Clima, 150 scienziati scrivono al governo: “Servono scelte immediate e coerenti”

Oltre 150 scienziati italiani, tar i quali il premio Nobel Giorgio Parisi, hanno inviato una lettera al governo chiedendo un cambio di passo netto e immediato nelle politiche climatiche. L’appello, firmato da climatologi, fisici dell’atmosfera, economisti ambientali ed esperti di salute pubblica, richiama l’esecutivo alle proprie responsabilità di fronte a un’emergenza che in Italia si manifesta con ondate di calore sempre più intense, eventi estremi, siccità prolungate e dissesto idrogeologico.

Nel documento, i firmatari ricordano che il nostro Paese è tra i più vulnerabili del bacino del Mediterraneo, area indicata dalla comunità scientifica internazionale come “hotspot climatico”. Per questo chiedono politiche allineate agli obiettivi dell’Accordo di Parigi e alle strategie europee del Green Deal europeo, con misure concrete su energia, trasporti, edilizia e uso del suolo. Ecco i punti chiave della lettera riportata integralmente in fondo.

1. Riduzione rapida delle emissioni
Gli scienziati sollecitano un piano credibile per tagliare drasticamente le emissioni climalteranti entro il 2030, accelerando l’uscita dai combustibili fossili e bloccando nuovi investimenti in infrastrutture legate a gas e petrolio.

2. Sviluppo massiccio delle rinnovabili
Si chiede di semplificare le procedure autorizzative per eolico e fotovoltaico, favorire le comunità energetiche e investire in reti intelligenti e sistemi di accumulo, per rendere stabile e diffusa la produzione pulita.

3. Efficienza energetica e riqualificazione
Grande attenzione è dedicata agli edifici pubblici e privati: riqualificare il patrimonio edilizio significa ridurre emissioni, bollette e povertà energetica.

4. Adattamento e tutela del territorio
Non solo mitigazione: la lettera richiama la necessità di investire in prevenzione del rischio idrogeologico, gestione sostenibile delle risorse idriche e protezione delle aree costiere, sempre più esposte all’innalzamento del mare.

5. Giustizia climatica e salute
Gli scienziati sottolineano l’impatto della crisi climatica sulla salute pubblica e sulle disuguaglianze sociali. Le politiche climatiche, affermano, devono essere eque e proteggere le fasce più vulnerabili.

Il tono della lettera è fermo ma istituzionale: non si tratta di un documento ideologico, ma di un appello alla responsabilità politica, un richiamo fondato su dati consolidati e su valutazioni scientifiche condivise a livello internazionale. L’invito al governo è chiaro: trasformare gli impegni formali in atti concreti, con scadenze verificabili e risorse adeguate. In un Paese che già sperimenta incendi, alluvioni e crisi idriche, l’appello dei 150 scienziati suona come un monito: il tempo dell’attendismo è finito. Ora servono scelte strutturali, coerenti con le evidenze scientifiche e con la responsabilità verso le prossime generazioni. Saprà il nostro Governo essere all’altezza del compito che lo attende?

L’immagine di copertina è realizzata con l’AI. Di seguito il testo integrale dell’appello

Alla cortese attenzione della Presidente del Consiglio dei Ministri, On. Giorgia Meloni, del Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, On. Gilberto Pichetto Fratin, e del Governo,

Noi studiosi impegnati nella ricerca sul cambiamento climatico, sulle politiche di mitigazione e adattamento e sui sistemi complessi, esprimiamo profonda preoccupazione per il modo in cui il governo italiano sta affrontando la crisi climatica, in particolare per le recenti prese di posizione volte a indebolire i principali strumenti della politica climatica europea.

I recenti eventi estremi che hanno colpito vaste aree del Sud Italia con il passaggio del ciclone Harry non sono episodi isolati, ma segnali coerenti con quanto la comunità scientifica documenta da anni: un clima che cambia aumenta la frequenza e intensità degli eventi meteorologici estremi. Il disastro di Niscemi appare a molti come la drammatica metafora di un intero Paese a rischio. Non a caso, da anni l’ISPRA colloca l’Italia ai primi posti in Europa per l’esposizione al rischio di frane.

Gli anni 2024 (il più caldo dal 1880), 2023 e 2025 sono stati i tre anni più caldi mai registrati a livello globale, e gennaio 2026 è risultato il quinto gennaio più caldo della serie storica, confermando una tendenza al riscaldamento senza segnali di inversione. Non è pessimismo, ma realismo scientifico, ritenere che l’Italia dovrà affrontare un rischio crescente di disastri climatici. Per questo uno Stato deve agire sia sull’adattamento che sulla mitigazione: puntare solo sul primo significa inseguire impatti sempre più gravi e costosi senza affrontarne la causa principale — le emissioni da combustibili fossili — con il rischio di superare i limiti di ciò che è tecnicamente ed economicamente gestibile. Senza una forte riduzione delle emissioni, promossa a tutti i livelli (regionale, nazionale, europeo e globale), l’adattamento diventa progressivamente più oneroso, meno efficace e, in alcuni casi, impossibile.

Di fronte a queste evidenze — e a una percezione ormai diffusa che vede gli italiani tra i cittadini europei più preoccupati per il cambiamento climatico — riteniamo un errore che il governo italiano non mostri pieno sostegno a strumenti per la decarbonizzazione come il sistema di Emission Trading (ETS), ormai adottato anche in Cina, che ha contribuito in modo significativo alla riduzione delle emissioni nei settori regolati, dimostrando che politiche climatiche ambiziose possono produrre risultati concreti, stimolare innovazione e guidare la transizione industriale a costi sostenibili.

Presentare la contrapposizione alle politiche di decarbonizzazione come tutela delle imprese o delle famiglie italiane non è una giustificazione, ma un ulteriore motivo di preoccupazione. Da anni innovazione e competitività sono indissolubilmente legate alla transizione energetica: ostacolarla espone il sistema produttivo a rischi tecnologici, industriali e finanziari crescenti e rende il Paese subalterno alle componenti meno innovative dell’industria. Anche minori costi dell’energia e una maggiore sicurezza energetica sono ottenibili attraverso una transizione più rapida verso le energie rinnovabili.

È grave che neppure i recenti e ingenti danni nel Sud Italia abbiano prodotto un cambio di passo nelle politiche di adattamento. Questo governo, in linea con i governi precedenti, continua infatti a muoversi prevalentemente in una logica emergenziale, nonostante sia noto da anni che gli eventi estremi sono destinati ad aumentare in frequenza e intensità finché le temperature globali non saranno stabilizzate. Si continuano a stanziare fondi, spesso inadeguati, per la ricostruzione post-disastro, senza dare piena attuazione al Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC), che consentirebbe la prevenzione e la pianificazione nel medio-lungo periodo.

L’Italia che oggi frana, si allaga e perde competitività è il risultato di scelte rinviate, prevenzione insufficiente e di una transizione energetica ostacolata proprio quando sarebbe più necessaria: una traiettoria che può e deve essere corretta con politiche fondate sulla scienza, sulla lungimiranza e sulla responsabilità verso le generazioni presenti e future.

Per questo chiediamo di non rinunciare all’ambizione nella lotta al cambiamento climatico e di non limitarsi alle dichiarazioni di principio, assicurando il supporto agli strumenti concreti necessari a raggiungere gli obiettivi che il governo italiano ha contribuito ad approvare in sede europea, come la decarbonizzazione entro il 2050 e i più recenti obiettivi intermedi per il 2040. Politiche che mettano al centro incentivi ed investimenti per la transizione energetica e per l’adattamento ci aspettiamo trovino il consenso di tutte le forze politiche, perché deve essere comune l’accettazione dei risultati della scienza del clima e la responsabilità di fare la nostra doverosa parte per contribuire a contrastare la crisi climatica.