Dal Pedro i dati dell’estate più calda: 58 notti tropicali in Arcella
Il progetto Climattivamente ha registrato 32 giorni sopra i 35°C e 58 notti tropicali in Arcella: i dati presentati al CSO Pedro il 10 ottobre aprono la settimana verso l’assemblea del 16 ottobre al Parco Prandina.
Cinquantotto notti tropicali in Arcella contro 38 nella zona agricola del Basso Isonzo, a pochi chilometri. La differenza – venti notti in più senza che il corpo potesse recuperare dallo stress termico del giorno – è al centro dell’assemblea pubblica che il gruppo ambiente del CSO Pedro di Padova ha tenuto sabato 10 ottobre 2026, nel mercato dei piccoli produttori locali che si svolge ogni sabato mattina al centro sociale. I dati del progetto di monitoraggio indipendente Climattivamente hanno aperto una discussione su calore, consumo di suolo, ozono e la questione dei PFAS nella falda del sito dell’inceneritore sollevata in assemblea: i temi che il Pedro vuole portare all’assemblea del 16 ottobre al Parco Prandina.
Un’estate da record, quartiere per quartiere
I numeri vengono da una rete di quasi dieci centraline meteoclimatiche installate nei quartieri di Padova, con l’obiettivo di misurare le differenze di microclima tra zone densamente edificate e aree verdi. Il confronto racconta un’estate 2026 che per l’Europa occidentale è stata la più calda dal 1850 – un continente che si scalda al doppio del ritmo medio globale, già a 2,5°C contro 1,5°C di media mondiale.
Dalla centralina installata in Arcella, in via Ticino, i dati dell’estate 2026:
- Notti tropicali (temperatura minima sopra i 20°C): 58 in Arcella, 38 al Basso Isonzo (area agricola)
- Giorni con massima oltre i 35°C (giugno-agosto): 32 in Arcella, 16 a Legnaro
- Giorni consecutivi con massima sopra i 35°C: 11 in Arcella, 4 a Legnaro
- Isole di calore mappate da satellite: 6 (zona industriale, Stanga, Fiera, Arcella, ex aeroporto, centro)
«La mattina quando a giugno, luglio, agosto ci svegliavamo stanche era questo il mondo: non era il tanto caldo di giorno il motivo, era che di notte la temperatura non scendeva.»
dall’assemblea al CSO Pedro, 10 ottobre 2026
Le isole di calore non colpiscono tutti allo stesso modo. L’Arcella e la Stanga concentrano anziani, bambini piccoli e famiglie a basso reddito – quelle che non possono permettersi di spostarsi in estate. Il condizionatore, sottolineano i dati presentati, scarica calore verso l’esterno e aggrava l’isola di calore invece di risolverla. Per questo chi cura il monitoraggio parla di «mappa della giustizia climatica» in città: prima di ragionare su rifugi climatici, bisogna sapere chi vive dove.
Metà di Padova è cemento
Il consumo di suolo è la causa strutturale delle isole di calore: per ogni 10% di suolo cementificato la temperatura media sale di 0,3°C. Secondo i dati ISPRA presentati in assemblea, l’Italia ha superato il 7% di suolo consumato (media UE: 4,4%); il Veneto è la seconda regione italiana, con una crescita che porta la superficie impermeabilizzata da 64 km² nel 2023 a circa 78,5 km² nel 2025. A Padova, il 50% del suolo urbano – circa 23 km² – è già impermeabile.
«È una falsa narrazione», ha detto chi ha illustrato i dati, riferendosi alla campagna di depavimentazione portata avanti dal Comune: depavimentare qualche migliaio di metri quadri mentre altrove si consumano ettari interi per poli logistici non è un bilancio. Il suolo impiega almeno 20 anni per recuperare le proprie funzioni ecosistemiche, e la cementificazione è considerata quasi irreversibile.
L’unica centralina ARPAV di riferimento per Padova è a Legnaro, fuori dall’area urbana. È per colmare questo vuoto di dati che Climattivamente ha costruito la propria rete, aperta fino a ottobre-novembre alla partecipazione della cittadinanza.
Ozono quasi raddoppiato, PFAS nella falda
Patrizia Corrà, di ISDE (Medici per l’Ambiente) di Padova – di cui EcoMagazine ha già raccontato l’indagine sui metalli pesanti nelle unghie dei bambini – ha portato i dati sull’ozono: nell’estate 2026 a Padova si sono contati 64 giorni di superamento del limite di attenzione (120 µg/m³), contro i 35 dell’estate precedente – quasi il doppio. L’ozono si forma d’estate per l’azione del sole su azoto e polveri; è un gas irritante per occhi, naso e gola, con effetti più gravi su bambini e persone con patologie respiratorie.
Sul fronte dell’inceneritore, i dati presentati in assemblea sono preoccupanti. Durante gli scavi per la quarta linea dell’impianto padovano sarebbero stati rilevati nell’acqua di falda del sito metalli pesanti e sostanze perfluorurate (PFOA e PFOS) in concentrazioni che gli attivisti indicano come superiori ai limiti di legge.
«Gli inceneritori sono dei diffusori […], perché bruciano i rifiuti e i nostri rifiuti contengono abbondantemente queste sostanze, che non vengono disattivate col calore. […] In questi monitoraggi ci sono le diossine, ci sono i soliti inquinanti, ma i PFAS non ci sono.»
Patrizia Corrà, di ISDE (Medici per l’Ambiente) di Padova, assemblea al CSO Pedro, 10 ottobre 2026
Secondo quanto riferito in assemblea, i monitoraggi ambientali prescritti dalla Regione per la quarta linea non includerebbero le sostanze perfluorurate. Secondo la rilettura presentata in assemblea, il piano di azione per l’energia sostenibile del Comune (PAESC) sottostimerebbe le emissioni: considererebbe solo i rifiuti conferiti da Padova (circa 45.000-50.000 tonnellate nel 2024), mentre l’impianto ne brucerebbe 160.604, raccogliendo rifiuti da tutto il Veneto. Una differenza che gli attivisti quantificano in 47.500 tonnellate di CO2 contabilizzate nel PAESC contro circa 161.700 stimate. Per ogni tonnellata bruciata il Comune incassa 10 euro: circa 1,6 milioni di euro l’anno a compensazione del disagio.
A Legnago i comitati locali riferiscono di aver rilevato concentrazioni elevate di PFAS nelle polveri depositate attorno all’impianto. A Porto Marghera un inceneritore è stato bloccato perché ISPRA ha riconosciuto la pericolosità di bruciare PFAS. Il legame tra inceneritori e sostanze perfluorurate è al centro di un’inchiesta già aperta da questa testata: dalla serata ad Anguillara sulla contaminazione del Fratta-Gorzone alla storia dalla Miteni alla Chemviron, la stessa rete di contaminazione.
Le altre voci dell’assemblea
Attorno ai dati, l’assemblea ha allargato lo sguardo. È stato ricordato che parlare di crisi climatica significa parlare di salute: quest’estate il caldo ha fatto vittime anche tra chi lavora. Da qui il richiamo al disegno di legge sulla caccia e all’ingresso delle armi in città, e alla necessità di una giustizia che valga «per tutte le specie viventi» quando si abbattono i boschi; a questo tema è dedicato un sit-in annunciato per il 24 ottobre.
Sul consumo di suolo è tornata la critica alla depavimentazione presentata dal Comune: ripristinare poche centinaia di metri quadri costa decine di migliaia di euro e il terreno impiega almeno vent’anni a recuperare le proprie funzioni, mentre altrove si continua a cementificare per nuovi supermercati e poli logistici. Più di una voce ha proposto azioni nonviolente contro la grande distribuzione che consuma suolo – la spesa con il carrello vuoto, le biciclettate nei parcheggi – sul modello di esperienze già viste in altre città.
È emerso anche il rovescio psicologico della crisi: un’associazione nata a Padova ha raccontato di aver aperto uno sportello di ascolto gratuito sull’ecoansia, per affiancare ai dati il sostegno alle persone. E più volte è tornato il filo che lega clima, guerra e territori: a pagare il prezzo più alto, è stato detto in assemblea, sono i migranti e le classi popolari, chi non può permettersi di lasciare la città d’estate.
Il 16 ottobre, al Parco Prandina
L’assemblea del Pedro del 10 ottobre era preparatoria: il passo successivo è l’assemblea del 16 ottobre al Parco Prandina, data di mobilitazione per la giustizia climatica lanciata a livello nazionale da GKN, Fridays for Future ed Extinction Rebellion. L’obiettivo dichiarato in assemblea: rimettere in rete le realtà di Padova che parlano di clima e giustizia sociale, costruire una piattaforma cittadina su cinque punti – difesa del verde urbano, no alla cementificazione, mobilità e trasporto pubblico, contrasto all’inquinamento, acqua pubblica.
La rete regionale dei comitati contro gli inceneritori – riunita di recente ad Arzignano con delegati da Legnago, Fusina, Schio e Verona – porterà al 16 ottobre la proposta di estendere i monitoraggi indipendenti.