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Il ritorno di Veneto City: 75 mila metri quadrati di bosco sotto il cemento del nuovo polo logistico a Dolo

Nell’area dell’ex Veneto City Unicomm vuole realizzare un hub da oltre 125 mila metri quadrati coperti. Opzione Zero denuncia la distruzione di un bosco di pianura e chiede di applicare le nuove norme europee sul ripristino della natura.

A Dolo, nella Riviera del Brenta, il fantasma di Veneto City torna a materializzarsi. Non più sotto forma di una gigantesca cittadella commerciale e direzionale, ma con un altro volto: quello, altrettanto imponente, della logistica.

Nell’area dell’ex Veneto City, nella frazione di Arino, il gruppo della grande distribuzione Unicomm, insieme a Protesa Srl, ha progettato un nuovo grande hub logistico destinato a concentrare in un unico sito le attività oggi distribuite in quattro centri logistici del Veneto. Il progetto interessa l’area PN4, tra via Falcone, via Cainello e via Pionca, e coinvolge anche i territori di Mirano e Pianiga per le opere di viabilità.

I numeri danno immediatamente l’idea delle dimensioni dell’intervento: l’insediamento si estende su circa 327.500 metri quadrati, con 125.795 metri quadrati di superficie coperta. Sono previsti due grandi blocchi: uno di circa 51.800 metri quadrati destinato alle merci secche e uno di quasi 73 mila metri quadrati a temperatura controllata. Quest’ultimo comprenderà anche un magazzino automatizzato alto tra i 30 e i 32 metri.

Ma la superficie degli edifici non racconta tutto. Considerando piazzali, parcheggi, aree di movimentazione e viabilità interna, le associazioni ambientaliste parlano di oltre 220 mila metri quadrati di suolo destinati a essere cementificati o impermeabilizzati. E proprio qui si apre il nuovo fronte della protesta.

Il bosco che non compare nelle carte

Secondo l’associazione ambientalista Opzione Zero e il Coordinamento No Polo logistico di Dolo, nell’area destinata al nuovo insediamento esiste oggi una formazione boscata di circa 75 mila metri quadrati, vale a dire più di dieci campi da calcio.
Un bosco che, sostengono gli ambientalisti, sarebbe nato inizialmente da impianti artificiali realizzati nei primi anni Duemila, ma che nel tempo si sarebbe evoluto attraverso un processo di rinaturalizzazione spontanea. La presenza di siepi agrarie residue, aree prative e canneti avrebbe favorito la colonizzazione da parte di numerose specie arboree.

Opzione Zero segnala la presenza di querce, carpini, olmi, aceri, ciliegi e altre essenze tipiche della pianura, oltre alla presenza di fauna selvatica, tra cui sarebbero stati osservati caprioli e volpi e, probabilmente, anche il tasso.
Queste formazioni, secondo gli ambientalisti, non sono state adeguatamente considerate nell’iter urbanistico e autorizzativo del polo logistico.

Per questo Opzione Zero ha annunciato di aver presentato un’istanza ai Servizi forestali regionali e ai Carabinieri Forestali affinché venga verificato se l’area debba essere riconosciuta come vero e proprio bosco di pianura.

La distinzione non è puramente semantica. Se la formazione venisse riconosciuta giuridicamente come bosco, entrerebbero in gioco specifici vincoli forestali e paesaggistici e la stessa compatibilità dell’intervento dovrebbe essere nuovamente valutata.

La curiosa partita dei 75 mila e dei 126 mila metri quadrati

Il progetto viene presentato dall’amministrazione comunale anche attraverso una misura di compensazione ambientale di grande impatto numerico: la realizzazione di un nuovo bosco di circa 126 mila metri quadrati, oltre a opere di mitigazione idraulica per circa 3 milioni di euro. Il Comune ha inoltre quantificato in circa 14 milioni di euro le opere pubbliche connesse all’intervento e ha indicato inizialmente in circa 400 i nuovi posti di lavoro.

Ma è proprio qui che si pone una domanda fondamentale: un bosco esistente può essere davvero compensato semplicemente piantando un altro bosco altrove?

La risposta non è affatto scontata. Un bosco che si è sviluppato per oltre vent’anni, inserito in una rete di siepi, prati, canneti e altri elementi del paesaggio agricolo, non equivale a una superficie appena piantata. Un ecosistema non è la semplice somma dei metri quadrati occupati dagli alberi: comprende suolo, microrganismi, insetti, uccelli, piccoli mammiferi, capacità di assorbire acqua, ombreggiamento, stoccaggio del carbonio e connessioni ecologiche. In altre parole, 126 mila metri quadrati di nuove piantumazioni non cancellano automaticamente la perdita di 75 mila metri quadrati di ecosistema già esistente.

E la questione diventa ancora più delicata considerando che nel frattempo è cambiato anche il quadro normativo europeo.

La Nature Restoration Law

Il Regolamento europeo 2024/1991 sul ripristino della natura, la cosiddetta Nature Restoration Law, è entrato in vigore nell’agosto 2024. Tra i suoi obiettivi c’è quello di ripristinare almeno il 20% delle aree terrestri e marine dell’Unione entro il 2030.

Per gli ecosistemi urbani l’articolo 8 introduce un principio particolarmente significativo: entro il 2030 non deve esserci una perdita netta della superficie complessiva degli spazi verdi urbani e della copertura arborea urbana rispetto al 2024. Dal 2031 dovrà invece iniziare una tendenza all’aumento.

E nel 2026 l’Italia ha fatto un ulteriore passo. Il decreto legislativo 8 aprile 2026, n. 80, entrato in vigore il 31 maggio, ha definito le modalità con cui il nostro Paese dovrà attuare il regolamento europeo e ha attribuito a Comuni, Province e Città metropolitane responsabilità specifiche per gli ecosistemi urbani.

Il principio è destinato a incidere anche sulla pianificazione: gli enti locali dovranno evitare la perdita netta di verde urbano e copertura arborea e procedere alla loro crescita nel tempo. È dunque legittimo chiedersi se un intervento che prevede la cancellazione di una vasta formazione arborea in un’area ormai inserita nel sistema urbano debba essere valutato anche alla luce di questo nuovo quadro normativo.

Non significa, naturalmente, che la Nature Restoration Law introduca automaticamente un divieto di costruzione nell’area di Dolo. Ma significa che la tutela e il ripristino del verde non possono più essere considerati soltanto una questione ornamentale o una generica misura di compensazione.

Logica industriale

Unicomm sostiene che gli attuali quattro centri logistici utilizzati in Veneto siano ormai insufficienti rispetto alle prospettive di crescita e alla sicurezza nella movimentazione dei mezzi. L’accentramento a Dolo dovrebbe consentire, secondo la documentazione progettuale, di ridurre di circa 800 mila chilometri all’anno le percorrenze dei mezzi pesanti, pari al 10,2% in meno rispetto alla situazione attuale.

La domanda ambientale però è un’altra: dove finiscono quei camion una volta concentrati tutti nello stesso punto?

Il progetto prevede infatti nuove opere viarie, compreso un nuovo innesto con rotatoria sulla strada regionale 15 e una seconda rotatoria per l’accesso al polo, ai parcheggi dei mezzi pesanti e alle automobili. Le stime circolate nel dibattito locale parlano di circa 700 camion in più al giorno sulla rete viaria dell’area. Una prospettiva che preoccupa residenti e amministrazioni dei comuni vicini, soprattutto Mirano e Pianiga.

Non a caso l’accordo di programma coinvolge cinque soggetti istituzionali: Regione Veneto, Città Metropolitana di Venezia, Comuni di Dolo, Mirano e Pianiga. La Conferenza dei servizi decisoria si è riunita il 18 maggio 2026 e la relativa documentazione è stata successivamente depositata e pubblicata dalla Città Metropolitana.

Il tema della viabilità è talmente rilevante che già a marzo alcuni consiglieri regionali avevano sollevato dubbi sulla sicurezza e sull’assenza di un vincolo temporale certo tra l’apertura del polo e la realizzazione delle opere viarie necessarie.

Un’altra autostrada di cemento?

La vicenda di Dolo presenta così una contraddizione che va oltre il singolo progetto. Da una parte c’è l’argomento della razionalizzazione: concentrare in un unico grande hub attività oggi disperse può effettivamente ridurre alcune percorrenze. Dall’altra c’è la domanda che gli ambientalisti pongono da tempo: ha senso costruire un enorme nuovo polo logistico su suolo libero per razionalizzare attività logistiche già esistenti?

Il Veneto è una delle regioni italiane maggiormente trasformate dal consumo di suolo. E negli ultimi anni la logistica è diventata uno dei principali motori della nuova impermeabilizzazione del territorio. La stessa area di Dolo porta con sé una memoria ingombrante. Qui avrebbe dovuto sorgere Veneto City, un progetto da circa 750 mila metri quadrati di area e 1,8 milioni di metri cubi di nuove costruzioni, presentato come una grande cittadella del terziario, del commercio e dell’innovazione. L’accordo venne infine risolto nel 2021. Un enorme e devastante progetto che, per fortuna, non è mai stato realizzato, il suolo però è rimasto disponibile per una nuova trasformazione.

E così oggi, quasi vent’anni dopo l’idea originaria di Veneto City, abbiamo semplicemente cambiato il nome dell’operazione!

«Siamo pronti a salire sugli alberi»

«Se qualcuno pensa di tirare dritto e di radere al suolo questo bosco impunemente si sbaglia di grosso», è la posizione annunciata dal Coordinamento No Polo logistico di Dolo, che promette una mobilitazione anche fisica: «Siamo pronti a salire sugli alberi per difenderli». L’area, come sostiene Opzione Zero, ha ormai acquisito un valore naturalistico proprio e che non sia più possibile considerarla semplicemente come un terreno edificabile in attesa di essere trasformato.

La questione sollevata è destinata a diventare un banco di prova per la nuova legge europea sul ripristino della natura.

Perché Dolo potrebbe trovarsi davanti a una scelta paradigmatica: continuare a considerare il verde come qualcosa che può essere eliminato e successivamente ricostruito attraverso una compensazione, oppure riconoscere che un bosco, anche quando nasce spontaneamente su un’area abbandonata e non è mai stato formalmente classificato come tale, può diventare nel tempo un patrimonio ecologico che la pianificazione deve imparare a vedere e a proteggere.

Questa volta, mentre le ruspe aspettano, a parlare non sono soltanto i comitati ma ci saranno anche le nuove regole europee sul ripristino della natura. Regole che chiedono esattamente il contrario di ciò che il Veneto ha fatto per decenni: non cementare altro verde, ma tutelarlo e recuperarlo.

 

L’immagine di copertina è distribuita da Opzione Zero