Il Mediterraneo bolle, il pianeta supera 1,5 °C e l’Italia è in prima linea
Il nuovo rapporto ONU considera ormai inevitabile lo sforamento della soglia di Parigi. Nel 2025 il 100% del Mediterraneo è stato interessato da forti ondate di calore marine. E oltre metà del bacino ha raggiunto livelli severi o estremi.

Il limite degli 1,5 °C di riscaldamento globale fissato dall’Accordo di Parigi è ormai acqua passata. Non è più soltanto “uno degli scenari possibili” da evitare a tutti costi ma, come spiega il nuovo rapporto Limiting Overshoot, ma un traguardo “ampiamente considerato inevitabile”. Lo studio curato dall’UNEP – L’United Nations Environment Programme, la principale autorità ambientale globale all’interno del sistema delle Nazioni Unite – è stato pubblicato il 2 settembre.
Nello scenario più ottimistico previsto dal rapporto, il riscaldamento raggiungerebbe comunque un picco di circa 1,8 °C rispetto all’epoca preindustriale. Negli altri scenari il picco sarebbe superiore ai 2 °C. E ogni frazione di grado conta.
Il Mediterraneo è già in prima linea
Per l’Italia, un un decimo di grado in più o in meno, non è una questione da poco. Il Mediterraneo infatti uno degli epicentri della crisi climatica. I dati più recenti di Copernicus – il pogramma europeo di osservazione e monitoraggio della Terra – raccontano un mare che sta cambiando rapidamente. Nel 2025 la temperatura media superficiale del Mediterraneo ha raggiunto 21,35 °C, la seconda più elevata mai registrata, appena sotto il record del 2024, quando si arrivò a 21,50 °C. Rispetto alla media 1991- 2020, il Mediterraneo nel 2025 è stato 1,03 °C più caldo.
Ma il dato forse più impressionante riguarda le cosiddette ondate di calore marine. Nel 2025, l’intero mar Mediterraneo ha sperimentato almeno un giorno di forte ondata di calore marina. È accaduto anche nel 2023 e nel 2024. Non si tratta quindi più di fenomeni occasionali confinati a determinate zone del bacino: negli ultimi tre anni. E nel 2025 oltre la metà del Mediterraneo, il 51% per la precisione, ha sperimentato condizioni di ondata di calore marina definite “severe o estreme”. Nel 2024 era stato addirittura il 65%.
Un mare più caldo per un’Italia più esposta
Il mare non è un semplice termometro della crisi climatica. La sua temperatura influenza direttamente l’atmosfera. Acque più calde significano maggiore evaporazione e maggiore quantità di energia disponibile nell’atmosfera. Le temperature marine elevate possono quindi contribuire a rendere più intense le ondate di calore sulla terraferma e alimentare condizioni favorevoli a precipitazioni molto intense e a fenomeni estremi.
E gli effetti non riguardano soltanto il clima. Le ondate di calore marine stanno modificando habitat, specie, biodiversità e attività di pesca. Copernicus segnala, per esempio, gli effetti delle temperature marine estreme sulle praterie di fanerogame del Mediterraneo, ecosistemi fondamentali per la biodiversità e la protezione delle coste.
L’Europa si scalda più rapidamente
Il Mediterraneo non è un’eccezione isolata. L’Europa è oggi, come l’ha definito il rapporto, il continente che si riscalda più rapidamente. Nel 2025 almeno il 95% del continente ha registrato temperature annuali superiori alla media.
In questo stesso anno, si legge nello studio: la superficie europea interessata dagli incendi ha raggiunto circa 1.034.550 ettari, il valore più alto mai registrato; il 70% dei fiumi europei ha avuto portate inferiori alla media; a marzo la superficie coperta dalla neve era 31% inferiore alla media; la temperatura superficiale dei mari europei ha raggiunto il record storico. Quest’ultimo elemento è particolarmente importante per un Paese come l’Italia, stretto tra Mediterraneo, Alpi e Appennini.
Allarme sulle Alpi
Nel marzo 2025 la superficie europea coperta dalla neve era inferiore alla media di circa 1,32 milioni di chilometri quadrati: un’area equivalente, complessivamente, a quella di Francia, Italia, Germania, Svizzera e Austria. Meno neve significa anche meno acqua immagazzinata naturalmente durante l’inverno e disponibile nei mesi successivi.
Questo dato rende particolarmente delicato il futuro del sistema idrico italiano: temperature più alte aumentano la domanda di acqua proprio mentre siccità, fusione della neve e alterazione delle precipitazioni rendono più incerta la disponibilità della risorsa.
Siamo condannati?
Non è solo una condanna: il rapporto dell’ONU lascia aperta una porta alla speranza. Superare 1,5 °C “non significa che tutto sia perduto”, si lega nel testo. L’UNEP propone un percorso che definisce di “overshoot, peak and decline”. Cioè superare temporaneamente la soglia, limitare il più possibile il picco e quindi riportare progressivamente la temperatura verso 1,5 °C.
Ma per riuscirci servono tagli immediati e sostenuti alle emissioni, compresa una forte riduzione del metano, fino ad arrivare a emissioni nette zero e, successivamente, a emissioni nette negative. La rimozione della CO₂ dall’atmosfera può contribuire, si legge, “ma non può sostituire la drastica riduzione delle emissioni”. Bisogna agire subito: “Ogni decimo di grado che riusciremo a evitare conta” perché più alto sarà il picco e più a lungo resteremo sopra 1,5 °C, maggiori saranno i rischi di superare punti di non ritorno e limiti oltre i quali l’adattamento potrebbe non essere più sufficiente”.
Basta alibi!
Il superamento degli 1,5 °C non può diventare un alibi per considerare ormai inevitabile qualsiasi scenario futuro e giustificare l’inazione. Al contrario, è proprio nei prossimi anni che la differenza tra 1,6, 1,8, 2 o 2,5 °C diventa decisiva. Come sottolinea Simona Abbate, portavoce della campagna Clima di Greenpeace Italia, commentando il rapporto UNEP: “Il superamento della soglia degli 1,5 °C è una notizia che nessuno di noi avrebbe voluto apprendere, ma non è un motivo per arrendersi, né per rinunciare all’obiettivo: ogni frazione di grado conta e il rapporto dell’UNEP deve rappresentare, ora più che mai, un richiamo decisivo all’azione. Non c’è altra strada. I governi devono accelerare la transizione e riconoscere le responsabilità delle aziende del petrolio e del gas”.