Energia

Agrivoltaico sì, agrivoltaico no

Fatto bene, con i moduli alti e il campo che continua a produrre, è una buona soluzione per la transizione energetica. Come lo consente la legge in vigore, rischia di essere consumo di suolo con un nome nuovo. Il caso di Ribolla, in Maremma, dove dietro il proponente i comitati hanno trovato un gruppo israeliano, e il Veneto che in Consiglio regionale discute il tetto di 6.681 ettari

L'agrivoltaico, fatto bene, è una buona soluzione per la transizione energetica: pannelli sollevati, campo che continua a produrre e, con il caldo di questa estate, perfino un suolo più fresco sotto i moduli. Questo articolo racconta che cos'è e perché dal 2024 una legge lo ha reso la via principale per mettere pannelli su un terreno agricolo; le ragioni di chi lo sostiene, con uno studio americano e una ricerca italiana appena uscita; i numeri di chi dice no, a partire dagli ettari consumati nel 2024; il caso di Ribolla, in Maremma, dove un progetto da 36.828 pannelli sopra una miniera dismessa ha portato in piazza i comitati contro una società che, secondo loro, fa capo a un gruppo israeliano; e il Veneto, che la sua legge la sta scrivendo adesso.

Cos'è l'agrivoltaico e perché esiste

L'agrivoltaico è un impianto fotovoltaico che convive con l'agricoltura invece di sostituirla: moduli sollevati e distanziati, così che sotto e fra le file si continui a coltivare o a far pascolare. La parola è diventata decisiva nel 2024, quando una legge ha vietato i nuovi impianti con moduli collocati a terra in area agricola: da allora chi vuole pannelli su un campo deve sollevarli e chiamarlo agrivoltaico.

I requisiti dell'agrivoltaico avanzato, quello ammesso agli incentivi PNRR (1,099 miliardi col decreto ministeriale 436 del 2023), sono tre e misurabili:

La stagione degli incentivi si è chiusa il 30 giugno 2026, quella delle autorizzazioni no. E il 16 luglio 2026 la Corte costituzionale, con la sentenza 127, ha respinto le questioni contro quel divieto: non blocca la transizione energetica proprio perché resta possibile l'agrivoltaico con moduli elevati.

Le ragioni di chi dice sì

Il primo argomento è agronomico. Uno studio del 2019 su Nature Sustainability lo ha misurato in ambiente arido: meno stress idrico per le piante, più resa per i pannelli raffreddati dall'evaporazione.

Una misura italiana di questa estate va nella stessa direzione. Una ricerca dell'Università di Bari, condotta con ENEA, la startup Agridatalog e altri partner, sta seguendo coltivazioni agrivoltaiche di fichi, ulivi, limoni e lavanda in due siti, in Puglia e in Calabria; quello calabrese è l'impianto sperimentale di Scalea nato nel 2024 dentro l'accordo di programma fra ENEA e il ministero dell'Ambiente. Nei giorni di caldo intenso, riferisce ènostra fra le buone notizie dell'estate, «l'ombreggiatura dei pannelli agrivoltaici è stata in grado di ridurre la temperatura del suolo fino a 20°C rispetto ai terreni esposti al Sole», e le rilevazioni «suggeriscono un potenziale molto positivo dell'agrivoltaico come strumento di protezione delle colture dallo stress da calore e idrico». La ricerca è ancora in corso e i venti gradi sono un valore massimo, misurato nelle ore più calde, non una media. Ma il senso coincide con quello dello studio americano: in un'estate come questa, sotto i moduli le piante stanno meglio. È la ragione per cui la testata, con ènostra, l'agrivoltaico lo sostiene.

Il secondo argomento è economico: per chi coltiva, l'impianto porta un reddito certo e pluriennale che, se il campo resta davvero produttivo, si somma a quello agricolo invece di sostituirlo. Il terzo è di sistema: l'Italia deve installare decine di gigawatt entro il 2030, e la domanda non è se servano impianti ma dove e a quali condizioni.

La parola speculazione

A questo punto del dibattito compare quasi sempre la parola speculazione. Gianluca Ruggieri, cofondatore di ènostra e ricercatore all'Università dell'Insubria, sostiene che sia un equivoco.

«L'Italia è un'economia di mercato, in cui la ricerca del profitto vale per tutti i settori: agricoltura, industria e anche energia rinnovabile»

Gianluca Ruggieri, ricercatore all'Università dell'Insubria, «Le Note del Prof», 19 giugno 2026

Contestare il profitto solo per le rinnovabili introduce una discriminazione: nessuno chiama speculazione un meleto piantato per reddito. Della stessa asimmetria Ruggieri porta un esempio scritto nelle norme, il divieto di espiantare gli ulivi DOP e IGP: scatta se al loro posto arriva un impianto rinnovabile, non se arrivano una strada, un centro commerciale o un data center.

Le ragioni di chi dice no, con i numeri

Il rapporto 46/2025 del Sistema nazionale per la protezione dell'ambiente, curato da ISPRA sui dati 2024, conta in Italia 18.837 ettari di fotovoltaico a terra e 1.702 ettari di suolo consumato dagli impianti nel solo 2024, l'80% prima agricoli: un quinto di tutto il consumo di suolo dell'anno, contro i 75 ettari del 2021. Lo stesso rapporto calcola che sui tetti degli edifici esistenti, fuori dai centri storici e tolti quelli già occupati, ci sia posto per 79-104 gigawatt: l'intero incremento chiesto dal Piano nazionale integrato energia e clima al 2030, 57 gigawatt, starebbe sui tetti. Coldiretti chiede dal giugno 2023 alla presidente del Consiglio lo stop al fotovoltaico a terra sui campi.

Ribolla, quello che c'è negli atti

A Ribolla, frazione di Roccastrada, in provincia di Grosseto, un progetto prevede 36.828 pannelli su venticinque ettari di campagna. Sotto ci sono i cunicoli della miniera di lignite dove nel 1954 morirono 43 minatori, intorno un geoparco UNESCO, a tre chilometri il castello di Montemassi dell'affresco di Simone Martini. Nelle carte non si chiama impianto fotovoltaico: si chiama agrivoltaico.

Sulla carta il progetto è agrivoltaico a regola d'arte: colture erbacee in rotazione sotto i pannelli, un oliveto nelle fasce esterne. I pareri degli enti locali, agli atti della Conferenza di Servizi regionale e non pubblicati online, sono stati critici: l'Unione dei Comuni Colline Metallifere ha espresso parere negativo il 20 ottobre 2025 per l'interferenza con la visuale da Montemassi, tutelata da un decreto del 1997, e la Provincia di Grosseto ha segnalato l'artificializzazione del paesaggio. La valutazione di impatto ambientale è passata lo stesso: il 27 maggio 2026 la Regione ha annunciato la pronuncia favorevole di compatibilità ambientale; l'Autorizzazione Unica non è ancora arrivata. Dagli stessi verbali risulta che nella fase aperta al pubblico non erano arrivate osservazioni. La mobilitazione contro il progetto è nata nei mesi successivi, a fase chiusa.

E i venticinque ettari sono solo la parte visibile. Il coordinamento dei residenti Sentinella della Maremma ha fatto il conto della norma nazionale che classifica come idonea la fascia di 500 metri intorno alle aree produttive: dentro il perimetro urbano di Ribolla «l'superficie effettivamente industrializzata […] non arriva a 5 ettari. Eppure, per legge, intorno a queste piccole macchie di asfalto scatta una zona di 500 metri che diventa area idonea per gli impianti. Il calcolo è spietato: 5 ettari di attività produttiva generano 209 ettari di “area idonea”». Sommando gli altri procedimenti in corso, il totale in gioco supera i 230 ettari, quasi cinque volte l'abitato.

Chi propone, e cosa la legge non chiede

Il proponente, negli atti della Regione Toscana, è SPV Energy 3 Srl, con sede a Milano. Chi si oppone ha risalito la catena societaria. Una petizione che al 13 settembre supera le 12.700 firme scrive che la società «da visure camerali risulta essere […] emanazione della Shikun&Binui L.t.d.», e chiede alla Regione di non autorizzarla. Rifondazione Comunista Toscana, il 7 agosto, ha ripreso il dossier del Collettivo Diritti in Palestina e ha chiesto al presidente Eugenio Giani di negare l'autorizzazione.

«dietro la SVP Energy (con capitale sociale irrisorio e nessun dipendente) c'è l'olandese Shikun & Binui Energy B.V. Ltd, controllata a sua volta dall'israeliana Shikun & Binui Ltd che, a quanto riportato dal Centro indipendente “Who Profits Research Center”, è pesantemente coinvolta nell'occupazione illegale israeliana dei territori palestinesi, sia in Cisgiordania che nella striscia di Gaza»

Segreteria regionale di Rifondazione Comunista Toscana, comunicato, 7 agosto 2026

Il 5 settembre il Collettivo ha manifestato a Ribolla, e il partito ha aderito parlando di una società «complice del governo Netanyahu, e con un ruolo nel genocidio del popolo palestinese».

Un dato sta invece in un atto. Shikun & Binui Ltd e la controllata Shikun & Binui – Solel Boneh – Infrastructure Ltd compaiono alle voci 136 e 137 del database delle imprese attive negli insediamenti israeliani nei Territori palestinesi occupati, aggiornato dall'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani con il documento A/HRC/60/19 del 26 settembre 2025. Il database riguarda le attività negli insediamenti nei Territori occupati.

La legge italiana sulle rinnovabili non chiede nulla su questa catena. Lo scrive la stessa Rifondazione: «mentre è richiesta l'antimafia, non è prevista nessuna verifica, come in questo caso, legata all'evidente violazione dei diritti umani». E lo scrive il coordinamento dei residenti che a Ribolla si oppone ai pannelli, rivolgendosi a chi condivide la sua battaglia.

«Ma sarebbe un errore fermarsi qui. Trattare Shikun & Binui come il male assoluto significa distogliere lo sguardo dal vero mostro: il quadro normativo italiano. Perché se al posto di un'azienda israeliana ci fosse BlackRock, un fondo pensione norvegese o un colosso cinese, il risultato sarebbe identico. La legge non chiede chi sia il proprietario ultimo.»

Sentinella della Maremma, coordinamento di residenti di Roccastrada, 16 agosto 2026

Al soggetto che presenta un progetto si chiedono la documentazione antimafia e i requisiti tecnici dell'impianto: nulla su come si comporti altrove. Vale per una società veicolo come per un fondo internazionale o per un'azienda agricola.

E il Veneto, adesso

La legge regionale 17 del 2022, sopra il megawatt in area agricola, consente solo l'agrivoltaico e impone in deroga di asservire una superficie agricola pari a quindici volte quella occupata. Il 28 luglio 2026 la giunta ha approvato il disegno di legge sulle ulteriori aree idonee, ora all'esame del Consiglio regionale: tetto allo 0,8% della superficie agricola utilizzata, il minimo consentito dalla norma nazionale, cioè 6.681 ettari, per 5.828 megawatt entro il 2030. Il fotovoltaico a terra in Veneto occupa circa 900 ettari: anche al limite più basso, la Regione ha aperto uno spazio di crescita di oltre sette volte. E i pannelli sono solo una delle strade per cui il suolo veneto se ne va: a Dolo il nuovo polo logistico di Veneto City ne mangia 75 mila metri quadrati di bosco.

Estende poi la procedura semplificata agli impianti fra 5 e 12 megawatt, a condizione che il proponente sia un imprenditore agricolo: un requisito dello stesso tipo di quello che il Consiglio di Stato ha appena dichiarato illegittimo. Con la sentenza 6004 del 2026 ha annullato la delibera con cui la Lombardia riservava gli impianti agrivoltaici alle sole imprese agricole: la natura agrivoltaica dipende dall'organizzazione concreta dell'intervento e dalla coesistenza fra energia e agricoltura, non da chi propone. Non sono situazioni identiche, in Lombardia una preclusione e in Veneto una corsia preferenziale, ma il disegno di legge è arrivato quando la sentenza era già stata pubblicata.

La consultazione pubblica sulla valutazione ambientale strategica del piano regionale delle zone di accelerazione, aperta con la delibera di giunta 798 del 28 luglio 2026, si è chiusa il 3 settembre: ventitré giorni dalla pubblicazione sul Bollettino dell'11 agosto, la metà del termine ordinario.

Agrivoltaico sì o no, allora. Coi moduli davvero alti, il campo che continua a produrre e il suolo che d'estate resta più fresco, è una risposta seria alla transizione, e va sostenuta. Come lo consente la legge in vigore, senza chiedere nulla a chi propone, rischia di essere consumo di suolo dietro una parola nuova. A separare le due cose è la norma, e in Veneto è all'esame del Consiglio regionale.

Fabio Temporiti

Consulente informatico di professione, aspirante pubblicista ambientale per vocazione. Scrive per EcoMagazine di conflitti ambientali, energia, acqua, aria e territorio nel Veneto, cercando di raccontare quello che chi dipende dalla pubblicità non può raccontare. Affascinato dal lupo e sensibile alle lontre.