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Manifestazione Peace Now Londra 2023 con striscione «NATO is the problem - Not the answer»
Anteprima social — manifestazione Peace Now Londra, 25 febbraio 2023.

Spese militari e crisi climatica: la difesa che ci serve è civile e nonviolenta

Manifestazione Peace Now a Londra il 25 febbraio 2023 con uno striscione «NATO is the problem - Not the answer»
«NATO is the problem – Not the answer». Londra, 25 febbraio 2023, una delle migliaia di manifestanti della marcia Peace Now che chiede l’avvio di un negoziato per chiudere la guerra in Ucraina e fermare il riarmo. Tre anni dopo, il summit NATO di luglio 2025 ha fissato l’obiettivo del 5 per cento del PIL per la spesa militare entro il 2035 (foto Alisdare Hickson, Wikimedia Commons, CC BY-SA 2.0).

Il 22 aprile 2026, Giornata della Terra, la Rete Italiana Pace e Disarmo ha pubblicato un comunicato che si poteva sintetizzare in una sola frase: «smilitarizzare per la giustizia climatica». La data non è casuale. La Giornata della Terra è il momento simbolico in cui si misura quanto siamo distanti dagli obiettivi climatici. Il riarmo globale è una delle ragioni di quella distanza, e finora le due conversazioni, quella militare e quella climatica, sono andate avanti su binari paralleli. EcoMagazine ha provato a farle incontrare in tre inchieste pubblicate nelle settimane scorse: questo articolo le tiene insieme, le aggiorna e indica un’alternativa concreta che il movimento per il disarmo sta portando avanti.

I numeri sono cresciuti. Nel 2024 la spesa militare globale ha raggiunto 2.718 miliardi di dollari, in aumento del 9,4 per cento in termini reali rispetto all’anno precedente, l’incremento più forte dalla fine della Guerra Fredda (SIPRI, Trends in World Military Expenditure 2024). Le proiezioni della Rete Pace e Disarmo, basate sull’obiettivo NATO del 5 per cento del PIL fissato al summit di luglio 2025, parlano di 6.600 miliardi entro il 2035. I venti paesi a maggior spesa militare hanno bruciato in arsenali, dal 2001 al 2025, 40.000 miliardi di dollari. Sono cifre che superano qualunque scenario di finanza climatica fin qui discusso.

La connessione che nessuno vuole vedere

Il legame fra spesa militare ed emissioni di gas serra è ormai ben documentato. Le forze armate del mondo, sommando emissioni dirette delle operazioni e indirette delle filiere produttive degli armamenti, generano circa il 5,5 per cento delle emissioni globali, una stima centrale del lavoro di Scientists for Global Responsibility e del Conflict and Environment Observatory. Se fossero un paese, gli eserciti del mondo sarebbero il quarto emettitore globale, dopo Cina, Stati Uniti e India. EcoMagazine ne ha scritto in dettaglio in Gli eserciti del mondo inquinano come la Russia, ma nessuno li conta, ricostruendo i 28 anni di esenzione climatica delle emissioni militari dal Protocollo di Kyoto del 1997 fino alla COP30 di Belém del novembre 2025.

L’altra metà del problema sono i conflitti armati. Lo studio sulla guerra in Ucraina, coordinato dall’Initiative on GHG Accounting of War, ha calcolato in 311 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente i danni climatici dei primi quattro anni di guerra (febbraio 2022 – febbraio 2026): un volume paragonabile alle emissioni annuali della Francia. La guerra a Gaza, secondo lo studio Neimark et al. pubblicato su One Earth (Cell Press) nel marzo 2026, ha generato circa 33 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente in quindici mesi, includendo la futura ricostruzione. Sulle stesse pagine, Riccardo Bottazzo ha rilanciato i dati nel comunicato Guerra e clima: 311 milioni di tonnellate di CO₂ in quattro anni di conflitto in Ucraina, oltre 31 milioni a Gaza.

«Il militarismo è profondamente connesso alla crisi climatica. L’aumento delle spese militari alimenta le guerre, incrementa le emissioni e sottrae risorse alle soluzioni climatiche»
Rete Italiana Pace e Disarmo, comunicato Giornata della Terra 2026

Banche, fossili e armi: il circolo si chiude

C’è un piano finanziario che lega militarismo e crisi climatica con un’unica griglia di responsabilità. Le grandi banche europee finanziano contemporaneamente l’industria fossile, l’industria bellica e i conflitti che ne tutelano le rotte. EcoMagazine lo ha documentato in Guerra in Iran, bollette e banche: il circolo vizioso che lega le fossili ai conflitti, riprendendo i dati del rapporto Banking on Climate Chaos 2025 della Rainforest Action Network e quelli dell’osservatorio italiano ZeroArmi sui finanziamenti al settore difesa.

Una nota su un caso specifico: il 5 per cento di Nuclitalia detenuto da Leonardo, mentre la stessa azienda italiana produce i missili nucleari ASMP-A per la deterrenza francese. Il legame fra nucleare civile e nucleare militare, mai del tutto chiuso da nessuno dei nove stati con armi nucleari, è il tema dell’inchiesta Nucleare civile e militare: la porta che nessuno stato ha mai chiuso. Tutti e nove gli stati con armi nucleari hanno centrali civili. Nel 2024 hanno speso oltre 100 miliardi di dollari in armamenti nucleari (ICAN).

Vista aerea del Pentagono, quartier generale del Dipartimento della Difesa USA
Il Pentagono, quartier generale del Dipartimento della Difesa USA. Più grande emettitore istituzionale di gas serra al mondo: 59 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente nel 2017 (foto DoD/Ken Hammond, pubblico dominio).

L’Italia: 33 miliardi e nessun dato sulle emissioni

Il quadro italiano lo abbiamo già delineato. La spesa militare è cresciuta a 33 miliardi di euro nel 2025 (+12,5 per cento sul 2024), quasi 13 dei quali per nuovi armamenti, con un incremento decennale del 60 per cento (Osservatorio MILEX). La climatologa Elisa Palazzi (Università di Torino) stima l’impronta carbonio delle forze armate italiane fra 1,5 e 2,5 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente l’anno, ma il Ministero della Difesa non pubblica un report. Il PNIEC, il piano nazionale energia e clima, non menziona le attività militari. EcoMagazine ha sintetizzato il caso italiano nell’inchiesta sugli eserciti già citata.

C’è un dato che chiude il cerchio: secondo il report di Greenpeace European Unit, quasi due terzi delle missioni militari dell’Unione Europea servono a monitorare e proteggere la produzione e il trasporto di petrolio e gas, e l’Italia è il maggiore investitore (oltre 797 milioni di euro nel solo 2021, con due operazioni dedicate alla protezione delle piattaforme di Eni in acque internazionali al largo della Libia). Difendere i fossili è una voce della spesa militare. La transizione energetica è anche una transizione di sicurezza: meno dipendenza, meno conflitti, meno emissioni.

Un’altra difesa è possibile

Qui si apre l’alternativa. Il 16 marzo 2026 in Corte di Cassazione è stata depositata la proposta di legge di iniziativa popolare Un’altra difesa è possibile, promossa dalla Rete Italiana Pace e Disarmo, dalla Conferenza Nazionale Enti di Servizio Civile (CNESC) e da Sbilanciamoci! (difesacivilenonviolenta.org). Il testo chiede l’istituzione di un Dipartimento della Difesa Civile non armata e nonviolenta presso la Presidenza del Consiglio, finanziato da una progressiva riallocazione di risorse attualmente destinate al solo strumento militare. La raccolta delle 50.000 firme necessarie a portare il testo in Parlamento è iniziata il 16 marzo e si chiude il 15 settembre 2026.

La difesa civile nonviolenta non è un’invenzione recente. È una tradizione che attraversa il Novecento: la resistenza danese all’occupazione nazista durante la seconda guerra mondiale, gli scioperi generali della Cecoslovacchia dopo l’invasione sovietica del 1968, la lotta nonviolenta del People Power nelle Filippine nel 1986, le rivoluzioni colorate dell’Europa orientale, le proteste di Hong Kong nel 2019. Studi accademici di lungo periodo (Erica Chenoweth e Maria Stephan, Why Civil Resistance Works, 2011) hanno mostrato che fra il 1900 e il 2006 le campagne nonviolente di rovesciamento di regimi autoritari hanno avuto successo nel 53 per cento dei casi, contro il 26 per cento delle campagne armate.

In Italia il quadro costituzionale non manca. L’articolo 52 della Costituzione stabilisce che «la difesa della patria è sacro dovere del cittadino». La sentenza 164/1985 della Corte Costituzionale (cortecostituzionale.it) ha riconosciuto che la difesa della patria può essere esercitata anche con strumenti civili e nonviolenti. La legge 64/2001 sul servizio civile nazionale e, prima ancora, la legge 230/1998 sull’obiezione di coscienza al servizio militare, hanno costruito l’infrastruttura amministrativa di un sistema di servizio civile che coinvolge ogni anno migliaia di giovani. Quello che manca è il riconoscimento della difesa civile come politica pubblica strutturata, con risorse, formazione, professionalità.

«La difesa della patria è sacro dovere del cittadino»
Costituzione della Repubblica Italiana, articolo 52

Iniziative di terreno esistono. Operazione Colomba, il corpo nonviolento di pace della Comunità Papa Giovanni XXIII, ha presidiato dal 1992 zone di conflitto come Colombia, Albania, Israele e Palestina, Libano. I Caschi Bianchi, all’interno del servizio civile internazionale, gestiscono missioni di pace civile in oltre venti paesi. La Rete Italiana Pace e Disarmo, il MIR-Italia (Movimento Internazionale della Riconciliazione), la Tavola della Pace formano centinaia di operatori di pace ogni anno. Il problema, come scrivono i promotori della proposta di legge, è che «queste esperienze sono frammentate, sottofinanziate e poco riconosciute».

Foto storica della prima Marcia della Pace Perugia-Assisi del 24 settembre 1961
La prima Marcia della Pace Perugia-Assisi, 24 settembre 1961, ideata da Aldo Capitini. È una delle più antiche manifestazioni della cultura nonviolenta italiana, sotto lo slogan «Per la pace e la fratellanza tra i popoli». La difesa civile nonviolenta affonda le radici in questa tradizione (foto Wikimedia Commons, pubblico dominio).

Cosa si può fare adesso

La proposta di legge sulla difesa civile è il punto di leva più alto, e si firma con SPID o CIE sul portale ufficiale del Ministero della Giustizia. Ma il movimento per il disarmo italiano ha aperto in queste settimane diversi fronti su cui prendere posizione: il dossier sulle missioni militari italiane all’estero, la richiesta di trasparenza sulle emissioni delle forze armate, l’opposizione al raddoppio della spesa militare al 5 per cento del PIL. Le campagne convergono nello slogan GDAMS 2026, Global Day of Action on Military Spending, lanciato il 22 aprile.

C’è un punto culturale, infine, che merita attenzione. Smilitarizzare non significa restare disarmati di fronte alle minacce: significa costruire altri strumenti, civili e collettivi, per affrontarle. La crisi climatica chiede esattamente questo: cooperazione internazionale, ridistribuzione delle risorse, infrastrutture di resilienza condivisa. Spendere 100 miliardi di dollari aggiuntivi in armi genera 32 milioni di tonnellate di CO₂. Spendere lo stesso miliardo in efficienza energetica, rinnovabili, comunità energetiche, riduce le emissioni e crea posti di lavoro stabili. La scelta non è tecnica. È politica.

Riallocare il 15 per cento della spesa militare globale del 2024, scrive la Rete Pace e Disarmo, basterebbe a coprire l’intero costo annuale di adattamento climatico nei paesi in via di sviluppo: 387 miliardi di dollari. Sono numeri sui quali si può agire. Cominciando dal voto in Parlamento, da una firma su una proposta di legge, da un percorso di formazione.

Box: come formarsi alla difesa civile e firmare la proposta di legge

  • Firmare Un’altra difesa è possibile: portale ufficiale del Ministero della Giustizia, accesso con SPID o CIE, firmereferendum.giustizia.it – termine 15 settembre 2026
  • Sito ufficiale della campagna e testo integrale della proposta: difesacivilenonviolenta.org
  • Contatti: info@difesacivilenonviolenta.org, telefono 045/8009803