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Rifiuti come combustibile nei cementifici: col decreto Ambiente-bis non serve più l’autorizzazione

Il decreto-legge in vigore dal 9 ottobre declassa a modifica «non sostanziale» la sostituzione dei combustibili con il CSS: niente nuova autorizzazione, silenzio-assenso in quarantacinque giorni, limiti di emissione prorogati al 2030 e interventi dichiarati di «pubblica utilità». Comitati, medici dell’ambiente e alcuni Comuni hanno portato un dossier in Parlamento.

Dal 9 ottobre è in vigore il decreto-legge 8 ottobre 2026, n. 177, il cosiddetto «Ambiente-bis», che il governo presenta come una spinta all’economia circolare e alle bonifiche, con 200 milioni per la Terra dei Fuochi. Dentro il testo, però, c’è una norma che riaccende uno scontro mai sopito: le regole sulla combustione dei rifiuti nei cementifici.

L’articolo 4 interviene sul combustibile solido secondario (CSS), il materiale ricavato dai rifiuti, in buona parte plastiche, che le cementerie bruciano al posto del carbone e del coke di petrolio. Da ora sostituire i combustibili tradizionali con il CSS «non costituisce modifica sostanziale» dell’Autorizzazione integrata ambientale (AIA) a due condizioni: che non aumenti la capacità produttiva autorizzata e che restino rispettati i limiti di emissione. In pratica non serve più una nuova autorizzazione: basta una comunicazione all’autorità competente e, se questa non risponde entro quarantacinque giorni, l’azienda «può procedere comunque». Un comma aggiuntivo stabilisce inoltre che questi interventi «sono considerati di pubblica utilità, indifferibili e urgenti». Una disposizione collegata proroga dal 31 dicembre 2026 al 31 dicembre 2030 la disciplina speciale sui quantitativi di CSS impiegati.

Non è una rottura improvvisa, ma l’ultimo passo di una linea che viene da lontano: la qualifica del CSS come modifica «non sostanziale» risale al decreto ministeriale del 2013 ed era già stata ampliata dal cosiddetto decreto Semplificazioni del 2021 (l’articolo 35 del decreto-legge 77), che il nuovo provvedimento va a modificare.

Il governo rivendica la scelta. Il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto parla di un intervento «su alcuni dei principali nodi dell’azione ambientale del Paese», con «regole efficaci, tempi certi e capacità di realizzare gli interventi». Sulla stessa linea l’industria del cemento, che da anni chiede che la sostituzione del coke con il CSS sia equiparata a quella di un combustibile tradizionale.

Sul fronte opposto si è mosso un cartello di comitati e medici. Un dossier intitolato «Impiego di rifiuti e materiali derivati nella produzione del cemento: criticità ambientali, regolamentari e sanitarie», firmato dal Comitato popolare «Lasciateci respirare», dal comitato «E Noi?», da NOCSS Gubbio, dal Coordinamento Civico Ambiente e Salute e da ISDE-Medici per l’ambiente, è stato trasmesso alla Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti.

Il cuore dell’obiezione riguarda l’aria e la salute. Secondo il dossier, i cementifici operano con limiti per gli inquinanti gassosi più larghi di quelli imposti agli inceneritori veri e propri, mentre l’estrema variabilità del rifiuto rende difficile garantire tracciabilità e controlli; la tecnica del «by-pass del cloro», usata per tenere le diossine fuori dal prodotto, finirebbe per convogliarle verso il camino. C’è poi il nodo del clima e del riciclo. Bruciare la plastica come combustibile, sostiene il documento, conviene economicamente più che riciclarla: così gli impianti di riciclo rallentano e la plastica incenerita va sostituita con materia nuova, prodotta dal petrolio. Non solo: con il progressivo venir meno delle quote gratuite di anidride carbonica del sistema ETS europeo, le cementerie avrebbero un incentivo a compensare i costi bruciando rifiuti anziché riducendo le emissioni. I dati del consorzio nazionale Corepla confermano che una quota rilevante delle plastiche non riciclabili, il cosiddetto Plasmix, viene già avviata ai cementifici come combustibile: nel 2025 il recupero energetico gestito dal consorzio ha superato le 540.000 tonnellate.

Il dossier porta tre casi concreti. A Galatina, in provincia di Lecce, i contributi di ARPA e ASL alla valutazione di impatto sanitario per il rinnovo dell’AIA del cementificio Colacem indicano, nello scenario di emissioni autorizzato, un rischio cancerogeno oltre la soglia di accettabilità per arsenico e cromo esavalente; con le emissioni reali, invece, i valori resterebbero sotto i limiti. L’azienda respinge l’allarme e sostiene che non vi sia alcun rischio per la salute. A Gubbio, dove due cementifici convivono con la città, il dossier cita una ricerca sui bambini più esposti che segnalerebbe effetti genotossici precoci, un dato ancora da consolidare nella pubblicazione scientifica definitiva. A Monselice, nel Padovano, l’impianto si trova dentro il perimetro del Parco regionale dei Colli Euganei, in area protetta Natura 2000 e Riserva della Biosfera MAB UNESCO: secondo i comitati l’articolo 19 del Piano ambientale del Parco lo qualifica come incompatibile con l’area protetta, e i contenziosi sull’aggiunta di materiali da rifiuto si trascinano dal 2016.

Il decreto è già operativo, ma dovrà essere convertito in legge dal Parlamento entro il 7 dicembre. È in quel passaggio che la partita, tra chi lo considera una semplificazione necessaria e chi una liberalizzazione mascherata, tornerà a giocarsi.

Fabio Temporiti

Consulente informatico di professione, aspirante pubblicista ambientale per vocazione. Scrive per EcoMagazine di conflitti ambientali, energia, acqua, aria e territorio nel Veneto, cercando di raccontare quello che chi dipende dalla pubblicità non può raccontare. Affascinato dal lupo e sensibile alle lontre.