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Appello scienziati inazione crisi climatica
L'inazione è il nuovo negazionismo climatico

Dal negazionismo all’inazione climatica: un altro modo per non ascoltare la scienza

Col caldo record che tutti stiamo patendo in questi giorni, le temperature record, la siccità, gli incendi, le alluvioni e gli effetti sempre più evidenti sull’agricoltura e sull’economia, oltre che sulla nostra salute, appare paradossale ricordare le tante discussioni sostenute con chi si ostinava a negare i cambiamento climatici. Alla luce dei fatti odierni, vien da chiedersi se le cose siano finalmente cambiate. La risposta è, purtroppo, no. Oppure, per essere più precisi, sì, le cose sono cambiate ma non in meglio.
Il negazionismo climatico non è ancora scomparso. Continua a circolare sui social, spesso attraverso vecchi argomenti riproposti in forme nuove, e ancora difeso da testate giornalistiche come La Verità, ignorato o sminuito da importanti politici di Governo. Come Matteo Salvini che a chi gli ha chiesto che ne pensa delle temperature di questi giorni ha risposto “Se fa caldo si sta all’ombra”. 

Ma non è più questa la principale strategia con cui la politica e la finanza capitalista affrontano, o meglio, non affrontano, la crisi climatica: l’inazione. Una strategia più sottile, più maligna e certamente più pericolosa. Il problema viene riconosciuto, almeno a parole. Ma le decisioni vengono rinviate, gli obiettivi vengono annacquati, le politiche vengono presentate come troppo costose, le scadenze spostate. E ogni emergenza diventa un buon motivo per rimandare la transizione.
Anche di fronte ai disastri naturali, si preferisce attribuire siccità, incendi, scioglimento dei ghiacciai o alluvioni esclusivamente a cause locali — cattiva gestione dei boschi, mancata manutenzione degli argini, consumo di suolo — evitando di affrontare il fatto che il riscaldamento globale sta aumentando la probabilità e l’intensità di molti di questi fenomeni.

Siamo passati da «il cambiamento climatico non esiste» al «sappiamo che esiste, ma adesso non possiamo occuparcene».

L’appello degli scienziati

È in questo contesto che va letto l’appello sottoscritto nel febbraio scorso da circa 150 scienziati ed economisti italiani, tra cui il Nobel per la Fisica Giorgio Parisi. La lettera chiedeva al governo di non indebolire il sistema europeo di scambio delle quote di emissione, l’EU ETS, e di rafforzare contemporaneamente le politiche di adattamento ai cambiamenti climatici. Gli studiosi ricordavano che gli obiettivi europei di decarbonizzazione non sono un capriccio ideologico, ma impegni già assunti dall’Italia.

Il messaggio era particolarmente netto: non possiamo limitarci a rincorrere le emergenze mentre continuiamo ad alimentarne le cause. “Senza mitigazione, l’adattamento diventa progressivamente meno efficace”, ha spiegato Antonello Pasini, uno dei firmatari. In altre parole: possiamo costruire argini, sistemi di allerta, infrastrutture più resistenti e piani contro le ondate di calore. Ma se contemporaneamente continuiamo a immettere enormi quantità di gas serra nell’atmosfera, arriverà un momento in cui adattarsi sarà sempre più difficile e costoso.
L’appello aveva anche un riferimento simbolico potentissimo: Niscemi, dove dissesti e frane diventavano la metafora di un Paese che continua a intervenire dopo le emergenze invece di investire seriamente nella prevenzione.

La scienza parla e la politica si tappa le orecchie

Il punto non è più, dunque, convincere i Governi che il clima sta cambiando. La politica lo sa. Lo sa perché lo dicono le università, gli istituti di ricerca, l’IPCC, l’Organizzazione meteorologica mondiale. Lo sa perché lo raccontano ogni estate i sistemi sanitari, gli agricoltori, i vigili del fuoco, i gestori delle risorse idriche. E lo sa perché gli eventi estremi sono ormai diventati una questione economica oltre che ambientale (capitolo in cui la politica è assai più sensibile). 

Questa estate 2026 sta offrendo una dimostrazione drammatica di questa realtà. Ondate di calore, siccità e incendi stanno interessando vaste aree dell’Europa, con conseguenze sulla produzione agricola, sulla navigazione fluviale, sulla produzione energetica, sul turismo e sulla salute. In questi giorni vaste aree europee sono nuovamente alle prese con incendi devastanti e temperature eccezionali. In Croazia, Grecia, Francia e Regno Unito migliaia di persone sono state evacuate. Eppure la discussione politica continua spesso a concentrarsi sulla convenienza immediata delle misure climatiche, sui loro costi per le imprese, sulla necessità di non “penalizzare l’economia”. Come se la questione climatica non fosse già una questione economica!

E queste sarebbero pure discussioni legittime se fossero finalizzata a scegliere gli strumenti migliori per agire. Ma purtroppo questi argomenti vengono utilizzati solo per giustificare l’assenza di strumenti e di risorse. Tutte cose che, al contrario, non mancano mai  per sostenere riarmi ed economie di guerra. 

Quante volte abbiamo sentito dire da ministri e governanti: “Ma le famiglie non possono permettersi costi aggiuntivi”,“Ma le imprese hanno bisogno di tempo”, “Ma ci sono la guerra e la crisi energetica”, “Ma non possiamo essere gli unici a fare sacrifici”, ”Ma prima bisogna mettere in sicurezza i conti pubblici”? 

Ognuno di questi “Ma” ha una sua ragionevolezza. Il problema è che la loro somma produce solo un pretesto, non possiamo dire quanto consapevole, per non agire. Una vera e propria paralisi politica e culturale davanti a un problema che richiederebbe decisioni strutturali, di lungo periodo e anche difficili da far dirigere ad un elettorato distratto da falsi problemi come la sicurezza, il rischio di invasioni straniere, migranti e derive islamiste.  Tutto ciò per evitare di affrontare una crisi climatica che mette in radicalmente in discussione il nostro modello di “sviluppo” perché affrontarla seriamente implicherebbe necessariamente entrare in conflitto con gli interessi dei grandi potentati economici e con il modello energetico esistente. 

Affronteremo la crisi climatica, dicono pressoché tutti i Governi europei, quando avremo più risorse, quando sarà finita guerra in Ucraina e quando avremo superato la crisi energetica. Ma è esattamente questo il terreno sul quale si colloca lo scontro sull’ETS che ha provocato l’appello dei 150 scienziati. Gli studiosi hanno contestato l’idea che indebolire il sistema europeo di scambio delle emissioni sia una risposta alla crisi energetica, ricordando che decarbonizzazione, innovazione e competitività non sono necessariamente obiettivi contrapposti. E qui emerge una responsabilità politica precisa: quando la scienza indica la necessità di accelerare e la politica continua a chiedere tempo, il tempo diventa esso stesso una scelta politica. L’inazione climatica diventa così il nuovo negazionismo, il nuovo muro alzato dal capitalismo mondiale per difendere un sistema economico che sta uccidendo il pianeta.