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Cantiere del Bosco dello Sport a Tessera
Cantiere del Bosco dello Sport a Tessera

Il “verde” che inquina, consuma suolo e devasta la natura: il Bosco dello Sport a Venezia

Proprio a Venezia, città simbolo della fragilità climatica globale, è stato avviato un progetto che riassuma in maniera emblematica la contraddizione sempre più evidente tra parole e scelte concrete. Il “Bosco dello Sport”, fortemente voluto dal sindaco uscente Luigi Brugnaro, è stato presentato come un modello di sostenibilità e rigenerazione urbana. Ma a guardare i dati tecnici e il contesto territoriale, emerge una realtà molto, molto diversa.

Il complesso sorgerà a Tessera, nella gronda lagunare nord, su un’area di circa 110 ettari. Qui sono previsti uno stadio da 16 mila posti, un’arena da 10 mila, nuove infrastrutture e parcheggi, il tutto accompagnato da una vasta operazione di piantumazione. Il costo complessivo si aggira intorno ai 300 milioni di euro. Un investimento rilevante, che però insiste su un’area agricola ancora attiva, uno dei pochi lembi non urbanizzati rimasti nella pianura veneziana.

Ed è proprio questo il nodo centrale della contestazione. Secondo i dati dell’ISPRA, il Veneto è già tra le regioni italiane con il più alto tasso di consumo di suolo, e la provincia di Venezia è una delle più esposte alla pressione urbanistica, soprattutto lungo la fascia lagunare. Trasformare terreno agricolo in infrastrutture significa perdere capacità di assorbimento delle acque, aumentare il rischio idraulico e compromettere in modo spesso irreversibile le funzioni ecosistemiche del suolo.

I conti che non tornano

A rendere ancora più controverso il progetto è la sua struttura finanziaria. Il Bosco dello Sport è infatti sostenuto in larga parte da risorse pubbliche. Dopo l’esclusione dai fondi europei del PNRR, dovuta alla non conformità con il principio del “Do No Significant Harm” previsto dal regolamento UE 2020/852, il Governo è intervenuto con uno stanziamento di circa 93,5 milioni di euro. Il resto dell’investimento grava principalmente sul Comune di Venezia, che contribuisce con risorse proprie e attraverso il ricorso al debito.

In altre parole, si tratta di un’opera pagata in larga misura dai contribuenti, mentre la gestione futura degli impianti sportivi con i relativi guadagni, sarà affidata, almeno in parte, a soggetti privati. Anche questa, una storia che abbiamo già sentito!

E qui emerge un’altra questione decisiva. A pochi chilometri da Tessera si estende Porto Marghera, uno dei più vasti poli industriali dismessi d’Europa, con oltre duemila ettari di aree compromesse che attendono da decenni una riconversione. In un quadro europeo che punta all’azzeramento del consumo netto di suolo entro il 2050, come indicato dalla Strategia per il Suolo 2030 della Commissione UE, la scelta di costruire su terreni agricoli anziché recuperare aree degradate appare difficilmente giustificabile.

Un bosco di cemento in un ecosistema fragile

Il problema non è solo urbanistico, ma anche idrogeologico. Venezia e la sua laguna sono un sistema estremamente fragile, segnato da fenomeni di subsidenza e dall’innalzamento del livello del mare, che nell’Adriatico settentrionale cresce a un ritmo medio di circa 2,5 millimetri all’anno. Eventi estremi come l’Acqua alta del 2019, che raggiunse i 187 centimetri causando danni per oltre un miliardo di euro, hanno mostrato con chiarezza quanto sia delicato l’equilibrio di questo territorio.

In questo contesto, ogni nuova impermeabilizzazione del suolo rappresenta un fattore di rischio aggiuntivo. Ridurre la capacità del terreno di assorbire l’acqua significa aumentare la probabilità di allagamenti locali e aggravare le criticità esistenti. È un aspetto che la letteratura scientifica e gli stessi rapporti dell’ISPRA evidenziano da anni.

Di fronte a queste criticità, l’amministrazione comunale fucsia continua a difendere il progetto sottolineando come questo contempli la creazione di nuove aree verdi e la piantumazione di alberi. Ma la questione è più complessa di come ce la raccontano. Il verde urbano, per quanto importante, non può sostituire le funzioni di un suolo agricolo intatto. Non è una semplice compensazione: è un cambiamento strutturale del territorio, che comporta una perdita netta di servizi ecosistemici.

Il Bosco dello Sport diventa così un caso emblematico di un modello di sviluppo che evita permea opportunità di fare conti con la crisi climatica (e quindi con la realtà del territorio). Da un lato si moltiplicano gli impegni per la sostenibilità, dall’altro si continua a consumare suolo e a privilegiare nuove edificazioni rispetto al recupero dell’esistente.

In una delle aree più vulnerabili d’Europa, questa contraddizione pesa più che altrove. Perché ogni scelta urbanistica non riguarda solo il presente, ma incide sulla capacità futura del territorio di resistere agli shock climatici.

Il punto, quindi, non è solo se questo Bosco che non è un “bosco” sia un’opera utile o meno. La domanda giusta da farci è quale idea di città e di territorio vogliamo e quale stiamo costruendo. Quella che continua a espandersi, consumando risorse finite, o quella che prova finalmente a rigenerare ciò che è già stato compromesso?

La risposta segnerà il futuro di Venezia e della sua laguna.