Lo Stretto di Hormuz bloccato, il gas raddoppiato, le famiglie italiane colpite da aumenti fino a 585 euro l’anno. Ma le stesse banche che gestiscono i risparmi degli italiani hanno destinato miliardi a fossili e armi. L’alternativa esiste: rinnovabili, comunità energetiche, finanza etica.

Stretto di Hormuz: forze navali iraniane abbordano la petroliera MT Wila, agosto 2020. Foto: NAVCENT Public Affairs, pubblico dominio.
Il 9 marzo 2026, nello Stretto di Hormuz transitano 4 navi. Dieci giorni prima ne passavano 129 al giorno. Il crollo è del 97 per cento. Il prezzo del petrolio Brent sfonda i 120 dollari al barile, il gas naturale europeo al TTF raddoppia fino a 55-60 euro per megawattora (ECCO Climate, marzo 2026). Per le famiglie italiane le stime parlano di aumenti tra 207 e 585 euro l’anno sulle bollette energetiche (Assium, stime marzo 2026). Ma questa non è solo una storia di guerra e petrolio. È la storia di un circolo vizioso in cui le stesse banche che gestiscono i risparmi di milioni di italiani finanziano l’industria fossile che ci rende vulnerabili e, contemporaneamente, l’industria delle armi che alimenta i conflitti. Un cerchio che si può spezzare. E qualcuno lo sta già facendo.
L’Italia ostaggio del gas
L’attacco di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, il 28 febbraio 2026, ha colpito il punto più sensibile del sistema energetico globale. L’Iran controlla il 13 per cento delle riserve petrolifere mondiali e si affaccia sullo Stretto di Hormuz, da cui transita il 25 per cento del commercio petrolifero via mare: 20 milioni di barili al giorno (EIA — U.S. Energy Information Administration). La rappresaglia iraniana — il blocco parziale dello Stretto — ha innescato una crisi che colpisce l’Italia in modo sproporzionato.
L’Italia importa il 77 per cento del fabbisogno energetico da fonti fossili. Il 25 per cento del GNL italiano proviene dal Qatar — tra 5 e 6 miliardi di metri cubi l’anno — e transita da Hormuz. ENI ha firmato contratti per 1,5 miliardi di metri cubi annui con il Qatar dal 2026. Con QatarEnergy che ha fermato la produzione di GNL dopo gli attacchi iraniani, quei contratti sono carta nel cassetto.
«Le bollette calano con le rinnovabili e con politiche fiscali favorevoli ai consumatori. Il problema reale è la dipendenza insostenibile dal gas.»
Matteo Leonardi, direttore e co-fondatore ECCO Climate, analisi marzo 2026
Il paradosso italiano è nei numeri. Tra il 2021 e il 2025, la domanda di gas in Italia è calata del 16 per cento, con un risparmio di 4,3 miliardi di euro trattenuti nell’economia nazionale (ECCO Climate, marzo 2026). Nello stesso periodo, i sussidi pubblici italiani alle fonti fossili sono esplosi: da 17,4 miliardi di dollari nel 2016 a 46,1 miliardi nel 2023, un aumento del 166 per cento — il peggiore tra tutti i paesi del G7 (dati FMI, elaborazione Etica SGR). L’Italia paga di più per consumare meno.
LO SHOCK HORMUZ IN NUMERI:
- Transiti nello Stretto: da 129 a 4 navi al giorno, -97% (9 marzo 2026)
- Petrolio Brent: da circa 75 a oltre 120 dollari al barile
- Gas TTF europeo: da 30 a 55-60 euro/MWh (+74-100%)
- Stima aumento bollette famiglie italiane: da +207 a +585 euro/anno (Assium)
- Sussidi fossili Italia 2023: 46,1 miliardi di dollari, +166% dal 2016 (FMI/Etica SGR)
«Finché i Paesi continueranno a dipendere fortemente dai combustibili fossili importati, la volatilità dei prezzi e l’insicurezza dell’offerta continueranno a rappresentare rischi economici e politici significativi.»
Jan Rosenow, ricercatore Università di Oxford, Regulatory Assistance Project
Segui il denaro: le stesse banche finanziano fossili e armi
La crisi di Hormuz non è un fulmine a ciel sereno. È il risultato di un sistema in cui il denaro scorre in circolo: dalle bollette alle banche, dalle banche alle fossili e alle armi, dalle armi ai conflitti che fanno salire le bollette.
I numeri globali sono nel rapporto Banking on Climate Chaos 2025 (Rainforest Action Network, Sierra Club, Reclaim Finance, Oil Change International): le 65 maggiori banche mondiali hanno erogato 7.900 miliardi di dollari all’industria fossile in nove anni (2016-2024). Nel solo 2024: 869 miliardi — 162,5 miliardi in più rispetto all’anno precedente. Per ogni dollaro destinato alle fossili, le banche ne hanno investito solo 0,89 in energia a basse emissioni (dato BloombergNEF).
Il caso italiano ha due nomi: Intesa Sanpaolo e UniCredit. Secondo i dati Banking on Climate Chaos 2025 e le analisi di ReCommon, tra il 2016 e il 2024 UniCredit ha destinato 71,8 miliardi di dollari all’industria fossile. Intesa Sanpaolo 51,7 miliardi. Insieme: 123,5 miliardi di dollari, i risparmi degli italiani trasformati in petrolio, gas e carbone.
Il doppio binario è ancora più inquietante. Intesa Sanpaolo non finanzia solo le fossili. Secondo ReCommon, dal 2016 la banca ha destinato 2,135 miliardi di dollari al settore armi — 1,75 miliardi in finanziamenti e 385 milioni in investimenti. Il 63 per cento dei finanziamenti al settore difesa va a Leonardo. Nel 2022, anno di inizio della guerra in Ucraina, gli investimenti di Intesa nelle armi sono aumentati del 52 per cento.

Piattaforma petrolifera nel Mare del Nord. Foto: Erik Christensen, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons.
IL DOPPIO BINARIO DI INTESA SANPAOLO (2016-2024):
- Finanziamenti alle fossili: 51,7 miliardi di dollari (Banking on Climate Chaos 2025)
- Finanziamenti e investimenti in armi: 2,135 miliardi di dollari (ReCommon)
- Crescita finanziamenti fossili nel 2024: +18% (ReCommon)
- Crescita investimenti armi nel 2022: +52% (ReCommon)
- Finanziamenti al settore GNL (2021-2023): 3,8 miliardi di dollari (ReCommon)
- Principale destinatario nel settore difesa: Leonardo (63%)
«La politica sulle armi di Intesa Sanpaolo è molto lacunosa: si concentra sulle singole operazioni e non vieta il finanziamento di interi settori dell’industria bellica. Intesa Sanpaolo dovrebbe prendere posizione pubblicamente evitando di finanziare nuovi progetti fossili.»
Daniela Finamore, ricercatrice ReCommon
Il secondo rapporto ZeroArmi, pubblicato il 27 febbraio 2026 dalla Fondazione Finanza Etica e dalla Rete Italiana Pace e Disarmo, ha analizzato 24 gruppi bancari italiani, misurandone l’esposizione all’industria delle armi su tre indicatori: partecipazioni azionarie, finanziamenti a imprese militari, servizi finanziari per l’export di armi. 17 banche su 24 hanno partecipato alla valutazione. La spesa globale per la difesa nel 2025 ha raggiunto i 2.630 miliardi di dollari, con l’Europa in crescita del 12,6 per cento (International Institute for Strategic Studies).
L’intreccio non si ferma alle banche. I grandi fondi statunitensi — Vanguard, BlackRock e State Street — detengono circa il 35 per cento di Lockheed Martin, il 40 per cento di Northrop Grumman, il 30 per cento di Raytheon e il 32 per cento di Halliburton. Chi finanzia le fossili, finanzia le armi. Chi finanzia le armi, alimenta i conflitti che fanno salire il prezzo delle fossili.
I dati sui finanziamenti di Intesa Sanpaolo alle fossili e alle armi sono tratti dal rapporto Banking on Climate Chaos 2025 e dalle analisi di ReCommon.
Il petrolio che arma i conflitti
Il legame tra fossili e guerra non è solo finanziario. Secondo i dati di Oil Change International, tra novembre 2023 e ottobre 2025, dodici paesi hanno inviato 17,9 milioni di tonnellate di greggio a Israele. L’Italia è al quarto posto, con 310.000 tonnellate di prodotti petroliferi raffinati. A settembre 2025, una Commissione ONU ha invitato gli Stati a cessare i trasferimenti di carburante verso Israele, richiamando la Convenzione sul genocidio. L’invito è rimasto inascoltato.
C’è un caso che sintetizza tutto. Il 3 gennaio 2026, le forze armate statunitensi catturano il presidente venezuelano Nicolás Maduro con l’Operazione Absolute Resolve. A febbraio, con il nuovo governo insediato sotto tutela americana, il Venezuela riapre le esportazioni petrolifere. La prima nave carica 200.000 barili di greggio venezuelano e salpa verso la raffineria Bazan di Haifa, in Israele: il primo carico dal 2020, quando Hugo Chávez aveva tagliato le relazioni. Una guerra per il petrolio che apre la strada al petrolio per un’altra guerra. Dell’attacco al Venezuela e delle sue implicazioni ha scritto ampiamente Global Project.
L’alternativa esiste
Se il problema è la dipendenza dalle fossili, la soluzione non è teorica. È già in corso.

Energie rinnovabili: solare, eolico e biogas. Foto: Florian Gerlach, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons.
A livello globale, nel 2024, sono stati aggiunti 582 gigawatt di capacità rinnovabile: un record assoluto (IRENA, Renewable Energy Statistics 2025). Le rinnovabili rappresentano ora il 46,2 per cento della capacità installata mondiale, contro il 47,3 per cento delle fossili. Il sorpasso è questione di mesi. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, senza le rinnovabili installate dal 2010, le importazioni globali di carbone sarebbero state del 45 per cento più alte, con un risparmio stimato di 1.300 miliardi di dollari (IEA, Renewables 2025).
In Europa, tra il 2021 e il 2024, la capacità rinnovabile è cresciuta del 37 per cento, con 190 gigawatt aggiunti (ECCO Climate). L’Italia resta indietro: ha installato 15 gigawatt in tre anni (2022-2024), la metà dell’obiettivo di 9 gigawatt l’anno. A questo ritmo, la dipendenza dal gas resta strutturale.
Chi ha scelto un modello diverso oggi è più protetto. Le cooperative energetiche rinnovabili e le Comunità Energetiche Rinnovabili (CER) offrono un’alternativa concreta: energia prodotta sul territorio, tariffe sganciate dalle fonti fossili, indipendenza dalla volatilità dei mercati internazionali. Mentre le bollette sul mercato libero schizzano verso l’alto per la crisi di Hormuz, chi produce e consuma energia rinnovabile in comunità è strutturalmente meno esposto.
Le comunità energetiche rinnovabili (CER) sono un altro tassello. A dicembre 2025, in Italia risultano attive 597 CER, con 174,5 megawatt di potenza installata e 18.263 utenze coinvolte. Numeri in crescita, ma lontanissimi dall’obiettivo del PNRR — 15.000 CER, 2.000 megawatt, 500.000 utenze entro giugno 2026: siamo al 4 per cento del traguardo a sei mesi dalla scadenza.
L’ALTERNATIVA IN NUMERI:
- Capacità rinnovabile globale aggiunta nel 2024: 582 GW, record mondiale (IRENA)
- Rinnovabili: 46,2% della capacità installata globale, quasi parità con le fossili (IRENA)
- Risparmio globale grazie alle rinnovabili dal 2010: 1.300 miliardi di dollari (IEA)
- CER attive in Italia: 597, ma obiettivo PNRR: 15.000 entro giugno 2026
- Europa: +190 GW di rinnovabili in tre anni, +37% (ECCO Climate)
La scelta che spetta al cittadino
Il circolo vizioso non è ineluttabile. Il rapporto ZeroArmi lo ha dimostrato: esiste una scala, un punteggio, una scelta.
«ZeroArmi è uno strumento di civiltà, di cittadinanza attiva e consapevole.»
Fondazione Finanza Etica, secondo rapporto ZeroArmi, 27/02/2026
Le strade sono tre. Verificare dove vanno i propri risparmi: il rapporto ZeroArmi e il Banking on Climate Chaos sono strumenti pubblici che chiunque può consultare. Scegliere un fornitore di energia che non dipenda dalle fossili: le cooperative energetiche rinnovabili e le CER sono modelli già operativi. Aderire al disinvestimento dalle banche che finanziano fossili e armi.
Il conto che torna sempre
Il 9 marzo 2026, mentre nello Stretto di Hormuz le navi si fermano e il prezzo del gas raddoppia, chi ha investito nelle rinnovabili e nelle comunità energetiche è strutturalmente meno esposto. Chi ha scelto cooperative energetiche con tariffe sganciate dalle fossili non subisce la stessa volatilità. L’alternativa non è un’utopia: è un’infrastruttura che esiste già e che protegge chi la sceglie.
Dall’altra parte, le due maggiori banche italiane hanno destinato 123,5 miliardi di dollari alle fossili e miliardi alle armi. L’Italia ha aumentato i sussidi fossili del 166 per cento in sette anni, installando la metà delle rinnovabili previste. Ogni mese milioni di cittadini finanziano inconsapevolmente il sistema che li rende vulnerabili.
La guerra in Iran non è un evento lontano. È nelle bollette, nei conti correnti, nelle scelte quotidiane. La transizione energetica non è solo una questione ambientale: è una questione di pace.
La domanda è: quanto dobbiamo ancora pagare — in euro e in vite umane — prima di decidere di spezzare il cerchio?
EcoMagazine Osservatorio sui conflitti ambientali