La sfida climatica

Davvero la scienza deve essere neutrale?

La sfida climatica di Antonello Pasini, Codice Edizioni, è un libro che fa un’operazione tutt’altro che scontata: restituisce alla scienza del clima una voce pubblica, assumendone fino in fondo le implicazioni politiche. Non un manuale divulgativo nel senso tradizionale, né un pamphlet militante, ma un testo che prova a colmare il divario – sempre più pericoloso – tra conoscenza scientifica e decisione democratica.

Pasini, fisico del clima e ricercatore del Cnr, parte da una posizione chiara: il cambiamento climatico non è più una questione di incertezza scientifica, ma di responsabilità collettiva. I dati sono solidi, i modelli convergenti, le cause note. Continuare a presentare la crisi climatica come un problema “complesso” nel senso evasivo del termine significa, di fatto, rimandare l’azione. La vera complessità, suggerisce l’autore, non è capire cosa sta accadendo, ma decidere di cambiare.

Il libro ha il merito di spiegare con chiarezza i meccanismi fisici del riscaldamento globale senza rifugiarsi nel tecnicismo. Ma soprattutto mostra come la scienza non sia un sapere isolato, neutrale, separato dal contesto sociale. Ogni modello climatico, ogni scenario emissivo, ogni soglia di sicurezza è intrecciata a scelte politiche, economiche, culturali. La “sfida” del titolo non è solo climatica, ma profondamente democratica.

Uno dei passaggi più interessanti riguarda il rapporto tra scienza e potere. Pasini smonta l’idea secondo cui basterebbe “ascoltare gli scienziati” per risolvere la crisi. La conoscenza scientifica è necessaria, ma non sufficiente: senza una volontà politica capace di assumere il conflitto con gli interessi consolidati, i dati restano lettera morta. In questo senso, La sfida climatica è anche una critica implicita alla retorica dell’innovazione tecnologica come scorciatoia salvifica.

Il libro non indulge nell’apocalittismo, ma neppure nel rassicurazionismo. Il quadro che emerge è severo: le finestre di opportunità si stanno chiudendo, le disuguaglianze amplificano gli impatti climatici, le risposte istituzionali restano largamente insufficienti. Tuttavia Pasini rifiuta la narrazione della catastrofe inevitabile, insistendo sulla possibilità – ancora aperta – di traiettorie alternative. A patto di riconoscere che la transizione non è un processo neutro, ma una redistribuzione di costi, benefici e potere.

Il limite del testo sta forse nella sua fiducia residua nella razionalità del decisore pubblico, in un contesto storico segnato da negazionismi soft, autoritarismi e subordinazione della politica ai mercati. Ma è una fiducia argomentata, non ingenua: Pasini sembra consapevole che senza pressione sociale, mobilitazione e conflitto, la scienza rischia di restare una voce isolata.

La sfida climatica è dunque un libro utile non solo per capire il cambiamento climatico, ma per interrogarsi sul ruolo della conoscenza in una società che sa e non agisce. Un testo che parla a studenti, cittadini, amministratori, movimenti, e che ricorda una verità scomoda: la crisi climatica non è un problema del futuro, ma un giudizio sul presente. E sulla nostra capacità – o incapacità – di governarlo.