Cinque episodi, dieci Emmy, un verdetto: il reattore RBMK aveva un difetto noto dal 1975 e nessuno lo corresse. Quarant’anni dopo, l’Italia vuole 8-16 gigawatt di nuovi reattori entro il 2050. La serie di Craig Mazin resta il miglior promemoria su cosa significa fidarsi di chi dice “è tutto sotto controllo”
Alle 1:23 del 26 aprile 1986, durante un test di sicurezza mal condotto, il reattore numero 4 della centrale di Chernobyl esplode. Rilascia nell’atmosfera una quantità di radioattività equivalente a circa 500 bombe di Hiroshima. È il più grave incidente nucleare della storia.
Trentatre anni dopo, nel 2019, la miniserie “Chernobyl” ha raccontato quell’esplosione in cinque episodi che hanno cambiato il modo in cui il mondo guarda all’energia nucleare.
La serie
“Chernobyl” è una coproduzione HBO-Sky UK creata e scritta da Craig Mazin, diretta da Johan Renck. Cinque episodi di 60-72 minuti ciascuno, girati in 16 settimane in Lituania e in Ucraina, con un budget di 40 milioni di dollari. Le riprese nella vera centrale di Ignalina, gemella di Chernobyl con lo stesso modello di reattore RBMK, conferiscono alle immagini un realismo che nessuna ricostruzione digitale potrebbe eguagliare.
Il cast:
- Jared Harris interpreta Valery Legasov, il chimico nucleare incaricato dell’indagine, che nel 1988 si toglie la vita dopo aver registrato audiocassette in cui accusa i vertici sovietici di aver nascosto la verità
- Stellan Skarsgard è Boris Shcherbina, il vice-presidente del Consiglio dei Ministri inviato a gestire la crisi, inizialmente scettico e poi travolto dalla realtà
- Emily Watson è Ulana Khomyuk, una fisica nucleare: personaggio fittizio, composito di vari scienziati sovietici che rischiarono tutto per capire cosa fosse andato storto
- Paul Ritter è Anatoly Dyatlov, il vice-capo ingegnere che quella notte insistette per completare il test e che pronuncia la frase simbolo della serie: “3,6 roentgen. Non benissimo, non terribile”
La colonna sonora di Hildur Gudnadottir, registrata nella centrale di Ignalina indossando tute protettive, ha vinto il Grammy: prima donna a vincere in quella categoria da solista.
Cosa racconta (e cosa no)
Il primo episodio apre con il suicidio di Legasov nel 1988, poi torna al momento dell’esplosione. I pompieri di Pripyat accorrono senza protezioni. I dirigenti della centrale minimizzano: il dosimetro a bassa portata segna 3,6 roentgen, ma il dosimetro ad alta portata non viene nemmeno cercato. La nube si alza nel cielo, i cittadini osservano dal ponte della ferrovia. Molti di loro non sopravvivranno.
Il secondo episodio mostra l’evacuazione di 50.000 persone con 1.200 autobus, 36 ore dopo l’esplosione. 36 ore in cui i bambini hanno giocato all’aperto nella polvere radioattiva.
Il terzo è la discesa nell’inferno: tre sommozzatori volontari entrano nei sotterranei allagati per evitare un’esplosione di vapore che avrebbe contaminato le riserve idriche di 50 milioni di persone. I minatori di Tula scavano un tunnel sotto il reattore, lavorando nudi per il caldo, senza protezioni.
Il quarto episodio contiene una delle scene più potenti: un robot tedesco, mandato a rimuovere la grafite radioattiva dal tetto, si blocca dopo pochi secondi. L’unica alternativa sono 3.828 soldati che lavorano 90 secondi ciascuno sul tetto, spalando grafite a mani nude: i “bio-robot”.
Il quinto episodio, “Memoria eterna”, rivela la verità. Il reattore RBMK aveva un difetto di progettazione noto dal 1975: le punte in grafite delle barre di controllo causavano un picco di reattività quando venivano inserite. L’Unione Sovietica non corresse il difetto per ragioni economiche. La menzogna non fu un incidente: fu una scelta.
Dieci Emmy è un promemoria
La serie ha vinto dieci Emmy Awards su diciannove candidature, tra cui serie limitata, regia, sceneggiatura. Due Golden Globe, incluso miglior attore non protagonista a Skarsgard. Nove BAFTA: la serie più premiata nella storia dei premi britannici. Oltre 60 riconoscimenti nel mondo.
Ma il premio più significativo non sta nelle statuette. Sta nell’impatto: dopo la messa in onda, i visitatori nella zona di esclusione di Chernobyl sono passati da 72.000 (2018) a oltre 100.000 (2019). Il presidente ucraino Zelensky annunciò piani per trasformare il sito in attrazione turistica ufficiale. Craig Mazin chiese pubblicamente rispetto: “Se visitate, ricordate che è avvenuta una tragedia terribile.”
Il costo che nessuno calcola
I costi reali di Chernobyl restano incommensurabili. Le stime variano da 235 a 700 miliardi di dollari, il disastro più costoso della storia. Oltre 500.000 “liquidatori” furono esposti a dosi significative di radiazione. L’Ucraina spende ancora il 5-7% del bilancio statale annuo per programmi legati a Chernobyl, quarant’anni dopo.
Il New Safe Confinement, la più grande struttura mobile mai costruita (36.000 tonnellate, 2,15 miliardi di euro, finanziato da 45 paesi), è progettato per durare 100 anni. Poi bisognerà costruirne un altro. Il combustibile fuso del reattore 4 è ancora lì, sotto il cemento. Nessuna tecnologia esistente è in grado di rimuoverlo in sicurezza.
A febbraio 2025, un drone russo Geran-2 ha colpito il sarcofago, aprendo un foro di 6 metri. L’AIEA ha dichiarato che la struttura “ha perso le sue funzioni di sicurezza primarie”. Il costo della riparazione supera i 100 milioni di euro. Il fondo disponibile ne conteneva 19.
L’Italia è la memoria corta
La serie non parla dell’Italia, ma l’Italia dovrebbe guardarla come uno specchio. Dopo Chernobyl, nel 1987, l’80% degli italiani votò per chiudere le centrali nucleari. Dopo Fukushima, nel 2011, il referendum bloccò il ritorno all’atomo. Oggi il governo pianifica 8-16 gigawatt di nuova capacità nucleare entro il 2050, con la legge delega sul “nucleare sostenibile” e la newco Nuclitalia di Enel, Ansaldo Energia e Leonardo (analisi EcoMagazine sugli SMR).
I piccoli reattori modulari (SMR) che dovrebbero realizzare questo piano non esistono ancora in versione commerciale in nessun paese occidentale. Come documentato nell’analisi di EcoMagazine, il nucleare costa da tre a cinque volte più delle rinnovabili. E l’Italia non ha ancora un deposito per le scorie delle quattro centrali chiuse nel 1987: 1.680 tonnellate di combustibile esaurito sono ancora nel Regno Unito, 235 in Francia, con accordi in scadenza.
Silvestrini e Onufrio, nel saggio “L’illusione del nucleare e la rivoluzione delle rinnovabili” recensito da EcoMagazine, documentano che l’energia nucleare non è mai stata economicamente competitiva senza massicci sussidi statali e che i tempi di costruzione reali superano sempre le previsioni. La centrale di Flamanville in Francia, avviata nel 2007, è entrata in funzione nel 2024: 17 anni è un costo quadruplicato.
È il legame tra nucleare civile e militare, analizzato nell’inchiesta di EcoMagazine sulla proliferazione atomica, resta la domanda che nessun governo vuole affrontare: dei nove stati che possiedono armi nucleari, tutti hanno sviluppato la bomba a partire da programmi civili.
Cosa ha romanzato la serie (e cosa no)
La serie si prende alcune libertà narrative. Il personaggio di Khomyuk è inventato, composito di vari scienziati. Il discorso di Legasov al processo non avvenne mai in quella forma. Ma gli effetti devastanti delle radiazioni sui pompieri, sui liquidatori, sulla popolazione di Pripyat sono reali e documentati. Oltre 500.000 persone furono esposte. I pompieri della prima notte morirono in settimane di agonia. L’OMS stima fino a 4.000 morti per tumori radioindotti nelle aree più contaminate, altre fonti indipendenti parlano di decine di migliaia.
La lobby nucleare, attraverso l’American Nuclear Society, ha cercato di screditare la serie sostenendo che gli effetti sanitari sarebbero esagerati. È la stessa strategia che l’industria del tabacco usò per decenni: seminare il dubbio sui danni, chiedere “più equilibrio”, invocare la scienza mentre si nascondono i dati scomodi. L’industria nucleare nascose il difetto del reattore RBMK per undici anni. Oggi promette reattori modulari a basso costo senza averne mai completato uno in Occidente.
Il nucleare è una tecnologia che non ammette errori umani, e gli errori umani sono inevitabili. Non è un problema di sistema sovietico. A Three Mile Island (1979) la valvola era americana. A Fukushima (2011) la tecnologia era giapponese, la più avanzata del mondo. Le scorie italiane sono italiane, e non hanno un deposito da quarant’anni. Il problema non è chi gestisce il nucleare. Il problema è il nucleare.
“Chernobyl” si guarda in una sera. Le sue conseguenze durano da quarant’anni e non finiranno nei prossimi cento.
Scheda tecnica
- Titolo: Chernobyl
- Piattaforma: Sky/NOW, Prime Video
- Anno: 2019
- Episodi: 5 (60-72 min)
- Creatore/sceneggiatore: Craig Mazin
- Regista: Johan Renck
- Cast: Jared Harris, Stellan Skarsgard, Emily Watson, Paul Ritter, Jessie Buckley
- Musica: Hildur Gudnadottir
- Premi: 10 Emmy, 2 Golden Globe, 9 BAFTA, 1 Grammy
- IMDb: 9.4
- Genere: dramma storico
- Lingua: inglese
- Budget: 40 milioni di dollari
EcoMagazine Osservatorio sui conflitti ambientali