo indirettamente, ma che EcoMagazine ha già documentato in altre inchieste: quello della finanza. Le grandi banche europee finanziano contemporaneamente le multinazionali del fast fashion e i settori che il manifesto chiede di superare – fossili, armi, agroindustria intensiva. La trama è la stessa raccontata nell’inchiesta Guerra in Iran, bollette e banche. L’azionariato critico, sostenuto in Italia da Fondazione Finanza Etica, è uno degli strumenti per spostare il rischio reputazionale sulle imprese committenti. Banca Etica e Etica Sgr applicano da anni filtri ESG che escludono produttori privi di garanzie sui diritti del lavoro lungo la filiera.

A Padova: Angoli di Mondo, il commercio equo e la cultura del riuso
Sul nostro territorio le pratiche alternative al fast fashion non sono un’astrazione. Angoli di Mondo, cooperativa sociale di Padova nata nel 1985 e nel 2026 composta da circa 100 persone volontarie e 30 lavoratrici e lavoratori, ha aderito al manifesto Abiti Puliti attraverso Equo Garantito, l’associazione italiana del commercio equo e solidale di cui è socia. Nella sua newsletter del 1 maggio la cooperativa scrive che il manifesto «risponde alle sfide più grandi del nostro tempo – cambio climatico, guerre, estrattivismo – basate tutte su una logica di sfruttamento delle risorse e delle persone a vantaggio di pochi».
Angoli di Mondo gestisce cinque punti vendita tra Padova e provincia, fra cui la sede storica di Riviera Tito Livio 46 e il mercatino dell’usato di Noventa Padovana, dove abbigliamento, oggetti e arredi rientrano in un circuito di Riuso che è anche progetto di inserimento socio-lavorativo per persone in difficoltà. Negli ultimi giorni di aprile 2026 le sue botteghe hanno ospitato la Fashion Revolution Week, la settimana annuale che dal 2014 chiede trasparenza sulle filiere tessili. Accanto al lavoro delle botteghe, a Padova si moltiplicano gli swap party – feste in cui ci si scambia abiti senza denaro – promosse da realtà di quartiere, gruppi informali e singole associazioni: pratiche piccole, ma che tengono i capi in circolazione e riducono il flusso dei rifiuti tessili (in Italia, secondo ISPRA, sono circa 187 mila tonnellate l’anno raccolte come rifiuto urbano). Il manifesto Abiti Puliti, sul punto, è esplicito: «vogliamo capi di abbigliamento liberi da sfruttamento e oppressione; la moda deve soddisfare tutte le nostre esigenze».
Cosa fare, oltre a non comprare Shein
Il manifesto si chiude con un principio che vale come programma politico: «la solidarietà è il filo che unisce chi produce e chi indossa i capi di abbigliamento». Non è un appello al consumo etico individuale – quello è una scorciatoia che il manifesto rifiuta – ma alla costruzione di una pressione collettiva sulle imprese e sui governi.
Per organizzazioni e collettivi, l’adesione formale al manifesto si fa scrivendo a manifesto@abitipuliti.org. Per le persone individuali, ci sono percorsi paralleli: comprare meno e meglio nelle botteghe del commercio equo e nei mercatini del riuso (a Padova, Angoli di Mondo e i suoi cinque punti vendita), partecipare a uno degli swap party che si tengono nei quartieri, sostenere i sindacati indipendenti dei paesi produttori (IndustriALL Global Union), pretendere dal proprio comune o ente l’adozione di clausole sociali nei bandi pubblici di forniture tessili.
C’è infine un punto culturale. La domanda «chi ha fatto i miei vestiti?» – slogan storico di Fashion Revolution – è meno innocua di quanto sembri. Implica che le filiere abbiano un volto, una geografia, un costo umano. Il manifesto Abiti Puliti propone di tenere insieme quel volto, quel costo e l’orizzonte ecologico. Non come due battaglie separate, ma come una sola.
Box: come firmare il manifesto e come muoversi a Padova
- Per organizzazioni, sindacati e collettivi: inviare email a manifesto@abitipuliti.org indicando nome dell’organizzazione, sito web e referente
- Manifesto integrale (PDF): scaricabile qui
- Kit di promozione (immagini, banner social): scaricabile qui
- Per restare aggiornati sulle campagne in corso: abitipuliti.org
- Botteghe del commercio equo e mercatini del riuso a Padova: angolidimondo.it
EcoMagazine Osservatorio sui conflitti ambientali