«Ne consumiamo 19, ne buttiamo via 16»: fast fashion e rifiuti tessili a Padova
In Europa si acquistano in media 19 kg di tessili a persona ogni anno e se ne buttano 16. Il 60-70% delle fibre è sintetico, il settore genera il 35% della domanda globale di PFAS. I dati presentati a Padova da Giacomo Arrigo Pieretti di EuCliPa.IT.
Diciannove chilogrammi di tessili acquistati ogni anno. Sedici buttati via. Sono i numeri dell’europeo medio che Giacomo Arrigo Pieretti, ingegnere ambientale del Comitato scientifico di EuCliPa.IT (associazione degli ambasciatori italiani del Patto europeo per il clima), ha portato a Padova il 30 ottobre 2026 nell’incontro «La polvere sotto il tappeto. Impatti e prospettive sulla sostenibilità del settore tessile», organizzato dall’UCID, Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti, di Padova. Dietro quelle due cifre si nasconde una catena di impatti sul clima, sull’acqua e sugli inquinanti più persistenti.
Una valigia di tessili, dodici di impatto
«Ne consumiamo 19, ne buttiamo via 16» ha aperto Pieretti. La differenza tra ciò che si acquista e ciò che si smaltisce è quasi irrilevante: la filiera tessile si è avvicinata al modello usa-e-getta.
L’impatto di quella valigia annuale supera di molto il peso dei vestiti. Ha ricordato Pieretti citando i dati dell’Agenzia europea dell’ambiente: «Quei 19 kg, quella valigia di tessili che noi ci portiamo a casa ogni anno, ha un impatto di circa 300 kg, 12 o più valigie» – in termini di CO2 equivalente. Pieretti ha ricordato che ognuno emette circa 5 tonnellate di CO2 l’anno: i tessili ne assorbono una quota rilevante.
Il quadro degli impatti, illustrato da Pieretti, è questo:
- Clima: circa 300 kg di CO2 equivalente l’anno per abitante, solo per la quota tessile
- Acqua: il consumo idrico legato ai tessili equivale a oltre 11 anni di acqua potabile bevuta da una persona (2.700 litri per produrre una singola maglietta)
- PFAS: il settore tessile genera il 35% della domanda globale di sostanze perfluoroalchiliche
- Composizione: il 60-70% delle fibre è sintetico, derivato dal petrolio e difficilmente riciclabile a fine vita
Sul capitolo PFAS Pieretti è stato esplicito: «Secondo sempre dati europei, il 35% della domanda globale di PFAS, quindi sostanze perfluoroalchiliche, sono legate al settore del tessile» e «le etichette non ci dicono praticamente nulla sul contenuto di PFAS dei nostri tessuti che quindi continuiamo ad indossare e a commercializzare senza una vera trasparenza […]».
Il conto lo pagano tutti i cittadini
In Europa la raccolta differenziata dei tessili è obbligatoria dal 1° gennaio 2025, l’Italia l’ha anticipata al 1° gennaio 2022 (d.lgs. 116/2020). Il nodo irrisolto è chi finanzia il sistema. I meccanismi di responsabilità estesa del produttore – quei consorzi che in altri settori come l’imballaggio in plastica obbligano i produttori a coprire i costi del fine vita dei loro prodotti – per i tessili saranno obbligatori in Europa entro aprile 2028, ha ricordato Pieretti. In Italia si attende ancora il decreto attuativo.
Nel frattempo il costo della raccolta ricade sulle tariffe comunali. «I 200 euro tonnellata necessari per raccogliere questi rifiuti tessili in modo differenziato, su chi ricadono? Ovviamente sui cittadini attraverso la tariffa dei rifiuti.»
«Il costo per gestire questa filiera ad oggi cade in modo indifferenziato su tutti i cittadini, sia sul cittadino che acquista tanti prodotti tessili che diventano rifiuti, ma anche in quei cittadini che non comprano i rifiuti ma che comunque devono per forza pagare la tariffa dei rifiuti.»
Giacomo Arrigo Pieretti, Comitato scientifico EuCliPa.IT, Padova, 30 ottobre 2026
Il decreto in elaborazione sembra prevedere un contributo ambientale a carico dei produttori di circa 250 euro per tonnellata, ha riferito Pieretti. Un valore al momento indifferenziato, che non tiene conto della qualità del tessile prodotto né della sua riciclabilità. Pieretti si aspetta che, come avviene per carta e plastica, si differenzi in funzione delle scelte del produttore.
Il Manifesto per una transizione giusta nella moda della Campagna Abiti Puliti (sezione italiana della Clean Clothes Campaign), pubblicato il 1° maggio 2026, fra i suoi nove principi afferma: «Le aziende sono responsabili dei danni che causano» (principio n. 7). EcoMagazine ne ha già scritto a maggio.
All’assemblea 2025 di Inditex, gruppo proprietario di Zara, Fundación Finanzas Éticas e Mandarine Gestion – della rete di azionisti Shareholders for Change – hanno votato contro la relazione di sostenibilità. Le emissioni da trasporto e distribuzione nel 2024 erano a 2,6 milioni di tonnellate di CO2 equivalente, il 10% in più rispetto all’anno precedente, spinte dal trasporto aereo: quasi il 20% dell’impronta climatica di un capo Zara. H&M si ferma sotto l’1% dei volumi via aereo. Gli azionisti critici hanno chiesto un piano di uscita dal trasporto aereo.
L’Europa raccoglie, ma non sa dove mettere
La raccolta differenziata cresce, ma la capacità di trattamento non regge. «Noi abbiamo un deficit di capacità di trattamento a valle della raccolta del rifiuto tessile che si attesta intorno al 20% secondo, ancora una volta, le stime dell’Agenzia Europea per l’Ambiente» ha ricordato Pieretti. Il risultato è l’esportazione verso Africa e Asia: tra il 2000 e il 2019 i flussi in uscita dall’UE sono triplicati. Fuori dai confini europei, ha precisato, «perdono ogni tipo di tracciabilità».
I punti di arrivo emergono dai dati citati da Pieretti: nel mercato della capitale del Ghana «ogni settimana arrivano 6,5 capi ogni abitante». Nel deserto di Atacama, in Cile, secondo le stime citate da Pieretti ci sarebbero oltre 100.000 tonnellate di scarti tessili accumulati, visibili persino dal satellite.
Nel Vicentino è in corso una risposta sperimentale: un progetto pilota finanziato dal programma europeo Interreg Italia-Austria ha avviato a Bassano del Grappa, dal 24 settembre 2026, la sperimentazione con press container per monitorare e caratterizzare la composizione reale del rifiuto tessile raccolto. L’obiettivo, ha spiegato Pieretti, è acquisire dati su cui mancano ancora stime affidabili.
A Padova spariscono i contenitori per gli abiti usati
Il giorno della serata, il Comune di Padova e AcegasApsAmga hanno esteso a tutta la città, quartiere per quartiere, la rimozione dei contenitori stradali per la raccolta degli abiti usati. La decisione era stata annunciata il 31 marzo 2026: a Padova erano presenti 144 contenitori, con 602.212 kg conferiti nel 2024 e 680.136 nel 2025.
Le cause indicate dal Comune sono le stesse citate da Pieretti: fast fashion con capi a basso costo e fibre miste difficili da riciclare, impianti di trattamento saturi, mercati internazionali dell’usato in difficoltà. Ai contenitori si aggiungevano abbandoni di ingombranti e rifiuti indifferenziati.
«L’industria del fast fashion infatti dimostra sempre più la sua intrinseca insostenibilità e l’altissimo impatto ambientale, dalla produzione fino al momento del riciclo che, per scarsa qualità dei materiali, spesso risulta impossibile» ha dichiarato l’assessore all’ambiente Andrea Ragona.
La sperimentazione era partita da metà aprile nel Quartiere 3. Le alternative per i padovani sono i Centri di Raccolta AcegasApsAmga e il ritiro a domicilio gratuito al numero verde 800 955 988.
La complessità non è un alibi
Avviandosi alla conclusione, Pieretti non ha usato giri di parole.
«[…] la complessità del tema non deve essere una giustificazione per rimanere inattivi, inerti […] Approcciare criticamente un tema che riguarda le scelte di vita quotidiana e che può avere un impatto, una fetta importante del nostro impatto sull’ambiente.»
Giacomo Arrigo Pieretti, Comitato scientifico EuCliPa.IT, Padova, 30 ottobre 2026
«I comportamenti individuali contano» ha aggiunto, indicando come alternativa concreta comprare meno e investire sulla qualità e sulla durata del prodotto.