A Padova i conti del clima che la guerra non paga
Alla Sala Comboniani di Padova, il 28 ottobre, Stefania Divertito e Lennard de Klerk hanno messo in fila i numeri: quattro anni di guerra in Ucraina hanno prodotto 311 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, pari alle emissioni annuali della Francia. In tempo di pace, gli eserciti mondiali emettono il 5,5% dei gas serra globali. Nessuno li conta.
«Ha senso parlare di clima quando esiste una guerra?» Con questa domanda Daniele Pernigotti, CEO di Aequilibria e moderatore della serata, ha aperto il 28 ottobre 2026 un nuovo appuntamento dei «Dialoghi sul clima» alla Sala Comboniani di via San Giovanni di Verdara a Padova.
Dal Protocollo di Kyoto alla difesa esente
Stefania Divertito, giornalista e autrice di «Guerra e clima. L’ecocidio che distrugge la Terra» (Il Saggiatore, 2026), ha ricostruito la storia dell’esenzione militare dalla contabilità climatica. Nel 1997, ai lavori preparatori del Protocollo di Kyoto, la delegazione statunitense ha lavorato per ottenere l’esclusione delle forze armate da ogni rendiconto. Documenti diplomatici declassificati mostrano che John Kerry – poi inviato speciale per il clima col governo Biden – celebrava il risultato come un successo. Con gli Accordi di Parigi del 2015, agli eserciti è stato formalmente chiesto di rendicontare le emissioni. Su base volontaria.
«Tutte le industrie devono fare il bilancio di sostenibilità, dichiarare le emissioni, tracciare una traiettoria verso il net zero, tutte le industrie tranne una, quella della difesa.»
Stefania Divertito, giornalista, autrice di «Guerra e clima», dichiarazione ai «Dialoghi sul clima», Padova, 28 ottobre 2026
«Dal 2015 al 2026 quanti eserciti hanno fatto questa contabilità, chiaramente nessuno», ha aggiunto Divertito.
I numeri della guerra in Ucraina
Lennard de Klerk coordina l’Initiative on GHG Accounting of War. Nel 2022, mentre ospitava rifugiati ucraini in Ungheria, ha cominciato a calcolare quante emissioni produce una guerra. Il rapporto quadriennale pubblicato il 20 febbraio 2026 ha risposto: 311 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente nei quattro anni tra febbraio 2022 e febbraio 2026. La cifra, ha spiegato de Klerk (intervento in inglese, traduzione di Pernigotti), è pari alle emissioni annuali della Francia.
Le quattro voci principali del conto:
- Operazioni militari: 114 MtCO₂e
- Incendi e distruzione di foreste: 70 MtCO₂e
- Deviazioni del traffico aereo civile: circa 30 MtCO₂e
- Ricostruzione futura: 73 MtCO₂e
I dati satellitari documentano in media 80 volte più incendi in Ucraina rispetto ai periodi pre-guerra. I voli da Londra a Tokyo si sono allungati di circa un’ora per aggirare lo spazio aereo chiuso. La guerra a Gaza ha prodotto 33 milioni di tonnellate in 15 mesi, con l’80-90% imputabile alla futura ricostruzione.
In tempo di pace, il conto cresce
Secondo la ricerca SGR/CEOBS del novembre 2022, le forze armate mondiali emettono il 5,5% dei gas serra globali anche senza guerreggiare, includendo catene di fornitura, produzione di armamenti e infrastrutture. Come emettitore ipotetico, il settore militare si collocherebbe al quarto posto mondiale – dopo Cina, Stati Uniti e India, davanti alla Russia.
Con la NATO orientata verso una spesa militare al 3,5% del PIL, de Klerk ha presentato a Padova i risultati preliminari di uno studio ancora in fase di revisione scientifica, che prevede di pubblicare su The Lancet: nello scenario in cui NATO e resto del mondo raddoppiano le spese militari, le emissioni potrebbero consumare l’80% del carbon budget residuo compatibile con 1,5 °C di riscaldamento. De Klerk aveva già portato questi dati preliminari a una conferenza della NATO in Canada a metà ottobre 2026.
«I politici che parlano di difesa e sicurezza non si confrontano con quelli che parlano di clima.»
Lennard de Klerk, ricercatore, Initiative on GHG Accounting of War, dichiarazione ai «Dialoghi sul clima», Padova, 28 ottobre 2026 (intervento in inglese)
Sentinelle e poligoni
Divertito ha descritto le reti di monitoraggio ambientale attive nelle zone di guerra: in Ucraina, i cittadini caricano prove fotografiche su piattaforme digitali nell’ottica di futuri risarcimenti; il Consiglio d’Europa ha istituito un Registro dei danni. A Gaza esiste persino un museo dei danni ambientali, per conservare la memoria di ciò che esisteva prima. Sulla Sardegna è stata diretta: il sud dell’isola ospita da settant’anni i due più grandi poligoni militari d’Europa.
EcoMagazine ha già documentato il nodo della contabilità delle emissioni militari. Il disarmo come leva climatica è al centro del libro di Francesco Vignarca, recensito nella rubrica Eco libri.
Il conto di chi ricostruirà
A chi andrebbero i risarcimenti russi quando arriverà un negoziato di pace? De Klerk ha delineato tre ipotesi per l’Ucraina: rimboschimento, ricostruzione verde, contribuzione al fondo Loss and Damage dell’ONU per i paesi più vulnerabili al clima. Nessuna è semplice, ha osservato: i danni superano di gran lunga i fondi che potranno mai arrivare.
De Klerk ha chiuso il proprio intervento (in inglese) su due livelli di soluzione: tecnica e politica. Quella tecnica – biofuel e carburanti sintetici – non basterà mai da sola. Ha concluso osservando che la difesa dovrebbe fare solo difesa e non attaccare: è lì, ha detto in inglese, che il movimento per la pace può avere un ruolo.
I tre conflitti calcolati da de Klerk – Ucraina, Gaza e Iran – sommati fanno lo 0,2% delle emissioni mondiali. Le guerre in corso nel mondo sono sessanta, ha ricordato Pernigotti. E gli eserciti sono ancora esenti da qualsiasi bilancio climatico.