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F-16 americano in decollo con postbruciatore acceso durante esercitazione NATO Trident Juncture 2018
Un F-16 americano accende il postbruciatore durante l’esercitazione NATO Trident Juncture 2018. I jet militari sono tra i principali consumatori di combustibili fossili al mondo (foto U.S. Air Force, pubblico dominio)

Gli eserciti del mondo inquinano come la Russia, ma nessuno li conta

Il Pentagono consuma tra il 77 e l’80 per cento di tutta l’energia del governo degli Stati Uniti. Le sue emissioni annuali – 59 milioni di tonnellate di CO2 equivalente – superano quelle di Svezia, Portogallo e Danimarca (Neta C. Crawford, Brown University, 2019). Se fosse un paese, sarebbe il 55esimo emettitore al mondo. Ma se si allarga lo sguardo a tutte le forze armate del pianeta, il dato cambia scala: circa 2.750 milioni di tonnellate di CO2 equivalente l’anno, il 5,5 per cento delle emissioni globali. Più della Russia. Il doppio dell’aviazione civile. Se fossero un paese, gli eserciti del mondo sarebbero il quarto emettitore dopo Cina, Stati Uniti e India (Scientists for Global Responsibility e CEOBS, 2022). Eppure queste emissioni non compaiono in nessun accordo climatico. Dal 1997, nessuno è obbligato a contarle.

Ventotto anni di esenzione

La storia inizia a Kyoto, nel dicembre 1997. Il Pentagono ottiene l’esenzione delle emissioni militari dal protocollo di riferimento per la lotta al cambiamento climatico. Il motivo: il trattato avrebbe danneggiato la “military readiness”, la prontezza operativa delle forze armate. Sherri W. Goodman, all’epoca Deputy Undersecretary of Defense for Environmental Security, negozia l’esclusione nelle ore finali del vertice. Nel 1999 il Congresso americano la consolida con il National Defense Authorization Act (National Security Archive, George Washington University).

L’Accordo di Parigi del 2015 rimuove formalmente l’esenzione automatica. Ma il reporting delle emissioni militari diventa volontario. Nella diplomazia climatica, “volontario” equivale a “nessuno lo farà”. E così è stato. A novembre 2025, alla COP30 di Belém, le emissioni militari sono rimaste ancora una volta fuori dall’accordo formale, nonostante quasi 100 organizzazioni abbiano firmato i pledge dell’iniziativa “War on Climate” (PRIF Blog, dicembre 2025).

«La maggior parte degli eserciti dichiara meno del 10 per cento della propria impronta carbonio»

Stuart Parkinson, direttore di Scientists for Global Responsibility, report SGR 2025

Il risultato: 28 anni di buco nero climatico. Il Conflict and Environment Observatory (CEOBS) ha rilevato che il reporting sta peggiorando, non migliorando. Gli Stati Uniti, la Russia e la Cina – che insieme rappresentano oltre metà della spesa militare mondiale – non forniscono dati affidabili o aggiornati. Gli USA non hanno presentato alcun inventario emissioni all’UNFCCC per il 2023. Solo sei stati (Germania, Ungheria, Norvegia, Slovacchia, Bulgaria, Cipro) hanno dati classificati come “fair” (CEOBS, 2025).

I numeri che nessuno vuole vedere

La stima più citata è quella di Scientists for Global Responsibility e CEOBS, pubblicata alla COP27 nel novembre 2022: le emissioni militari globali si collocano in un range tra 1.600 e 3.500 milioni di tonnellate di CO2 equivalente l’anno (tra il 3,3 e il 7 per cento delle emissioni globali), con un valore centrale di circa 2.750 milioni di tonnellate – il 5,5 per cento. Il dato emerge dall’incrocio di 11 studi indipendenti (PDF del report).

Per dare un ordine di grandezza:

  • Cina: circa 12.000 Mt CO2eq/anno (primo emettitore al mondo)
  • Stati Uniti: circa 5.000 Mt (secondo)
  • India: circa 3.500 Mt (terzo)
  • Eserciti del mondo: circa 2.750 Mt (quarto, stima SGR/CEOBS)
  • Russia: circa 2.000 Mt (quinto)
  • Giappone: circa 1.100 Mt (le emissioni militari lo superano, secondo IPB)

Due terzi delle emissioni militari derivano da operazioni di routine: esercitazioni, produzione di armamenti, manutenzione delle basi. Il Pentagono da solo, tra il 2001 e il 2017, ha emesso 1,2 miliardi di tonnellate di gas serra, di cui oltre 400 milioni direttamente legate al consumo di carburante bellico (Crawford, Brown University).

Le guerre che bruciano il clima

Se le operazioni di routine pesano per due terzi, i conflitti armati aggiungono un carico devastante. Due studi recenti hanno quantificato per la prima volta le emissioni di guerra.

La guerra in Ucraina ha generato 311 milioni di tonnellate di CO2 equivalente nei primi quattro anni (febbraio 2022 – febbraio 2026), un volume paragonabile alle emissioni annuali della Francia. Il dato emerge dall’aggiornamento di febbraio 2026 dell’Initiative on GHG Accounting of War, coordinata da Lennard de Klerk (Ecoaction). Il 34 per cento delle emissioni proviene direttamente dalle operazioni belliche, il 23 per cento dalla futura ricostruzione, il 31 per cento dagli incendi: nel 2024 sono andati in fumo 92.100 ettari di foreste ucraine, più del doppio della media dei due anni precedenti.

«Il 2024 è stato l’anno in cui clima e conflitto si sono combinati, producendo distese di foreste bruciate che superano tutto ciò che abbiamo visto prima in Ucraina e in Europa»

Lennard de Klerk, Initiative on GHG Accounting of War (Ecoaction)

Il danno climatico stimato supera i 57 miliardi di dollari (a un costo sociale del carbonio di 185 dollari per tonnellata). L’Ucraina intende chiedere alla Russia un risarcimento compreso tra 43 e 57 miliardi di dollari.

Lo studio pubblicato sulla rivista One Earth (Cell Press) l’11 marzo 2026 da Benjamin Neimark e colleghi ha calcolato le emissioni del conflitto a Gaza: circa 33 milioni di tonnellate di CO2 equivalente, includendo la ricostruzione futura (stimata in 30 milioni di tonnellate, pari alle emissioni annuali della Nuova Zelanda). Nei primi 60 giorni di guerra le emissioni sono state di 281.000 tonnellate di CO2, di cui il 99 per cento attribuibile ad azioni militari israeliane e 713 tonnellate ai razzi di Hamas. Duecento aerei cargo statunitensi hanno consumato 50 milioni di litri di carburante, generando 133.000 tonnellate di CO2 (Neimark et al., One Earth). Le emissioni totali del conflitto superano quelle annuali combinate dei 20 paesi più vulnerabili ai cambiamenti climatici.

La corsa al riarmo: un moltiplicatore di emissioni

Il quadro peggiora con l’accelerazione della spesa militare mondiale. Secondo il SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute), nel 2024 la spesa ha raggiunto i 2.718 miliardi di dollari, con un aumento del 9,4 per cento in termini reali – il più forte dalla fine della Guerra Fredda. La spesa pro capite (334 dollari) è la più alta dal 1990. I primi cinque paesi (Stati Uniti, Cina, Russia, Germania, India) rappresentano il 60 per cento del totale. L’Europa ha aumentato la spesa militare dell’83 per cento tra il 2015 e il 2024 (SIPRI, aprile 2025).

Lo studio pubblicato su Nature Communications nel maggio 2025 ha dimostrato il legame diretto: per ogni aumento dell’1 per cento del rapporto spesa militare/PIL, le emissioni di CO2 aumentano di 0,04 kg per dollaro di PIL. L’aumento della spesa militare ha contribuito al 27 per cento del cambiamento totale dell’intensità emissiva tra il 1995 e il 2023. Se i trend attuali proseguono, le emissioni globali di CO2 cresceranno tra l’1,1 e il 2,5 per cento entro il 2030 (Nature Communications).

Stuart Parkinson di SGR ha calcolato che ogni aumento di 100 miliardi di dollari in spesa militare produce circa 32 milioni di tonnellate di CO2 equivalente in più (SGR, 2025). La NATO, che ha fissato l’obiettivo del 5 per cento del PIL per la spesa militare dei paesi membri, rischia di generare fino a 1.320 milioni di tonnellate di CO2 aggiuntive nel prossimo decennio – pari alle emissioni annuali del Brasile. Le emissioni specificamente militari della NATO nel 2023 sono stimate in 233 milioni di tonnellate (CEOBS, analisi NATO GHG Methodology).

L’International Peace Bureau (IPB, Premio Nobel per la Pace 1910) ha evidenziato il paradosso: con il 5 per cento della spesa militare mondiale – 135 miliardi di dollari – si raggiungerebbe l’obiettivo dei 100 miliardi di dollari di finanza climatica (IPB, Climate Collateral 2025).

L’Italia: 33 miliardi per la difesa, zero dati sulle emissioni

L’Italia è il paese che non sa – o non dice – quanto inquinano i suoi eserciti. Secondo le stime della climatologa Elisa Palazzi dell’Università di Torino, l’impronta carbonio delle forze armate italiane si colloca tra 1,5 e 2,5 milioni di tonnellate di CO2 equivalente l’anno. Il Ministero della Difesa non pubblica un report sulle emissioni militari. Il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) non menziona le attività militari.

Intanto la spesa cresce: 33 miliardi di euro nel 2025, in aumento del 12,5 per cento rispetto al 2024, di cui quasi 13 miliardi per nuovi armamenti. L’incremento nell’ultimo decennio è del 60 per cento (MILEX).

C’è un dato che collega direttamente l’Italia al nesso guerra-fossili-clima. Secondo il report di Greenpeace European Unit, quasi due terzi delle missioni militari dell’Unione Europea servono a monitorare e proteggere la produzione e il trasporto di petrolio e gas. L’Italia è il maggiore investitore: oltre 797 milioni di euro nel solo 2021, con due operazioni specifiche per proteggere le piattaforme di Eni in acque internazionali al largo della Libia (Greenpeace EU). EcoMagazine ha raccontato questo circolo vizioso – banche, fossili, armi, conflitti – nell’inchiesta “Guerra in Iran, bollette e banche“.

Un’analisi di Fondazione Finanza Etica ha evidenziato che ogni miliardo di dollari investito nel settore degli armamenti genera 741 milioni di PIL, mentre lo stesso miliardo investito in istruzione o ambiente ne genera quasi il doppio (Fondazione Finanza Etica).

L’ultima esenzione

Al summit NATO del luglio 2025 è stato fissato l’obiettivo del 5 per cento del PIL per la spesa militare. Pochi mesi dopo, a COP30, le emissioni militari sono rimaste fuori dall’accordo sul clima. Il paradosso è circolare: il Pentagono stesso riconosce il cambiamento climatico come una delle maggiori minacce alla sicurezza nazionale, ma resta il più grande emettitore istituzionale al mondo. Si combattono guerre per “la sicurezza” che alimentano la crisi climatica – la stessa crisi che i generali definiscono una minaccia.

Con 135 miliardi di dollari – il 5 per cento della spesa militare mondiale del 2024 – si finanzierebbe l’intero obiettivo globale di 100 miliardi di dollari per il clima. La scelta non è tecnica. È politica.