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Allerta caldo rossa. E non è più “solo estate”

di Luca Lombroso. Domenica 28 giugno in Emilia-Romagna si attendono valori vicini ai 40°C in pianura, con diffuso disagio bioclimatico e possibile instabilità sui rilievi. Non stiamo parlando di una normale ondata di caldo: è una fase estrema. Non avevo mai visto prima un’allerta rossa per il caldo. E già questo, da solo, dovrebbe far capire la portata di quello che stiamo vivendo.
L’allerta rossa scatta quando si prevedono temperature massime superiori ai 40°C, oppure almeno due giorni consecutivi sopra i 39°C. Le conseguenze possono essere serie: colpi di calore e disidratazione, soprattutto per le persone più vulnerabili, ma anche rischi concreti per chi è sano e attivo. Senza contare le possibili interruzioni della rete elettrica, sotto pressione per il sovraccarico dei consumi. In questo contesto, ripetere “bevete acqua ed evitate le ore centrali” non basta più. Dovrebbe essere scontato. Il punto è un altro. Fa riflettere vedere ancora persone in bici da corsa o operai nei cantieri sotto il sole di mezzogiorno, su asfalto rovente, in aree urbane e industriali completamente esposte. La mobilità sostenibile è importante, ma va ripensata in un clima che non è più quello di qualche anno fa. Servono orari diversi, infrastrutture adeguate, ombreggiamento e maggiore attenzione alla sicurezza delle persone.

E poi c’è il problema più grande: l’adattamento e la mitigazione dei cambiamenti climatici. Queste ondate di calore non sono più eccezioni. Sono segnali strutturali di un cambiamento ormai in atto. Eppure la risposta politica è stata spesso lenta, frammentata e insufficiente, quando non apertamente negazionista. Basti pensare alle sconcertanti affermazioni del Presidente del Senato di questi giorni, secondo cui “ci abitueremo al clima caraibico” e “quando c’era lui si facevano leggi per tutelare il paesaggio”. Le nostre città sono ancora troppo vulnerabili: piazzali e vialoni di centri commerciali, aree industriali ma anche quartieri residenziali sorti durante il boom edilizio degli ultimi decenni, spesso completamente assolati e cementificati, con pochi alberi incapaci di mitigare davvero il calore. Il verde urbano è insufficiente, la pianificazione procede troppo lentamente e la politica, troppo spesso, ha sottovalutato o rimandato interventi concreti sul clima e sull’ambiente.

Oggi, inoltre, le priorità sembrano essersi spostate altrove, tra crisi internazionali, guerra e riarmo, invece che sulla sicurezza climatica e sulla protezione delle persone. E se fra le priorità della politica prevalgono guerra e riarmo, qualsiasi azione sul clima finisce inevitabilmente in secondo piano e rischia di essere incoerente o vanificata da scelte che vanno nella direzione opposta. A 40 gradi non si alza solo la temperatura. Si misura anche la distanza tra ciò che sappiamo e ciò che siamo davvero pronti a fare. Ma si misura anche qualcos’altro: la nostra capacità di immaginare un futuro diverso. Adattarsi non significa soltanto sopravvivere a estati sempre più roventi. Anche interventi indispensabili come piantare alberi, aumentare il verde urbano o depavimentare le città producono benefici importanti, ma inevitabilmente locali e parziali: l’ondata di caldo resta. Adattarsi significa ripensare il sistema energetico, le città, i ritmi di vita e le nostre priorità collettive. Non è più una questione di piccole azioni virtuose individuali, ma di grandi scelte politiche, locali, nazionali e globali. Scelte lungimiranti, di lungo periodo, che devono anche essere condivise, partecipate e accettate. Significa decidere oggi quale mondo vogliamo lasciare a chi verrà dopo di noi.
Il caldo estremo non è soltanto un problema meteorologico: è uno specchio. E riflette le scelte, o le non-scelte, di decenni di politica, urbanistica, pianificazione ed economia. Infine, un’ultima riflessione, che non dovremmo mai dimenticare: non esiste adattamento senza mitigazione. Se non scegliamo con decisione la strada dell’abbandono dei combustibili fossili e della transizione energetica, ecologica e sociale, non ci sarà modo di adattarsi a un clima che diventerà sempre più ostile. Non alla natura, che continuerà a cambiare, ma alla nostra società e al modello di sviluppo che ha contribuito a creare questo problema.

Possiamo ancora cambiare rotta. Ma il tempo, proprio come la temperatura, continua a salire.